Su NatGeo riscopriamo gli #anni90 con Matteo Bordone.

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La mia più grande “paura” si è avverata, sono tornati di moda gli #Anni90!

Piccola e necessaria premessa. Da popparolo quale sono, io credo e crederò per sempre nei mitici #anni80 e nella loro natura pop e sperimentale, ma ahimè qui si deve parlare degli Anni ’90 e di cosa hanno prodotto.

La risposta definitiva ve la darà National Geographic Channel che, come ha fatto con gli insuperabili #anni80, dedicherà quattro serate al decennio del minimalismo. La prima andrà in onda questa sera, lunedì 22 settembre.

Sarà nuovamente Matteo Bordone a condurre il programma con le testimonianze dei protagonisti di quel decennio. Da Shannen Doherty, la Brenda Walsh del celebre Beverly Hills 90210 a Monica Lewinsky, Susan Sarandon, Ice Cube, Tony Blair e molti altri. Non mancheranno ovviamente i fatti italiani: la fine della Prima Repubblica, il Karaoke, le stragi di mafia contro i Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellini e gli uomini e le donne della loro scorta ecc.

I ’70 furono anni politici, tutto era politico, anche come ti allacciavi le scarpe; gli ’80 sono stati gli anni dell’identità, dell’io, della sperimentazione.

I ‘90? Qualche sera fa parlavo con un amico che, a differenza mia, riconosce a quel periodo un forte valore e che ne ha sempre esaltato qualità che io non ho mai voluto ammettere (mica si deve essere obiettivi per forza). Ero curioso di capire, qual è, secondo lui l’essenza di quel decennio e quando sono finiti o iniziati, andando oltre l’aspetto cronologico.

Probabilmente si tratta un decennio senza identità perché racchiude tutto quello che c’è stato prima e lo sviluppa.

Negli anni’90 viviamo il fenomeno del Revival nella moda, nel cinema, nella musica. Improvvisamente tornarono gli anni ’70, ma non citando silhouette che ricordano modelli originali, proporzioni che avevamo accantonato, sonorità che erano “passate”.

Le strade si riempirono nuovamente di pantaloni a zampa e maglie dal gusto indiano, kaftani, sabot e zoccoli. Le bancarelle dell’usato diventano le nuove boutique d’avanguardia e s’inizia a parlare di Vintage.

La moda, di cui parlerà Franca Sozzani,  ha ancora strascichi del massimalismo super identitario e dell’ego ostentato, c’è voglia di continuare ad apparire sempre e comunque anche con i nuovi gadget del lusso, dal VHS al telefono cellulare di prima generazione; le discoteche continuano ad essere illuminate di bugie. Ma arriva una vera doccia fredda: la crisi economica globale che ci impone di rivedere le nostre abitudini. Per molti la festa è davvero finita.

In quel periodo s’impone anche una nuova estetica che va in netto contrasto con l’opulenza e l’arroganza con cui avevamo costruito il nostro io. Arriva il minimalismo.

La scuola di Anversa e i giapponesi si erano già imposti come creatori di nicchia negli anni’80, proponendo una donna e un uomo che si “nascondono” in abiti che hanno nei volumi e nella ricerca delle forme la loro bellezza .

Negli anni ’90 si parla di minimalismo, di moda concettuale, spariscono i grandi loghi e l’ostentazione diventa sinonimo di cafonaggine – anche se, come testimoniano i fratelli Vanzina nel cult “Le finte bionde”, questa regola non funziona per tutti -.

Il Made in Italy ovvero la nostra capacità di esportare bellezza, eleganza e saper vivere si arricchisce di nomi importanti; uno su tutti, innegabilmente, è PRADA. La prima collezione di Miuccia Prada alla guida dell’azienda di famiglia è accolta con grandi applausi. L’idea di una moda che sappia essere rigorosa, non noiosa, elegante e culturalmente elevata è quello che il mercato vuole.

Questo non significa che tutti, all’improvviso, iniziano a vestire bene e seguono i dettami del buon gusto: la doppia anima dei ’90 vive di questo.

Se da una parte ci sono crisi, minimalismo, bisogno di pace interiore e di ritrovarsi attraverso le forme embrionali di cucine macrobiotiche, vegetarianismo e misticismi vari, dall’altra i ragazzi credono ancora nel mito americano di Beverly Hills 90210, negli abiti delle ragazze di “Non è la Rai”.

