Recensione The Last Laugh: una risata seppellirà ogni cosa – #RomaFF11

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recensione the last laugh

Recensione The Last Laugh: una risata seppellirà ogni cosa. Come si è potuto ridere dell’Olocausto senza sentirsi dei mostri a #RomaFF11.

Ci sono due ebrei che devono uccidere Hitler. Si appostano davanti casa sua e aspettano, pronti a ucciderlo. Passa un’ora, poi un’altra, poi un’altra ancora. Dopo quasi tre ore uno dei due ebrei fa all’altro: “mio Dio, spero non gli sia successo qualcosa!”

Quando si parla di umorismo, si entra in un campo minato. Non si sa mai chi potrà offendersi, chi lo chiamerà black humour e chi cattivo gusto. La realtà è che non esiste una verità assoluta, come non esiste una scienza esatta della risata. Sembra saperlo bene Ferne Pearlstein, che con il suo The Last Laugh porta all’undicesima Festa del Cinema di Roma 2016 uno dei film più interessanti nella selezione ufficiale, nonché una delle più originali pellicole sull’Olocausto degli ultimi anni. Mediante interviste a comici del calibro di Mel Brooks, Sarah Silverman, Carl Reiner e molti altri, il regista prova a raccontare la comicità sull’Olocausto, sui tentativi di ridere di una delle più grandi tragedie della storia umana. E si scoprono tante cose, che in fondo sapevamo già ma che è sempre bene ricordare.

Una di queste è che l’Olocausto non è la più grande tragedia del mondo occidentale nell’era moderna; che di genocidi ne accadono continuamente, anche in questo momento, e non c’è nessuno che dice Never Forget, tantomeno Never Again. Soprattutto, scopriamo che i sopravvissuti all’Olocausto, o almeno una parte di essi, non trovano nulla di offensivo nel ridere dei campi di concentramento, dei nazisti, delle camere a gas e dei forni crematori. Anzi, loro stessi sono stati i primi a farlo. Perché nell’atrocità del campo, ridere è stata per molti la via che li ha condotti alla salvezza. Come afferma Sarah Silverman, “ridere è portare la luce anche nell’oscurità più profonda. Senza la luce della risata, le cose rimangono avvolte nel buio e vengono dimenticate. Ed è quando sono dimenticate che diventano pericolose”.

The Last Laugh non si ferma all’Olocausto, ma prova a fare una seria riflessione sul concetto di tabù, di limite, di comicità nera. La chiave, da quanto traspare dalla riflessione, sembra essere il tempo: il tempo dona prospettiva, crea delle aperture mentali prima inaspettate o impensabili. Scherzare sull’Olocausto o sulle Torri Gemelle può essere concesso, ma fare satira su tragedie recenti (ricordiamo la polemica per la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto di Amatrice?) è visto come di cattivo gusto. Eppure quei morti sono esistiti tutti, una battuta non li fa scomparire. La loro ombra incombe sul mondo e non è una risata a dissolverla, ma ridere può essere una maniera per andare avanti, per guardare verso la luce e non verso il passato oscuro. Soprattutto, ridere può essere un modo per vendicarsi: “sono stata prigioniera ad Auschwitz e tutta la mia famiglia è stata uccisa nelle camere a gas” racconta una sopravvissuta, “oggi sono viva e ho avuto tre bis-nipoti. Ve la immaginate la faccia di Hitler se sapesse che non solo sono viva, ma che ho anche tre bis-nipoti? Questa è la mia vendetta, la mia ultima risata”.

Certo, c’è chi è privo di senso dell’umorismo. O chi non vede cosa ci sia da ridere nelle tragedie. Ed è legittimo, perché non siamo tutti uguali. Ciò che emerge da The Last Laugh è anche una grande consapevolezza della democraticità della risata: Mel Gibson può affermare che La Vita è Bella è “il film peggiore mai fatto” (adducendo motivazioni non del tutto insensate, a ben vedere), e accanto a lui c’è chi lo considera un capolavoro. La risata è relativa ma è una cosa viva, corporea, tipica dei vivi, degli esseri umani. “Chi non ha senso dell’umorismo, tanto vale che si scavi la tomba già da subito”.

Ma ciò che rende speciale The Last Laugh è il fatto che, come non sempre riescono a fare le decine di film sull’Olocausto che ogni anno invadono i nostri schermi, riesce a commuovere. Le risate dei sopravvissuti, la forza che occorre per guardare alle atrocità che hanno subito e riderne, quella è la miglior medicina, quella è ciò che inumidisce gli occhi e commuove sinceramente.