The Winstons live al Bloom di Mezzago (MB)

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The Winstons

The Winstons live

Mi capita molto spesso di avere quella sensazione deprimente che mi fa sentire come se stessi vivendo in un’epoca che non mi appartiene.

Credo sia una sensazione abbastanza comune dato che, qualche anno fa, Woody Allen ci ha fatto un intero film sopra.

Nel caso della musica, questa percezione viene ancora di più amplificata.

Quando penso alla quantità e alla qualità dei gruppi emersi dagli anni ’60 fino ai primi ’80 e al fatto che non abbia potuto vivere in prima persona quel periodo straordinario, sto male.

Alle volte mi capita di andare a qualche concerto di qualche gruppo storico, ma è soltanto un palliativo. Provo sempre tanta ammirazione per questi vecchietti che a settant’anni ancora se ne vanno in giro per il mondo su un pullman a suonare la loro musica, ma poi, quando torno a casa, l’idea di non stare vivendo il mio presente, di essere in costante ricerca di un riverbero lontano di un suono che non esiste più, mi assale.

Ogni tanto ci provo anche ad andare a vedere dei concerti di artisti nuovi, affermati e non, ma il più delle volte dopo mezz’ora comincio a guardare l’orologio e a sbadigliare, come quando a catechismo mi costringevano a sorbirmi la messa la domenica mattina.

Poi, però, sabato 9 Aprile, al Bloom di Mezzago, in piena Brianza, dove alle sette si cena, intorno alla mezzanotte, i Winstons hanno attaccato Nicotine Freak e, per la prima volta da quando vado ai concerti, ho chiaramente sentito ogni muscolo del mio corpo incollato a uno scheletro fatto di presente.

Ma andiamo con ordine.

The Winstons sono un trio di musicisti navigati del panorama italiano: Roberto Dell’Era (Afterhours), Enrico Gabrielli (Calibro 35) e Lino Gitto (Ufo). Di fatto un supergruppo, cosa che già di per sé incuriosisce, visto che in Italia non capita tutti i giorni.

Succede che il loro disco omonimo esce il 6 Gennaio, edito dalla mai troppo elogiata AMS Records, e la data milanese del primo tour promozionale me la perdo, smadonnando non poco perché, pensavo, se il live fosse stato bello anche solo la metà del disco, mi sarei perso una gran cosa.

Fortunatamente la vita offre a tutti una seconda occasione.

Tempo fa, quando lessi quello che Lillian Roxon, una critica musicale degli anni ’60-’70, scrisse sui Grateful Dead rimasi di merda: in pratica diceva che il loro primo disco era brutto perché lei li aveva visti dal vivo e non erano riusciti a trasferire neanche un decimo della potenza delle loro esibizioni live.

Una persona oggi non direbbe mai una cosa del genere, a meno che non ascolti i Negramaro, però, in quel caso, la Roxon se lo poteva permettere: era la persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto. Aveva vissuto tutta la rivoluzione rock degli anni ’60 e la Summer of Love di San Francisco, perciò quello che diceva era verosimile.

Io, invece, nel mio piccolo, non avevo mai assistito a un live che fosse migliore del disco, questo perché è sempre tutto troppo progettato a tavolino e i musicisti cercano erroneamente di essere sempre perfetti, come un nastro registrato.

Ascoltando i Winstons, però, finalmente ho provato sulla mia pelle quello che la Roxon intendeva. Lungi da me il pensare che il loro disco sia brutto, anzi. È un disco che, ovviamente, cita molto il prog inglese anni ’70, soprattutto i Soft Machine e King Crimson, ma che ha la sua personalità: i suoi creatori sono mediterranei e quindi viene fuori un calore e un colore nell’esecuzione che non li rende semplici emuli dei loro illustri ispiratori. Un disco che tutti hanno subito bollato come prog di Canterbury, etichetta che, a mio avviso, è molto riduttiva e fuorviante. Definirli così fa subito pensare ad un’operazione nostalgia, cosa che non è.

Il live però è stata un’altra cosa. Un po’ come se i Grand Funk Railroad fossero nati in una sperduta campagna inglese. Questa è più o meno l’idea del suono dei Winstons dal vivo. Dell’Era suonava il basso come fosse una chitarra, tanto è vero che all’inizio pensavo stesse usando proprio una chitarra, ma con un amplificatore da basso, tipo i Kyuss prima che Josh Homme si rincoglionisse, invece un paio di canzoni dopo sono andato sotto il palco e ho visto che era un basso effettato come una chitarra. Gabrielli era circondato da tastiere e sintetizzatori, il tutto rigorosamente analogico e d’epoca. Come al solito, non si è limitato a suonare solo quelli: si divideva tra sax, flauto dolce, flauto traverso e finanche la batteria. Infatti, lui e Gitto, di tanto in tanto, si scambiavano il posto. Si vedeva che stare dietro a piatti e rullanti non era il suo habitat naturale, ma comunque la performance non ne ha risentito. Di contro, Lino Gitto la batteria l’ha suonata, oltre che con le bacchette, anche con le mani. Batteria che, tra l’altro, aveva una configurazione insolita in quanto i soli piatti presenti erano il charleston e il gong, scelta da me condivisa perché, oltre ad essere i miei due piatti preferiti, conferisce alla musica un suono più asciutto che si amalgama meglio con le tastiere e il basso. Era come se il suono generale del gruppo fosse stato studiato per non sforare oltre certe frequenze. Il che è un bene, poiché spesso nei locali piccoli l’amplificazione lascia abbastanza a desiderare ed è molto frequente che a un certo punto, quando i musicisti cominciano a lasciarsi andare, si senta solo un pastone rumoroso indefinito.

Tutte queste analisi tecniche, in realtà, sono considerazioni che ho fatto tra una canzone e l’altra perché quando ero lì ero completamente preso dalla performance. Da che ho memoria non mi è mai capitato di assistere a un concerto così coinvolgente e ad una così cristallina esibizione di talento in libertà. Il gruppo è completamente anarchico, nell’accezione positiva del termine. Si avvertiva chiaramente che ogni componente aveva lo stesso peso all’interno del gruppo e che c’era una totale libertà di sperimentazione e improvvisazione.

Il merito di questo risultato penso sia dato dal fatto che i Winstons considerino questo loro progetto come un gioco, una valvola di sfogo da coltivare parallelamente alle loro carriere ufficiali. Questo è anche l’unico limite del gruppo.

C’è così tanto talento e originalità in quello che fanno che sarebbe il caso di non vederlo solo come un side project, dato anche il riscontro positivo del pubblico, bensì la punta di diamante delle loro carriere. Un progetto su cui investire anche sul fronte internazionale, dove, sicuramente, sarebbe accolto con favore. Non perché la loro musica sia qualcosa che richiama il passato, facendo leva sulla nostalgia dei bei tempi andati, ma semplicemente perché questa è musica buona e, in quanto tale, merita di essere divulgata al più vasto pubblico possibile.

Stavolta questo non è il riverbero di un passato lontano, come accennavo all’inizio, ma il suono nitido di un presente votato al futuro.