David Bowie: Recensione di Blackstar

Un'opera d'arte moderna

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Immagine di copertina di Blackstar
Copertina di Blackstar

David Bowie: Blackstar

Dopo aver comprato “Blackstar” avevo deciso di non scriverne una recensione, un po’ perché l’aveva già fatto chiunque e poi perché tutto ciò che avrei detto sarebbe stato banale e superfluo. Da un punto di vista strettamente musicale lo si può solo celebrare un disco così, al di là del fatto che sia un disco di Bowie, perché, che io sappia, una musica di questo tipo non mi pare la faccia qualcuno al momento.

Se fosse stato un disco di un ventenne sconosciuto probabilmente si sarebbe cercato un po’ più il pelo nell’uovo, si sarebbero messi in evidenza quei piccoli difetti sparsi qua e là, ma certamente si sarebbero messi in luce i pregi innegabili. In realtà se n’è parlato bene un po’ ovunque, anche con toni entusiastici, e c’è qualcuno che, come al solito, ha gridato subito al capolavoro.

Probabilmente un capolavoro lo è veramente, ma è impossibile dirlo al primo ascolto, è un disco che va assimilato, digerito e sedimentato, una pratica che sta cadendo sempre più in disuso. Ho pensato si fosse aperto un nuovo corso nella sua carriera, che dopo questo disco ce ne sarebbe stato un altro che avrebbe così concluso una specie di trilogia newyorkese insieme al precedente The Next Day. Niente di più miope.

L’altro grosso problema di fare questa recensione era che di solito io se non sono sicuro di una cosa piuttosto non mi esprimo. I miei dubbi vertevano sui testi delle canzoni, avvertivo che c’era dell’altro sotto quelle parole così enigmatiche, qualcosa di inquietante, ma non riuscivo a capire che cosa.

Poi stamattina ho appreso la notizia della sua morte e il cerchio si è chiuso.

La prima immagine che mi è venuta subito in mente è stata l’incipit del video di Blackstar: la ragazzina aliena che trova un astronauta morto per terra, apre il casco e vi trova delle gemme incastrate nel teschio.
Improvvisamente era tutto chiaro, quell’astronauta era lui, l’uomo delle stelle, e le gemme le sue canzoni lasciate in eredità alle generazioni future rappresentate da quella ragazza con la coda. Per non parlare del video di Lazarus in cui canta in due scenari: bloccato su un letto di ospedale e scrivendo dopo essere uscito da un armadio che sa molto di bara, come se il suo desiderio di creare fosse più forte della morte.

Nelle liriche delle altre canzoni, è facile dirlo ora, ma i segnali c’erano. Forse quella più esplicita è Dollar Days: una ballata struggente in cui viene fatto riferimento alla morte a chiare lettere; ma quello che mi ha colpito di più è che in alcuni testi Bowie dice di fregarci ancora (Dollar Days) e di dire sempre il contrario di quello che fa (I can’t give everything away), perché ci ha voluto spiazzare ancora una volta e l’ha fatto consapevolmente, ha trasformato la sua morte nell’ultimo atto della sua carriera.

In un altro contesto probabilmente avrei parlato solo della musica e delle scelte artistiche riguardanti il suono, come ad esempio la scelta dei musicisti jazz.

Perché il disco alla fine richiama le atmosfere jazz soprattutto per come viene usato il sax, ma questo non giustificherebbe tutto l’ensemble. In realtà il ritmo delle canzoni è molto sincopato, addirittura ‘Tis A Pity She Was A Whore sembra un vero e proprio drum’n’bass su base fatta al computer, ma poi ascoltandolo con più attenzione ci si accorge che gli strumenti sono veri.

Un livello di precisione tecnica così alto lo si può ottenere solo con dei musicisti molto disciplinati, come lo sono i jazzisti.
Però il contesto è sempre importante quando si parla di musica, e l’avvenimento di oggi fa sì che il disco che ho ascoltato ieri non è lo stesso disco che ho ascoltato stamattina dopo aver scoperto che aveva un cancro da 18 mesi, cioè più o meno da quando ha cominciato a scrivere il disco. Per cui non si può prescindere dal fatto che, mentre combatteva il cancro, David Bowie produceva in segreto un disco che è uscito due giorni prima della sua morte, mettendola letteralmente in scena con i due video e lo spettacolo teatrale “Lazarus”, perché questo rende il suo lavoro rilevante non più solo sul piano musicale ma anche in termini di arte moderna.

Una cosa che a confronto The Artist Is Present di Marina Abramovic è uno spettacolo del Bagaglino. Ha reso arte la morte raccontandola in prima persona adagiandola su un letto di musica sperimentale. Una cosa che nel panorama musicale e culturale di oggi ha del miracoloso e che probabilmente rimarrà senza eguali.

Col senno del poi verrebbe da dire che è una cosa à la Bowie, che potevamo prevederlo. Ma poi, ripensandoci, prevedibilità è una parola che non si può accostare a un personaggio del genere. Quindi, in definitiva, direi che, sì, ci ha proprio fregato. Ahinoi, per l’ultima volta.