Addio Pete Burns: mio mito degli anni’80

Il 2016 è un anno nero per la storia della musica. Troppe stelle stanno tornando in cielo: ciao Pete

Ieri sera quando un mio amico mi ha chiamato per dirmi della morte di Pete Burns sono rimasto incredulo e sinceramente molto male.


“Quando muore un artista lui si porta con sé i pensieri del mondo” cantava Donatella Rettore nel suo album omonimo del 1977 e penso che sia una citazione perfetta per lui.

Il successo discografico per Pete Burns e i Dead or Alive arrivò nel 1985 con “You spin me round (like a record)” e l’album “Youthquake”.

Erano gli anni ’80 dopo il Glam Rock, il Punk, i New Romantics arrivò un ondata di artisti che non si truccavano per scena ma erano dichiaratamente e orgogliosamente omosessuali e parlavano di omofobia, di necessità di cambiare le regole del gioco, di prendere coscienza della realtà.

Pete Burns, insieme a Boy George, Holly Jonhson e Jimmy Sommerville era uno di loro.

Boy George e i Culture Club avevano già creato non poco clamore per via del look, i Bronski Beat portarono al successo una canzone che parla di violenza omofoba e i Frankie Goes To Hollywood parlavano spudoratamente di orgasmo, ma quando arrivò Pete l’asticella si spostò molto più avanti.

Lui era il vero primo transgender. Corpo muscoloso e voce profonda e maschile ma con movenze e look assolutamente femminili.

“You spin me round (like a record)”, prodotta dagli sforna successi Stock, Aitken e Waterman, divenne un successo incredibile e anche noi in Italia fummo, per fortuna, costretti a confrontarci con lui.

Quello che lo differenziava da tutti era il suo incarnare lo spirito edonista di quegli anni e di usare il look come mezzo di espressione per sovvertire un sistema e non per esprimere la sua sessualità.

L’essere sposato con una donna creava un mito di curiosità attorno a questa figura sicuramente eccezionale, matrimonio che dopo venticinque anni si è terminato a favore di una nuova relazione con un uomo “benedetta” dalla signora del Punk Vivienne Westwood che creò per la coppia gli anelli.

Quando uscì “You spin me round (like a record)”era l’estate del 1985 ed io avevo dieci anni. Ho un ricordo nitido di me bambino con il mio costumino sul bagnasciuga di San Benedetto del Tronto che mi rotolo nella sabbia lasciandomi bagnare dalle ondine della battigia cantando questa canzone come se interpretassi un video clip.

Quando un amico, un paio di mesi fa, mi ha chiesto di pensare a un mio mito maschile degli anni ottanta per il manifesto della serata dedicata al mitico decennio, in cui dovevo suonare, ho subito detto lui!

A quell’età molte cose non mi erano chiare, quello che capivo è che ci si poteva esprimere, che nella vita non tutto era già stabilito da regole borghesi e polverose. Con la sua fierezza, con la sua immagine è riuscito nel tempo ha tirare fuori la mia, ma non solo quella di omosessuale, ma quella di persone che non crede nei cliché, che ama la moda e i suoi contenuti.

Ricordo quando partecipò al progetto “Virgin Voices” (album tributo a Madonna) e cantò “Why’s it so hard” fu un vero gioiello.

Già cantata da lei quella canzone era un manifesto alla libertà, al rispetto ma fatta da lui il tutto si amplificava all’ennesima potenza.