Recensione The Long Excuse: un viaggio umano nel dolore – #RomaFF11

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Recensione The Long Excuse

Recensione The Long Excuse: un viaggio umano nel dolore. La storia di un uomo che impara ad amare quando è troppo tardi.

In una Festa del Cinema di Roma 2016 che trabocca di drammi (Manchester by the Sea, Una, The Secret Scripture, ecc…), The Long Excuse della regista giapponese Miwa Nishikawa si pone come un elemento di disturbante e al contempo eccitante novità. The Long Excuse è un film spezzato in due, capace di ritrarre con una quasi inquietante precisione psicologica il lato umano di una tragedia vissuta e consumata lentamente, raccontando il lutto in maniera nuova e soprattutto invasiva, non solo per il protagonista, ma anche per il pubblico.

Sachio Kinugasa (un bravissimo Masahiro Motoki, protagonista nel 2008 di Departures, vincitore dell’Oscar come Miglior Film Straniero) è uno scrittore di discreto successo, che ha conosciuto la moglie Natsuko ai tempi dell’università. Lei è stata l’unica a credere sempre nelle sue potenzialità, ma nonostante questo una volta ottenuta la fama, Sachio si è svelato per ciò che è veramente, un egoista vanesio con un profondo disprezzo per chiunque non consideri al suo livello intellettuale. E la povera Natsuko, di professione parrucchiera, rientra in questa categoria. Quando, durante l’inverno, Natsuko e l’amica Yuki vengono uccise in un incidente, Sachio si trova a letto con un’altra donna e non riesce a provare nulla per la scomparsa della moglie.

Lo stesso non si può dire per Yoichi Omiya (Pistol Takehara), marito di Yuki afflitto dalla perdita e incapace di prendersi cura dei due figli, Shinpei (Kenshin Fujita) e Akari (un’adorabile Tamaki Shiratori) a causa del suo lavoro, il camionista, che costringe Shinpei ad abbandonare gli studi per prendersi cura della sorella. La comune perdita porta Sachio sulla strada di Yoichi e lo scrittore, mosso da pietà, si offre per badare ai due bambini mentre Yoichi è a lavoro. Col tempo, Sachio si affezionerà sempre di più a questi bambini non suoi, calandosi per la prima volta nel ruolo di genitore, lui che dalla moglie non aveva voluto figli. Con lo spettro di Natsuko che diventa sempre più reale ai suoi occhi come mai era stata quando era in vita, Sachio imparerà ad amare sua moglie solo dopo la sua scomparsa, precipitando in una depressione che cresce come i suoi capelli, lasciati intoccati da quando Natsuko è scomparsa…

Prima un libro della stessa Nishikawa e solo dopo un film, The Long Excuse conserva intatto il sapore del romanzo, coinvolgendo il pubblico con un lavoro impeccabile sull’empatia con il protagonista. Sachio è un uomo i cui comportamenti oscillano tra la serenità e la profonda depressione e il suo cercare di trovare un posto all’interno di un’altra famiglia è commovente e sfiancante insieme: una volta entrati in sintonia con il fragile equilibrio mentale di Sachio, risulta facile gioire per le piccole conquiste (come riuscire a pedalare lungo la ripida salita che conduce a casa di Yoichi con la piccola Akari nel seggiolino) o imbarazzarsi quando il suo essere un pezzo fuori posto in questo puzzle familiare risulta evidente.

Più di tutto, The Long Excuse è un film che si immerge e fa immergere in una contrapposizione, quella tra dolore finto e sofferenza reale, continuamente altalenanti nell’anima di Sachio e nella sua natura di scrittore in crisi, abituato quindi a passare al microscopio i sentimenti umani e a imitarli senza comprenderli. Sachio intraprende un viaggio dentro la definizione di dolore, incapace di distinguere tra realtà e finzione in ogni aspetto della sua vita. La lente del suo ego è fin troppo spessa, ma toglierla potrebbe rivelare ai suoi occhi una realtà che non è disposto ad affrontare, ossia quella di essere un normale essere umano.