Contemporaneamente le controculture iniziano a perdere credibilità: i vari movimenti  Punk, Post Punk e Gothic si vanno pian piano spegnendo e se Londra è stata la capitale della grande rivoluzione di fine ’70 e primi ’80 con i Sex Pistols e tutto quello che ne è scaturito, dopo è nella depressa Seattle che  questa generazione troverà il suo idolo maledetto: Kurt Cobain.

Kurt e i Nirvana sono la massima espressione del movimento Grunge. Fino a quel momento il Rock e il metal americano era rappresentato da gruppi come i Metallica, i Megadeth, gli Anthrax e i più commerciali come Bon Jovi o Guns N’ Roses (di cui notiamo che nonostante fossero indiscutibilmente eterosessuali e machi nei testi avevano delle cotonate che neppure in Dynasty…).

Il grunge riduce tutto al minimo, si spoglia delle divise Rock e indossa le camicie di flanella della classe operaia. Parla a una nuova generazione.

Se Sid Vicious ha la sua musa distruttiva in Nancy Splugen, Kurt ha la sua burrasca con Courtney Love.

Il grunge rappresenterà il malessere di una generazione che non crede più nei valori dei padri e nella globalizzazione che perde le sue possibilità di crescita e sviluppo e diventa appiattimento e sfruttamento. La paladina del nuovo mondo non globalizzato è Naomi Klein che scrive il manifesto “No Logo”.

L’idea è che i loghi rappresentano il male nel momento in cui portano all’omologazione, annullano l’identità. Tuttavia esso stesso diventerà un brand, quel #NOLOGO, gridato ovunque, non sarà diverso dall’etichetta di un qualsiasi marchio.

Indubbiamente sono gli anni del “realismo” (non sono neppure certo che si possa dire). Tutto è reale e, soprattutto, vicino. La televisione negli anni’80 portò con il caso di Alfredino Rampi, per la prima volta,  lo strazio e la commozione della sua famiglia in tutte le case e tutte le mamme e tutti i papà assistettero inermi alla sua morte. Con lo stesso pathos, attraverso lo schermo televisivo entrò, nel 1991, nelle case degli italiani qualcosa di ancor più devastante e collettivo: la guerra .

Improvvisamente il Golfo Persico era nel nostro salotto e la morte entra a far parte ufficialmente dell’agenda culturale anche della casalinga di Voghera.

Per fortuna ci si divertiva ancora. I villaggi vacanza raggiungono l’apice del loro successo. L’estate è fatta per non pensare e cosa c’è di meglio di un luogo dove qualcuno ha deciso per te tutto quello che farai dalla colazione alla cena?

Ed è da questa palestra Valtour che nasce Fiorello e che, di fatto, con l’indiscusso successo di “Karaoke”, diventa il capo villaggio italiano. La voglia di apparire porta tantissimi sconosciuti a mettersi in gioco (e alla gogna mediatica) cantando o rantolando canzoni in piazza. Non si vince nulla se non quell’effimero momento di celebrità: è l’embrione del Reality Show per eccellenza che sarà il Grande Fratello.

Quante cose ci sarebbero da dire, ma è veramente troppo … dovrei parlare di X-Files, di Twean Peaks, di Giovani carini e disoccupati – forse il testamento video del grunge  – della new economy, della bolla di Internet, di Napster, delle grandi morti celebri (Versace, Lady Diana, Madre Teresa) e di come hanno toccato tutti e pur accadendo per motivi diversi sono collegate tra loro.

Dovrei aggiungere che Madonna con il Blond Ambition Tour riscrive il modo di fare show delle Pop Star e che, non contenta, con Erotica e Sex ci porterà ad esplorare i territori più remoti della nostra sessualità. Quello stesso sesso che è quasi costato la più importante delle poltrone della politica, ovvero quella di Bill Clinton nel mai dimenticato scandalo Lewinsky.

Facciamo così io mi fermo e voi per saperne di più seguite #GliAnni90 su National Geographic Channel!

N.B: Come immagine dell’articolo abbiamo ho scelto uno scatto mitico in maglia di metallo oro di Versace con tutte le Super Top altro grandissimo fenomeno del decennio)