Europe live a Milano: tamarri ma con stile

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Europe

Europe in concerto in Italia all’Alcatraz di Milano

Sabato 28 Novembre mi sono messo la mia bella giacca di pelle e sono andato al concerto degli Europe all’Alcatraz di Milano.

Perché io sono un po’ così, mi piace il passato che non ho vissuto, forse per carattere o forse perché la mia generazione, quella dei trentenni, da una decina di governi a questa parte viene sistematicamente privata del futuro un pezzetto alla volta.

Per questo quando capita di vedere un gruppo tipo gli Europe ci vado sempre volentieri, perché so che il peggio che mi può capitare è di passare una bella serata tamarra vecchia scuola.

Il fatto che sia un gruppo che ha raggiunto il successo nella metà sbagliata degli anni ottanta non vuol dire che non siano persone di mestiere, anzi, Joey Tempest, alla sua veneranda età, ha saputo tenere bene il palco, come ci si aspetta da una grande rockstar.

È solo questione di aspettative: l’hair metal nasce per colmare un grosso vuoto discografico, quello degli adolescenti borghesi degli anni ottanta con i complessi d’inferiorità, cioè quelli che non avevano niente da spartire con hippie, punk o con le avanguardie post-punk, ma che volevano comunque sentirsi alternativi ascoltando il metal e non la stupida discomusic da fichette.

Per cui questa musica, per andare incontro ai favori del pubblico, viene spogliata di qualsivoglia contenuto e sperimentazione a favore di riff da stadio e vacui sentimenti. Io ero consapevole di questo ed ecco perché mi sono goduto il concerto. Tanto ormai non ha senso analizzare a posteriori le motivazioni per cui uno dovrebbe andare o no a vedere un gruppo come gli Europe, semplicemente perché i tempi sono cambiati.

Il pubblico del concerto, infatti, si divide in due: ex-yuppie nostalgici che hanno vissuto quegli anni e quelli della mia età che sono curiosi di vedere dal vivo una band così famosa del passato almeno una volta nella vita.

Gli Europe sono stati molto bravi ad accontentare entrambe le tipologie di pubblico, perché se fosse stata esclusivamente un’operazione amarcord sarebbero incappati nel carlocontesco effetto “I Migliori Anni”, mentre se avessero fatto solo l’ultimo disco sarebbe stato un concerto deludente. Invece la scaletta era perfettamente dosata tra pezzi nuovi molto “heavy” e pezzi classici.

Tra l’altro le canzoni nuove sono anche un minimo più elaborate rispetto al loro standard, con cambi di tempo e a volte anche di registro, ma non per questo meno coinvolgenti per il pubblico. Poi va da sé che quando hanno attaccato Carrie e Rock The Night è partito il coro da stadio e alle prime note di tastiera di The Final Countdown c’è stato un boato che neanche al gol di Grosso di Italia-Germania del 2006

Anche se secondo me il picco del tamarrometro è stato toccato quando, a circa metà concerto, è partita l’Ouverture del Guglielmo Tell di Rossini con il batterista che gli andava dietro a tempo picchiando come se non ci fosse un domani.

Ed è bello poter avere l’effimera illusione di toccare un’epoca che conosciamo solo per sentito dire, di viaggiare con la nostra De Lorean fatta di nostalgia verso un passato ingenuo e anche un po’ malconcio, fatto di canzoni un semitono più basse e di facce liftate, ma che è comunque meglio di un presente cinico e senza speranza.

Quella speranza che questo concerto mi ha ridato, anche se solo per una sera, facendomi uscire di casa a fine Novembre, con la colonnina di mercurio che segnava zero gradi, pensando che al ritorno non sarei morto dal freddo. Fortunatamente non ho preso malanni. Stavolta è andata bene, ma l’età avanza e la prossima volta chissà. Forse è il caso di mettersi il cappotto pesante, Joey.