Warhol, solo il nome Po(p) bastare!

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Inaugura oggi al Museo Fondazione Roma, Palazzo Cipolla – dopo il successo della tappa milanese a Palazzo Reale, visitata da 225.000 persone – la mostra monografica Warhol dedicata al massimo esponente della Pop Art.

Curata da Peter Brant, Presidente e fondatore della Brant Foundation, e da Francesco Bonami , la mostra raccoglie 150 opere, tutte provenienti dalla collezione privata di Peter Brant che, oltre ad essere un collezionista di arte contemporanea, era un amico di Warhol.

Questa mostra è  un’occasione per il visitatore di muoversi all’interno di un racconto, “scritto” attraverso la selezione delle opere, nella totalità della produzione artistica – dagli esordi come illustratore per riviste di moda come Harper’s Bazar fino alle opere degli anni ’80 – del padre della Pop Art.

Si inizia con le illustrazioni delle scarpette a foglia d’oro e si arriva a la Last Supper con cui nel 1986 rese omaggio a Leonardo Da Vinci. Non mancano le ossessioni, i feticci e le paure del genio di Pittsburgh. Dalle serigrafie delle icone Pop, da Marilyn a Liz a Elvis fino alle Polaroid delle celebrities dello show business, della cultura  o del jet set degli anni ’60, ’70  e ‘80 a  testimoniare la sua passione per la fama a cui è dedicata un’intera sala; molte Polaroid ritraggono il giovane Brant e la sua famiglia, a testimonianza del rapporto intimo che c’era tra i due. I Disaster che parlano di morte ed esorcizzano così la sua grande fobia per la nera signora, Le Campbell’s Soup, le Coke e le Brillo Box, simboli del quotidiano dei gusti e dei consumi  dell’America,  ancora oggi presenti nella lista di quello che non manca tanto a casa del Presidente, tanto nelle mani di un clochard.

Abbiamo chiesto a Francesco Bonami, curatore d’arte contemporanea di fama internazionale e direttore Artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e di Pitti Immagine Discovery  aFirenze, di parlarci della mostra e della cultura Pop.

Perché secondo Lei oggi Warhol è un artista così importante?

Warhol è un artista che culturalmente sembra ancora vivente. Nel suo lavoro parla di temi che ci coinvolgono ancora oggi: il successo, il consumo, la celebrità  e la morte. Tutti soggetti “banali”, ma che sono le fondamenta dell’esistenza umana.

Con questa mostra si celebra il padre della Pop Art e della cultura pop in tutte le sue forme, che però in Italia è considerata cultura bassa. Perché secondo lei c’è questo snobismo verso la cultura Pop?

In Italia siamo un popolo di artigiani e quando è stato separato l’artigianato dall’arte, dall’idea, è rimasto questo vuoto e noi non riusciamo a concepire una produzione artistica che non coinvolga l’abilità manuale.

La Pop Art, che è una cosa apparentemente industriale, ci sembra quasi una truffa. È un nostro problema non aver capito che l’arte ha tantissime manifestazioni che principalmente partono sia dall’anima che dalla mente: poi c’è chi ha una capacità tecnica che le può realizzare queste idee c’è chi invece non ha bisogno di doverle realizzare come fosse un ciabattino.