Suicide Squad: “io non sono cattiva, è che mi disegnano così” [RECENSIONE]

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suicide squad recensione

Suicide Squad, recensione del cinecomic DC con Will Smith, Margot Robbie, Jared Leto e Viola Davis in arrivo il 13 Agosto 2016

“Io non sono cattiva, è che mi disegnano così!”, da Jessica Rabbit a Harley Quinn il passo è breve, e questa frase storica di Chi ha incastrato Rogger Rabbit? è ideale per inquadrare Suicide Squad, un film che non vuole tanto comprendere quanto tratteggiare degli inediti cattivi.

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La DC Comics, in perfetta tendenza (vedi le rivisitazioni sui cattivi Disney, Deadpool e anche l’italianissimo Gomorra La Serie), parte dai suoi villain per provare a rimettere ordine in un mondo che ha perso Superman ed è terribilmente spaventato da una sua possibile controparte malvagia. L’ufficiale dell’Intelligence americana, Amanda Waller (Viola Davis), ha reclutato i più pericolosi criminali ai quali viene offerta la possibilità di redimersi agendo per conto del governo; gli obiettivi di questa speciale task force non sono missioni ordinarie ma hanno un’elevata probabilità di decesso (da qui il nome della squadra e il titolo del film).

Suicide Squad ha il merito di portare sul grande schermo personaggi poco noti al grande pubblico, ma lo fa con un coraggio insicuro che si percepisce anche dalle scelte narrative e produttive di includere Joker e il cameo del Batman di Ben Affleck. Già dall’introduzione diretta e fortemente asimmetrica è chiaro che non tutti i membri del gruppo avranno la stessa importanza (alcuni meritano una presentazione ampia e altri no). Esistono dei cattivi di serie A e altri di serie B: in questo modo, la coralità del film viene meno quasi subito e i rapporti tra i vari personaggi raramente saranno al centro delle scene. Ogni membro è isolato per quasi tutta la durata del film: questa potrebbe essere considerata una precisa scelta artistica, ma essa viene snaturata quando si pretende di unire l’intero gruppo in momenti di improvviso sentimento. Con Batman v Superman, si era creato un film corale non necessario, mentre, ora, avendo tra le mani tanti personaggi, gli sceneggiatori non sono stati in grado di gestire i tempi narrativi.

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David Ayer (Fury, End of Watch) confeziona una regia dai colori al neon, esteticamente accattivante che invade l’intera pellicola. La stessa violenza ha un carattere deciso diventando più cartoonesca e stravagante con un ritmo incalzante e scene d’azione ricche anche se un po’ ripetitive; peccato per i rallenty alla Zack Synder (qui solo in veste di produttore esecutivo) che abbiamo imparato a conoscere (sopportare).

Molti lo sospettavano e così è stato, Suicide Squad è, sotto molti punti di vista, il film di Margot Robbie e della sua Harley Quinn: il suo personaggio è uno dei pochi delineati e chiari (per quanto possa essere chiara una donna completamente folle) della pellicola.  A farle compagnia il Joker punk-mafioso interpretato da Jared Leto che si mostra più del previsto ma senza aggiungere nulla di concreto alla trama.

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In prima linea insieme a Harley Quinn, troviamo Deadshot (Will Smith): un passato raccontato con l’intensità con cui si legge il manuale della lavatrice, una morale che fa acqua da tutte le parti e un occhio lucido che andrebbe eliminato per un minimo di coerenza di fondo. Gli altri personaggi faticherete a ricordali se non siete appassionati di fumetti e uscirete dalla sala sapendo poco o nulla dei ¾ del gruppo (il Capitan Boomerang di Jai Courtney e il Killer Croc di Adewale Akinnuoye-Agbaje sono state delle scelte azzardate per mancanza di appeal).

Se c’è una cosa che manca in tutto il moderno panorama cinematografico targato DC Comics è un villain degno di nota. Appare un paradosso affermare ciò in un film completamente popolato da cattivi, ma è così. Si prediligono cattivi, grandi, grossi e vuoti (Man of Steel, Batman v Superman), tanto fumo (non solo metaforico) ma niente di più e l’Incantatrice di Cara Delevingne non terminerà questa tradizione.

Allo stesso tempo, Suicide Squad è un film godibile, divertente, non perché faccia ridere ma perché riesce a prendersi poco sul serio e, dopo l’autorevolezza poco riuscita di Batman v Superman, questo stile più scanzonato dai tratti cupi rende la pellicola pienamente personale a livello visivo.  Si vende per quello che è (intuibile già dal trailer), non vuole essere molto altro e si poggia su pilastri portanti come l’estetica sopracitata, i costumi studiati nei minimi dettagli e una colonna sonora di grandi successi dal batticuore facile.

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Cosa manca a questi cattivi così ricchi di stile? Gli manca quasi sempre qualcosa da dire. Non impariamo niente perché non sappiamo niente di loro. I flashback sparsi lungo il corso del film sono poco funzionali e non approfondiscono i personaggi ma spezzano semplicemente il ritmo. Nella seconda metà del film, c’è una scena particolarmente riuscita che ricorda la riunione dei cattivi anonimi di Ralph Spaccatutto: questa sequenza ci fa assaporare come sarebbe potuto essere il film se fosse stato più parlato e meno chiacchierato, basato più sui rapporti e meno sullo stile, e se ci avessero voluto raccontare chi c’è dietro questi villain un po’ loser e non semplicemente farci vedere quanto sono cool.