Recensione Snowden: il biopic che ci controlla di Oliver Stone – #RomaFF11

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Recensione Snowden: il biopic di Oliver Stone al #RomaFF11 vuole raccontare il controllo degli Usa sui cittadini del mondo più che Edward Snowden, ma forse non era necessario

Ai titoli di coda di Snowden di Oliver Stone – che ha aperto la seconda giornata della Festa del Cinema di Roma 2016 – i quali giocano come ha fatto tutto il film con il miscuglio di verità e romanzo che caratterizza ogni biopic aggiungendoci l’aspetto tecnologico, viene da chiedersi: questo film era davvero necessario? Forse no.

Stone sceglie la struttura di un racconto biografico classico, pur mascherandola con alcuni flashback della vita di Edward Joseph Snowden (ben caratterizzato da Joseph Gordon-Levitt) e della sua storia con Lindsay (Shailene Woodley), che è andata di pari passo coi suoi spostamenti e sviluppi lavorativi, il cuore dietro la brillante mente del giovane hacker. Utilizza inoltre come punto di partenza della narrazione quel giorno del 2013 nella camera d’albergo in cui due giornalisti dell’inglese The Guardian e una documentarista accettarono di filmare e mostrare al mondo la sua storia e soprattutto il pericolo che egli voleva denunciare: la sistematica e incrementale “invasione della privacy” da parte del governo americano sui propri cittadini – e poi su quelli di tutto il mondo – attraverso il pretesto del terrorismo.

Il vero Edward Joseph Snowden

Gordon-Levitt mostra uno Snowden nerd-ma-non-troppo, chiuso negli stereotipi di citare Star Wars come role model ma altrettanto pragmatico nell’affrontare gli alti e bassi di una relazione amorosa e le ingerenze sul posto di lavoro; soprattutto se quest’ultimo è rappresentato dai Servizi Segreti degli Stati Uniti. Tutti i personaggi che gli ruotano attorno sono funzionali al suo racconto – Stone si è ispirato al libro di Luke Harding del Guardian – così come la regia, quasi documentaristica senza esserlo per davvero, per seguire l’uomo che creato un caso mediatico sulla domanda: quale reale controllo della nostra vita abbiamo, ora che è tutta rintracciabile online? Un quesito che certamente non si è posto il regista per primo al cinema o in tv; basti pensare a The Social Network o Black Mirror, che avevano già ottimamente dipinto l’attuale situazione così avanzata eppure così preoccupante in cui viviamo ogni giorno o che vivremo in futuro.

L’ossessione di Snowden sul non voler essere ripreso o fotografato è un apprezzabile fil rouge scelto per legare l’intera pellicola, ed è proprio attraverso i suoi occhi che assistiamo alle sequenze più interessanti del film, soprattutto a livello visivo, come il suggestivo accostamento della catena di collegamenti online di una persona e di quelli presenti nell’occhio umano.

Snowden di Oliver Stone potremmo dire che corrisponde ai sei gradi di separazione al tempo dei social più che alla vita del personaggio che dà il titolo al film: una confezione in cui tutto è al proprio posto – come lo è stato Il Ponte delle Spie di Spielberg, per esempio – senza eccedere, senza stancare, con una sceneggiatura a tratti frizzante, ma che alla fine non lascia molto nei suoi spettatori se non la consapevolezza – che però già avevano – di essere osservati. E non appena questi ultimi avranno lasciato la sala e avranno condiviso la propria esperienza cinematografica online, oppure avranno mandato un messaggio a qualcuno col cellulare, avranno questa consapevolezza di nuovo, senza averla forse fino in fondo.

Snowden sarà prossimamente in sala in Italia distribuito da Bim.