Happy Birthday Punk!

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Punk
  •  2016 Londra, un anno dedicato alla più sovversiva delle culture giovanili, ma cos’è davvero il Punk?

Punk’s not dead lo abbiamo letto su muri, magliette, borse di giovani ribelli: davvero è stato scritto in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Ed è vero, il Punk non solo non è morto ma è da quarant’anni uno dei macrotemi più commerciali che il mondo della moda in primis e l’industria musicale e cinematografica sfruttano.

A discapito della filosofia del No Future che i giovani nichilisti e annichiliti dell’Inghilterra di fine anni settanta sposarono.

Quest’anno il Punk festeggia quarant’anni e Londra ha deciso di celebrarlo con una serie lunghissima di eventi che dureranno per tutto il 2016 iniziando con il Resolution Festival dal 4 al 14 gennaio al 100 Club, la location che più di ogni altra è legata alla cultura punk, dove venne ospitato il leggendario Punk Festival del 1976. Le altre organizzazioni coinvolte nell’evento Punk London sono il Fashion Council, British Film Institute, British Library, Design Museum, Doc‘n Roll Films, Institute of Contemporary Arts, Live Nation Merchandise, Museum of London, The Photographers’ Gallery.

Ma il Punk che cos’è? Perché è nato? Ed è stato davvero solamente la più grande balla del Rock’n’roll magistralmente raccontata da Malcolm McLaren e dell’allora sua signora Vivienne Weestwood? Prima di rispondere dobbiamo fare un passo indietro alle radici sociali di quel movimento.

Se i figli dei fiori predicavano l’amore libero e la pace nel mondo, i Punk si bucavano la pelle, non solo con le siringhe per l’eroina, si tingevano i capelli di colori innaturali e cercavano di essere disgustosi oltre ogni possibilità.

L’uso della svastica e della celtica, gridare allo stato fascista, non davano una connotazione di appartenenza o di incoerenza politica, ma erano simboli che, se oggi sono ancora portatori di valori negativi, allora lo erano ancora di più.

L’Europa e il mondo intero erano divisi in due blocchi, gli echi della guerra erano relativamente lontani, molti veterani o sopravvissuti erano ancora “giovani”, e rivedere per le strade di Londra quelle effigi così cupe indossate come fossero accessori era ritenuto molto offensivo.

Londra di fine anni settanta era teatro di attentati da parte dell’Ira e con l’avvento dei conservatori al potere stava vivendo un periodo di grandi trasformazioni economico/sociali, tagli drastici da parte del governo e un’economia in picchiata.

I figli degli operai non vedevano per loro stessi un futuro con altre possibilità se non essere parte di quella catena di montaggio. Da lì il grido del No Future, la voglia di dire no a tutto e a tutti ma non cercando di cambiare in meglio.

Anarchia, ribellione, autodistruzione: erano questi i valori di molti giovani.

Non volevano essere i loro padri, non credevano nel sistema, non credevano nei mass media perché li ritenevano asserviti al potere e macchine di controllo sociale e ovviamente c’è chi ha fiutato la possibilità di fare business, perché c’è sempre chi vuole fare soldi ammettiamolo, con tutto questo.

La storia ci racconta che tutto partì dal 430 di Kings Road, mitico indirizzo della boutique Sex. I proprietari erano Malcolm McLaren e Vivienne Weestwood che, dopo aver spremuto ben bene i Teddy Boys, iniziarono a vendere abiti stracciati a usare lucchetti e lamette come accessori diventando in brevissimo un punto di riferimento.

Il salto di qualità lo fece McLaren inventandosi a tavolino il gruppo punk per antonomasia ovvero i Sex Pistols ( esistono molti “tipi” di punk: quello americano, quello europeo, oltre a quello inglese intendo; pensando all’Italia e alla sua scena punk non posso non citare almeno i CCCP Fedeli alla linea).

Dalla loro comparsa sulla scena musicale nel novembre ’76 tutto cambia. Il cantante Johnny Rotten, il chitarrista Steve Jones, il batterista Paul Cook e il bassista Sid Vicious, anche se nella formazione iniziale c’era al suo posto Glen Matlock, pubblicarono l’album “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols” che fu un vero successo.

So che sto rischiando il linciaggio, ma i Sex Pistols furono un po’ le Spice Girls del punk: creati a tavolino e con una carriera brevissima, ma che hanno di fatto lasciato un segno indelebile.

Sid Vicious è quello che ha pagato il prezzo più caro di tutti morendo di overdose in un motel americano dopo le accuse di aver assassinato la compagna Nancy Spungen. Dalla loro tragica storia venne realizzato il biopic “Sid&Nancy” con Gary Oldman e Chloe Webb e nel 2008 l’episodio “Love Springfieldian Style” de ” I Simpson“, Bart racconta la storia di Sid&Nancy, dove Lisa è Nancy e Nelson è Sid Vicious e invece dell’eroina i due sono addicted di cioccolata.

Quello che nessun Punk dell’epoca poteva immaginare è non solo che il futuro che tanto negavano lo avrebbero conosciuto, ma che loro con quell’anti-estetica, con i loro colori innaturali e le loro creste sarebbero diventati la moda, con la emme maiuscola.

Il punk negli anni è diventato uno dei macrotemi della moda. A volte si abusa di questo termine perché non basta una catena per essere Punk.

Gianni Versace, dall’alto della sua genialità, ha saputo prendere i simboli più iconici del punk e trasformarli in iper glamour, basta pensare all’abito nero con maxi spacco tenuto insieme da spille da balia con la testa della medusa, per non parlare del sovversivo Moschino e, ovviamente, di Vivienne Weestwood che, lasciata la cassa del negozio Sex si è trasformata in una stilista inglese molto inserita nel sistema “tradizionale” con alti e bassi e, soprattutto negli ultimi anni con una coscienza etica ed ecologista.

Potrei continuare all’infinito perché il Punk ha chiuso un’epoca, l’ha destrutturata e con le sue miserie ha riscritto le regole del gioco.

God Save The Punk!

 

 

 

Secondogenito e gemelli: questo la dice lunga sul mio carattere. “Ottantologo”, Pop addicted,nel corso degli anni ho collaborato con diverse testate, tra cui L@bel, Progress e Aut. La moda è la mia passione più grande perché è cultura, è visione sociologica della vita e del mondo. La Rete è la mia seconda casa. Sono dieci anni che il mio avatar è Psikiatria80, nome del mio primo blog, ma anche di tutti i miei profili sui tanti social network.