Truth: la verità del giornalismo ad ogni costo [RECENSIONE]

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Nell’anno in cui agli Oscar ha vinto la verità giornalistica de Il Caso Spotlight, non c’è da meravigliarsi se viene proposto un film che vuole raccontare un’altra verità scomoda, o almeno narrare il tentativo di scoprirla.

Truth – Il prezzo della verità, nuovamente tratto da una storia vera, ricorda moltissimo il meccanismo narrativo della seconda stagione della serie tv The Newsroom, che ha raccontato il dietro le quinte di un fittizia rete all news. Il secondo ciclo era tutto improntato su un flashforward iniziale, da cui poi venivano spiegati gli avvenimenti antecedenti che avevano portato a quelle conseguenze. E’ così anche nel film, in cui si va a scoprire il dietro le quinte di 60 Minutes, reale programma storico d’informazione statunitense, e della sua producer Mary Mapes (una sempre splendida Cate Blanchett), legata da una profonda amicizia al proprio “mentore” Dan Rather (Robert Redford), storico volto di CBS News. I due scovano un’indiscrezione non da poco sull’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, durante la campagna di rielezione, e decidono di indagare per scoprire la verità.

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Tratto dal libro della Mapes “Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power”, nel film c’è molto di reale, quindi, ed è proprio sulla parola del titolo carica di significato che si permea tutto il lungometraggio: qual è il prezzo da pagare per voler scoprire, anzi solamente chiedere, la verità? Cosa si è disposti a sacrificare per essa? La verità (ap)paga?

Confezionato ad hoc, come altri film di quest’annata, ma anche mancante di quel quid che dà identità alle pellicole, per quanto Truth risulti un po’ meno asettico (com’è stato Il Caso Spotlight). Possiede anche meno mordente di The Newsroom, nonostante una protagonista altrettanto carismatica (la Blanchett al posto di Jeff Daniels), soprattutto perché non ha alle spalle la sceneggiatura impeccabile, se pur retorica per alcuni, di Aaron Sorkin (grazie alla quale invece ha brillato un biopic atipico come “Steve Jobs” di Danny Boyle). Una lode va invece fatta alla parte finale di Truth, in cui la risoluzione è tutt’altro che prevedibile, soprattutto se non si conosce la storia vera da cui è tratto il film.

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I veri Mary Mapes e Dan Rather, e Robert Redford in una scena

Completano il cast le conferme in quanto a bravura attoriale Elizabeth Moss (Mad Men, Top of The Lake), Dennis Quaid (The Day After Tomorrow, The Words), Topher Grace (That ’70s Show, Interstellar) e John Benjamin Hickey (The Big C, Manhattan).

James Vanderbilt, al debutto registico dopo aver sceneggiato svariate pellicole come “Zodiac” e remake quali “Robocop” e “Total Recall – Atto di forza”, dimostra un’identità indagatrice nell’uso della macchina da presa, che va a scavare negli ambienti e segue i protagonisti nella loro caccia alla verità. Nessun piglio eccezionale però, tranne qualche dialogo ad effetto (Vanderbilt ha curato anche la sceneggiatura e la co-produzione del film). In generale la parte finale, con le musiche in pompa magna di sottofondo, risulta “eccessiva” nel suo voler elogiare gli Stati Uniti, senza celebrarli davvero.

Truth è quindi un lungometraggio che, nel mostrare la ricerca della verità, paga il prezzo di non essere particolarmente mordace e accattivante; di non essere riconoscibile in mezzo a questi insistenti dietro le quinte di storie vere, tratti da altrettanti romanzi-verità, che forse francamente lasciano un po’ il tempo che trovano oramai, ottenendo un effetto quasi opposto, “caricaturale” di situazioni e personaggi coinvolti.