The Hateful Eight recensione: l’America secondo Tarantino

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The Hateful Eight poster

The Hateful Eight recensione: “[…] la mette davanti a uno specchio in mutande, spettinata e senza trucco e le dice: “Guardati come sei, bagascia!”

Tim Roth a un certo punto del film ci spiega la sua visione della giustizia: “Solo con l’assenza di passione si può garantire la giustizia, altrimenti si tratta solo di giustizia di frontiera”. Ebbene, su questo film ho sentito e letto tutto e il contrario di tutto, ma la maggior parte delle critiche si basavano sulle aspettative che le persone si sono create e non su fatti oggettivi. Come sempre, quando esce un film di Tarantino, la gente perde la brocca e comincia a dire cose che per altri film non si sognerebbe di dire. Ci vuole assenza di passione per fare la recensione di un film di Tarantino, altrimenti è solo una chiacchiera da social network.

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Che cos’è la giustizia?

Ma andiamo con ordine. The Hateful Eight è l’ottavo film di Quentin Tarantino girato “nel glorioso formato 70mm Ultra Panavision 70”, vale a dire che ogni fotogramma è molto più grande di quelli di una normale pellicola 35mm e il rapporto d’aspetto è più “panoramico”, una tecnologia che l’ultima volta è stata usata nel ’66 per il film Khartoum di Basil Dearden. La storia si svolge nell’America post guerra civile e parla di otto ceffi che rimangono bloccati in un rifugio di montagna a causa di una bufera di neve. All’interno di questo posto, chiamato l’emporio di Minnie, si svolge praticamente tutto il film, sembra di vedere Assassinio sull’Orient Express girato come uno splatter horror, ma ambientato nel west di Sergio Corbucci (più che di Sergio Leone). Detto così sembrerebbe un pastone di cose già viste, ma non è così. Ciò che rende unico e senza precedenti The Hateful Eight sono le scelte e lo stile di Tarantino. La cosa più bella di questo dramma da camera a tinte horror è che l’emporio di Minnie è di fatto l’America. Addirittura Tim Roth ad un certo punto propone di dividere la scena in nord e sud. Ed essendo tutti dei bastardi le tensioni drammatiche e le relazioni tra i personaggi si basano principalmente sulle loro differenze sociali, razziali e di genere: c’è il vecchio generale sudista (Bruce Dern), il cacciatore di taglie nero ex-Maggiore nordista (Samuel Jackson), il boia inglese (Tim Roth), il cacciatore di taglie che crede nella giustizia costituita (Kurt Russel), la galeotta con una taglia sulla testa (Jennifer Jason Leigh), il mandriano (Michael Madsen), il messicano che manda avanti l’emporio (Demian Bichir) e il ribelle sudista nonché prossimo sceriffo Walton Goggins. Nessuno si fida di nessuno. Ognuno accusa l’altro sulla base di pregiudizi.

The Hateful Eight claim 70mm
La gloria

The Hateful Eight è una decostruzione dell’America dalle fondamenta, è un film che ci dice che non c’è nulla di eroico nella nascita degli Stati Uniti, solo gente che si ammazza a vicenda; non esistono magnifici sette, solo odiosi otto. È anche una critica aperta all’America di oggi, alla violenza della polizia sui neri; è un trattato su quello che è la società americana oggi, ma ambientato nella seconda metà dell’ottocento. Questa è una pellicola dove c’è tutto il Tarantino da 25 anni a questa parte, da Le Iene a Django Unchained, c’è il vecchio e il nuovo, ma con più consapevolezza e con più esperienza. The Hateful Eight è il film che dovrebbe far ricredere anche gli ultimi pochi scettici rimasti sul fatto che Tarantino è quello che accademicamente si definisce un Autore. Chi si è lamentato che il film è eccessivamente verboso e lento è il solito fan che si aspetta che rifaccia un nuovo Pulp Fiction, che non si è accorto che nel frattempo Tarantino è andato avanti ed è cresciuto. Tutta l’escalation del secondo tempo non avrebbe la stessa potenza se nel primo tempo il regista non ci avesse introdotto i personaggi in quel modo e non avesse costruito la tensione lentamente e inesorabilmente come ha fatto. “Lento come la melassa” dice Kurt Russel mentre fa alzare le mani a Samuel Jackson, “Andiamoci con moooooolta calma” dice lo stesso Jackson quando spiega agli altri le sue conclusioni riguardo una cosa che accade nel film. Questo è quello che fa Tarantino in The Hateful Eight, ci fa sedere e con molta calma ci racconta una storia nei minimi particolari, perché sa bene che le cose complesse richiedono tempo per essere spiegate e lui è uno dei pochi che al cinema va contro tendenza e ha il fegato di prendersi tutto il tempo che vuole. Poi, quando meno te lo aspetti, fa esplodere la violenza, porta la tensione al picco massimo per poi abbatterla di nuovo. Struttura, questa, che deve molto al mai troppo citato Fernando Di Leo, di cui Tarantino è un dichiarato fan.

Samuel L. Jackson in THE HATEFUL EIGHT
Stai calmo

Dal punto di vista formale mi soffermo poco, perché mi pare chiaro che Tarantino è uno dei pochi della sua generazione che sa sempre dove posizionare la macchina da presa e sa come si monta un film. Molti si sono interrogati sull’utilità di usare un formato così panoramico e far svolgere tre quarti del film in interni. A parte il fatto che quell’unico quarto di film ambientato in esterni, in mezzo alla neve, con la fotografia di Bob Richardson, vale il prezzo del biglietto, ma il motivo è lampante: ogni inquadratura è densa, la composizione del quadro non è mai lasciata al caso, ovunque si giri la testa per ammirare lo schermo si nota qualcosa, un dettaglio, anche solo una luce che dà senso ai metri di pellicola usati. Addirittura in alcuni punti, grazie alla disposizione dei personaggi nella scena, Tarantino elimina il montaggio: in un’unica inquadratura è presente sia il campo che il controcampo, passando dall’uno all’altro solo con un cambio di fuoco o con l’utilizzo dell’obiettivo a doppia focale, già presente in diversi film del regista. E poi i primissimi piani: sono usati con parsimonia, ma quelli che ci sono valgono quanto un paesaggio, da perdercisi dentro. Il tutto condito con l’incredibile musica di Ennio Morricone, che compone una colonna sonora a metà tra western e giallo all’italiana.

THE-HATEFUL-EIGHT-panorama
Ultra-Panavision 70, ecco perché

The Hateful Eight è un film che va visto e rivisto (al momento io l’ho visto due volte in 70mm, e chi ha l’occasione vada a vederlo in questo formato) per capire la potenza del cinema o anche solamente per divertirvi, perché non bisogna dimenticare che il film prima di tutto è una goduria sfrenata (tranne per quelli deboli di stomaco) e perché si viene completamente risucchiati nel mondo creato da Tarantino. Quando si esce dal cinema si capisce perché questo film non abbia ricevuto candidature importanti all’Oscar, a parte quelle di Morricone e Richardson. Il motivo è che The Hateful Eight prende l’America, la butta giù dal letto nel cuore della notte, la mette davanti a uno specchio in mutande, spettinata e senza trucco e le dice: “Guardati come sei, bagascia!”. E questo la Hollywood bene lo trova molto sconveniente.