Tom à la ferme: Dolan che interpreta Dolan [RECENSIONE]

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Tom à la ferme: recensione del film di Xavier Dolan dal 6 Luglio 2016 nelle sale italiane

E’ proprio periodo Xavier Dolan in Italia grazie al chiacchericcio intorno a E’ solo la fine del mondo (in arrivo il 1° Dicembre su distribuzione Lucky Red dopo l’acclamazione a Cannes). Così, dopo il recupero in sala di Laurence Anyways, arriva anche Tom à la ferme, film in cui Dolan è anche interprete di un alter ego di se stesso.

Tom à la ferme: i cinema dove vederlo

Tom à la ferme è distribuito in Italia da Movies Inspired dal 6 Luglio 2016 per un periodo di tempo limitato e solamente nei seguenti cinema:

ROMA – CINEMA LUX, CINEMA FARNESE, CINEMA MADISON
MILANO – CINEMA APOLLO
TORINO – CINEMA CLASSICO
PERUGIA – CINEMA POSTMODERNISSIMO

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Tom à la ferme: la recensione

La filmografia dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan è molto autobiografica, nella sua difficoltà di essere accettato, nel suo rapporto con la madre. Il parallelismo è ancor più evidente in Tom à la ferme – tratto dall’omonima opera teatrale di Michel Marc Bouchard – in cui è lo stesso Dolan a vestire i panni del protagonista Tom, oltre a quelli di regista.

Tom si reca dalla famiglia del suo compagno Guillaume in campagna in occasione del suo funerale, scoprendo però che nessuno è a conoscenza dell’omosessualità del ragazzo, fatta eccezione per il fratello Francis (Pierre-Yves Cardinal). Quest’ultimo, un tipo particolarmente violento, gli impone il silenzio con la madre Agathe (Lise Roy) e con chiunque incontri: il rapporto fra Tom e Francis, motore dell’azione – brutale, violenta, sincera – dell’intera pellicola, è un pericoloso sali/scendi di emozioni, frustrazioni, attrazioni represse. Un viaggio sulle montagne russe dell’accettazione di se stessi. Il personaggio di Agathe è altresì l’emblema della donna di campagna chiusa e bigotta, ma allo stesso tempo materna e affettuosa.

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Un percorso – metaforico ma anche fisico, stancante come il lavoro rurale – che porta a una fuga, che forse è una fuga da stessi, forse una fuga da un mondo troppo crudele per essere accettato, forse è un mondo che fa paura, ma prima o poi bisognerà (ri)tuffarcisi dentro. Non c’è solo tensione sessuale nel corso di Tom à la ferme, e dilemmi esistenziali, ma anche toni profondamente thriller. C’è una continua ansia da separazione, ansia per ciò che faranno (o non faranno) i personaggi, ansia di essere scoperti, di essere vulnerabili, di essere visti per ciò che si è davvero e non essere accettati, con conseguenze disastrose.

Dolan gioca, sia come interprete che come regista, con una resa visiva e di sceneggiatura “sporca”, quasi ancestrale della realtà campagnola, in un certo senso minimalista. C’è il sangue della nascita di un vitello, la bellezza sensuale del tango – danza dei preliminari sessuali per eccellenza, c’è il mettere in discussione non solo l’essere “gente di città”, ma l’essere ciò che si è agli occhi degli altri prima che davanti al proprio specchio.