Un padre, una figlia: l’etica si scontra con l’essere un buon genitore [RECENSIONE]

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Un padre, una figlia: recensione del film di Cristian Mungiu vincitore del premio alla Miglior Regia a Cannes 2016 che arriva nelle sale italiane dal 30 Agosto

Il fine giustifica i mezzi? Una frase semplice che ogni nonna ripete al suo nipotino. Un dubbio che si pone il regista rumeno Cristian Mungiu nel suo ultimo film, Un padre, una figlia, e che affligge il suo protagonista, un padre che pretende di fare tutto il possibile per il bene di sua figlia.

Romeo, un medico di mezza età che vive in Transilvania, è emozionato per l’imminente partenza della figlia Eliza che, grazie ad una borsa di studio, lascerà la Romania per andare a studiare all’estero. Il giorno degli esami di maturità Eliza subisce un’aggressione e, mentre la ragazza cerca di rielaborare l’accaduto, il padre tenta tutto il possibile per non mettere a rischio il suo futuro (o meglio, il futuro che lui aveva programmato per lei).

I dilemmi di questo rapporto padre-figlia sono numerosi ma rimangono tutti senza una risposta. Mungiu non fornisce lezioni morali ma racconta la storia di una famiglia in cui tutti i suoi componenti risultano instabili, chiusi in loro stessi e messi alla prova davanti all’incessabile domanda etica: cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Nonostante la Romania sia importante per il regista, il film ha l’intenzione di andare ben oltre i confini nazionali e arrivare a messaggi e tematiche di carattere universale. Dare un nome alla violenza è difficile e per questo se ne parla poco e male, come se fosse solo l’incidente scatenante che fa trasparire i conflitti dei personaggi. Romeo (Adrian Titieni) vive il suo essere adulto come una sconfitta per una giovinezza sprecata e non vissuta a pieno; per questo motivo, egli desidera realizzarsi almeno come padre e nel farlo rischia di perdere ciò in cui crede e la fiducia di sua figlia. Eliza (Maria Dragus) incarna il messaggio di speranza che il regista vuole consegnare alle nuove generazioni: nonostante la malvagità e la corruzione del mondo, Eliza continua per la sua strada, cercando quell’autonomia che suo padre raramente le ha concesso.

Palma d’Oro al Festival di Cannes 2016 per la Miglior Regia, il film incanta per i suoi preziosi quadri in movimento che riempiono tutti gli ambienti del racconto: la camera rimane fissa a lungo per osservare i protagonisti e le vite che li circondano. In un’orchestra di movimenti, i campi sono colmi di figure eppure ancora così ricchi di spazio: porte che si aprono e chiudono in continuazione, vetri e specchi che riflettono altri punti di vista, finestre che affacciano sulle realtà circostanti.

C’è un’atmosfera da thriller grazie alla quale la storia risulta profonda (sia a livello sociale che psicologico) e allo stesso tempo coinvolgente. Si raggiunge il giusto compromesso tra film impegnato e intrattenimento (sebbene non tutte le trame verranno portate a termine come in un thriller classico).

Un tono realistico fotografa la quotidianità che nasconde le verità più semplici, quelle che fanno più male. I rapporti del film sono basati su una catena infinita di favori, raccomandazioni, debiti: in questo circolo vizioso, il cattivo non è da nessuna parte ma, continuando a cercarlo, si rischia di ritrovarsi davanti ad uno specchio.