Carlo Gabardini, combattere l’omofobia a colpi di Nutella

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Cattura

E poi una domenica sera senti che un ragazzo ventunenne si è tolto la vita perché omosessuale, ti sale forte la rabbia, la non voglia di accettare, senti il bisogno di lanciare un messaggio ad altri che come lui stanno male.

Ma non dici frasi fatte ottime per l’occasione come: “Vedrete andrà tutto bene”, “Non siete sbagliati”, ma lanci un messaggio molto semplice: Io sono come voi e lo trovo bellissimo. Perché essere gay è bellissimo. È quello che ha fatto Carlo Gabardini, attore – chi non ricorda Olmo di Camera Cafè – autore televisivo e teatrale, sfruttando il suo ruolo di personaggio pubblico, attraverso le pagine di Repubblica.

Dopo quella lettera/Coming Out Carlo ha deciso di sostenere il progetto “Le cose cambiano” versione italiana di “It Gets Better”, realizzando un video contro il bullismo omofobico intitolato “La marmellata e la nutella”, con cui in maniera ironica, intelligente e molto pop ha saputo spiegare cosa prova una persona omosessuale quando scopre se stessa, quando vorrebbe gridare al mondo i suoi sentimenti.

Lo abbiamo voluto incontrare perché c’è piaciuta la profonda leggerezza del video, perché siamo convinti che si possano e si debbano veicolare messaggi importanti con quel sorriso che nasconde le grandi verità.

Noi sosteniamo che una risata ci salverà e di risate nella chiacchierata con Carlo ce ne siamo fatte tantissime, ma senza dimenticare mai che stavamo parlando di un problema vero.

Del bisogno di superare inutili pregiudizi, l’ignoranza, per evitare che qualcun altro possa pensare che amare la Nutella e non la marmellata sia uno sbaglio!

P.S

Se volete seguire Carlo Gabardini vi diamo i suoi contatti social Twitter Facebook  Instagram  (quelli privati li custodiamo gelosamente!)

Hai fatto Coming Out con una lettera pubblicata su Repubblica dopo che un ragazzo romano di 21 anni si è ucciso perché gay, perché quell’evento ti ha colpito così tanto?

Quella domenica sono tornato a casa e ho sentito la notizia di Simone, il ragazzo che si era ucciso alla Pantanella di Roma. Pur essendo io milanese e non romano, questa cosa non l’ho detta neppure alle Invasioni Barbariche – noi siamo contenti di avere una piccola esclusiva ndr -, nutro un affetto particolare per la Pantanella perché nel 2006 ho girato  “L’uomo della carità – Don Luigi Di Liegro” regia di Alessandro Di Robilant per Mediaset. E’ la storia di Don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas, interpretato da Scarpati, e un momento del film  è legato appunto alla Pantanella.

Mi sono sentito stranito, per non essere volgare, e inerme, ma dovevo fare qualcosa. Così ho scritto di getto la lettera che conoscete,  un po’ anche con la presunzione che se avessi potuto parlare prima a quel ragazzo forse non l’avrebbe fatto. Nel 2014 trovo davvero inaccettabile che qualcuno possa decidere di togliersi la vita per il suo orientamento sessuale. Il messaggio che ho voluto mandare è che noi omosessuali per primi ci dobbiamo fortificare. L’omofobia che più mi spaventa non è quella del fascista che ti vuole picchiare, che è gravissima e pure reato – non l’aggravante omofoba ndr – ma quella che ci fa vivere incompleti, quei “sì, lo accetto, ma … non ti preoccupare…”. La vera omofobia che dobbiamo combattere è quella che ci vuole per sempre infelici, come se essere omosessuale non possa essere associato alla gioia e alla felicità.

Nella lettera dico che essere gay è bellissimo, che è una cosa che si dice troppo poco e chiudo dicendo che ho sempre pensato che la mia omosessualità sia una non notizia, ma che se questa non notizia può servire a un ragazzo a non sentirsi solo, allora lo dico “Io sono gay”.

Dopo quella lettera e tutto il rumore che ha creato hai deciso di aiutare il progetto “le cose cambiano” realizzando il video “la marmellata e la nutella” in cui hai saputo raccontare una cosa complessa come il sentirsi discriminati, esprimendo un concetto molto semplice, facile, quasi banale, ma utilizzando una metodologia sicuramente d’impatto e profonda. Ce ne parli? E ci racconti che commenti hai avuto?

Che il contenuto venga definito banale mi fa quasi piacere, un po’ perché io penso che il video vuole parlare agli etero e agli omosessuali che non si sono ancora accettati. Moltissime persone etero mi hanno scritto per dirmi che ero riuscito a dire esattamente quello che loro pensavano, che il messaggio arrivava diretto e chiaro. Ecco, forse la banalità di cui parli è questo riuscire a parlare a chi non “conosce”, in modo che possa comprendere senza troppa difficoltà.

Il video nasce perché chi gestisce il sito “Le cose cambiano”, che è la versione italiana di It Gets Better, mi ha chiesto di supportarli.  Ho detto di si e ho visto altri video sul sito. In America c’è anche quello di Obama, ma non volevo fare un video generico dove dicevo: “Sono Carlo Gabardini, vedrai che poi andrà tutto bene”, anche perché ai giovani, quando sono gli adulti a parlare, girano sempre un po’ le palle perché si ha sempre quella sensazione che chi è venuto prima voglia farti la lezione.

Così ho deciso di raccontare una storia, Paolo Rossi direbbe un’affabulazione, dico Paolo Rossi perché ho scritto per lui e lavorato con lui, e così è nato il video.

Inoltre era un po’ che stavo pensando di occuparmi di omosessualità, ma volevo recuperare la voglia di comunicare gioia, non lanciare messaggi lamentosi.  Utilizzando il linguaggio giusto, anche per rispettare tutto il lavoro sulla comunicazione che militanti prima di me hanno fatto, e correggendo parole che potevano essere offensive o male interpretate.

Hai utilizzato una metodologia molto Pop per presentare il problema. Pop nel senso di popolare, pop nel senso di divertente e semplice, ma che non significa stupido. Cos’é per te la cultura pop, quanto può essere utile per cambiare le cose e perché invece è vista come una cultura bassa?

Per me è un complimento se mi dite che il video è pop. Nei confronti del Pop ho un grande rispetto e molta curiosità. Il vero problema è che c’è molta ignoranza su cosa sia Pop. C’è chi pensa subito e solo ad Andy Warhol, quindi lo associa all’arte, e chi pensa non sia neppure arte, ma quelli si commentano da soli ormai, se lo traduci in popolare allora si pensa ad un certo tipo di televisione trash, ma anche il trash è un discorso diverso. Secondo me Pop è una di quelle parole che si presta a varie interpretazioni, a volte  chi la dice e chi l’ascolta molto spesso non intendono la stessa cosa. C’è un misto d’ignoranza e di stereotipo.

Non ho una posizione precisa sul Pop. Una cosa è certa: bisogna conoscere un sacco di cose perché il Pop affronta le cose con leggerezza, ma una leggerezza che nasconde una profonda conoscenza. È  l’unione dell’alto e del basso, è un concetto molto inclusivo, è vitale, è l’essenza anche della convivenza tra culture.