Generations of Love – Extensions: ritorna in libreria il romanzo cult di Matteo B Bianchi

Ci sono quelli che hanno avuto il ’68, Woodstock, la rivoluzione sessuale, gli anni di piombo, il post-comunismo. La mia generazione ha avuto Wanna Marchi.

“Generations of love” è il primo romanzo di Matteo B Bianchi. È arrivato per la prima volta negli scaffali delle librerie nel 1999 e oggi ci torna in una versione Extension.


Perfetto ho fatto il giusto intro in cui non dico nulla, in cui do per scontato che tutti dobbiate conoscere l’autore e il libro, capire perché per me è importante questa “nuova versione” e soprattutto perché ho usato le virgolette quando ho scritto nuova versione.Facciamo un passo indietro … c’era una volta un ragazzo  – gay –  di quasi 27 anni che un pomeriggio per riprendersi dalla giornata passata nell’ufficio dove svolgeva il servizio civile decide di partecipare alla presentazione di un libro nella libreria, gay, che stava vicino al noioso ufficio.

Il libro in questione si chiamava “Fermati tanto così” ed era il secondo libro di Matteo B Bianchi.

Preso posto in fondo – non si sa mai per qualche strano motivo che lo coinvolgano – assiste alla presentazione. Il libro racconta del periodo del servizio civile dell’autore e quindi lo sente molto affine.

Quando iniziano le domande del pubblico – che il ragazzo non si è mai sognato di fare – gli astanti chiedono “solo” cose su “Generations of love”, quello che il ragazzo scoprirà essere il primo romanzo dell’autore, ne parlano in modo appassionato, dicono cose tipo “hai scritto la mia storia”, “il protagonista ero io”, sono curiosi di sapere se ci sarà un seguito. A quel punto la curiosità di capire perché tutte quelle persone fossero eccitate e partecipi come le amiche del merletto con il nuovo romanzo pieno di particolari piccanti di Jackie Collins è altissima.

Il ragazzo – che avrete capito ero io – compra il libro ed è una vera folgorazione. Grazie a “Generations of Love” scopro che si può parlare di omosessualità in modo serio e profondo, ma usando un tono leggero e divertente. Mi innamoro del personaggio  – non è una dichiarazione postuma a Matteo – delle sue avventure perché effettivamente sono io, mi ci ritrovo.

Nel libro ha un ruolo importantissimo la musica e la cultura Pop, il mio mondo quindi. Con il tempo ho continuato a seguire il lavoro di Matteo e siamo anche diventati amici – mi ha detto che se lo scrivo non mi querela – ho letto tutte le cose che ha pubblicato, ho visto i programmi che ha scritto come autore,“Victor Victoria” tanto per citarne uno, e qualche giorno fa su Facebook  – che ogni tanto serve ancora per informare  –  ho scoperto dell’uscita della versione Extension di “Generations of Love” e che sarebbe venuto a Roma a presentarlo.

Prima della presentazione non mi ha voluto anticipare nulla su cosa significasse Extension, che cos’ha di diverso questa versione.

Per farlo sapere anche a voi mi sono fatto una chiacchiera con Matteo.

Che effetto ti fa rivedere “Generations of love” di nuovo in libreria?

Mi rassicura. Nel senso che mancava da più di tre anni e mi chiedevano spesso quando sarebbe stato disponibile di nuovo, quindi mi sentivo un po’ responsabile per questa assenza. Ho persino scoperto che c’erano copie in vendita on line a prezzi assurdi. Da un punto di vista emotivo poi è una strana sensazione, perché è il mio primo romanzo e oggi esce di nuovo, in una versione arricchita, e quindi è come dargli una seconda vita.

Che significa quell’Extensions nel titolo?

Il sottotitolo Extensions richiama alle ciocche di capelli posticci che si utilizzano per rendere più voluminose le acconciature ed essendo figlio di parrucchiera mi divertiva applicare questo termine a un romanzo.

Per quanto ironico però il senso è davvero quello: si tratta di una serie di racconti che ampliano il contenuto del libro. Non si può parlare di una versione “extended” perché il romanzo originale rimane inalterato, ma di di una serie di storie parallele con protagonisti i personaggi del libro. E trattandosi di un libro autobiografico i personaggi sono la mia famiglia o i miei amici.

Per esempio c’è un racconto su mia mia nonna che secondo me fa piuttosto ridere perché racconto alcuni fraintendimenti esilaranti che faceva quando guardava la tv, confondendo trame e programmi fra un colpo di sonno e l’altro. Un altro riguarda gli esiti disastrosi del corso d’inglese che hanno deciso di seguire i miei genitori in pensione. L’ultimo racconto invece è un vero e proprio capitolo extra che riprende le vicende del romanzo là dove si erano interrotte.

Quando hai capito che si poteva parlare di cose serie in modo leggero e pop?

L’ho sempre saputo. Da lettore, intendo. O da spettatore. Ho sempre trovato più filosofici i film di Almodovar che quelli di Antonioni, il fatto che si rida guardandoli non toglie il senso profondo del contenuto.

Il monologo di Agrado in “Tutto su mia madre” vale da solo più di ogni discorso sull’identità di genere e sull’essere fedeli a se stessi, per dire.

Credo che in Italia sia ancora molto radicata l’opinione secondo la quale esista una netta divisione fra la commedia e il dramma, a me invece piacciono i testi nei quali uno è fra le righe dell’altra. Quando avevo finito di scrivere “Generations” avevo fatto leggere il dattiloscritto ad alcuni amici scrittori.

Ricordo che uno di loro (uno diventato importantissimo in seguito, un Premio Strega, per capirci) mi aveva sconsigliato di pubblicarlo, perché diceva che “avevo tolto la tragedia e il dramma all’omosessualità”.

In altre parole, secondo lui il tema aveva senso solo se faceva piangere, se no era privo di valore. Ecco, io pensavo esattamente l’opposto.

Il 2016 è stato un anno negativissimo, tralasciando i drammi politici, abbiamo perso icone importanti penso in particolare a David Bowie, Prince e Pete Burns, ma anche una super pop come Marta Marzotto mi dici una cosa su ognuno di loro.

La morte David Bowie è stato per me un lutto quasi familiare. Ho praticamente tutti i suoi dischi, l’ho seguito moltissimo nella sua carriera e credo che alcune delle ultime cose che ha fatto siano semplicemente straordinarie.

Senza contare che a Bowie si deve per esempio la nascita dell’intero movimento new romamtic, quindi se non ci sta fosse stato lui metà della mia adolescenza sarebbe stata completamente vuota. E poi David Bowie rappresenta l’esempio massimo di come si possa fare musica sperimentale, indipendente dalle mode del momento, restare fedele a se stessi, al proprio percorso ed essere comunque una star mondiale. Una perdita incolmabile, davvero.

Non ho mai amato particolarmente Prince perché tutto quello che è musica black è piuttosto lontano degli interessi, l’r’n’b, il funk, l’hip hop, sono generi che non mi hanno mai toccato particolarmente. Riconosco ovviamente la genialità di Prince, ma non ho alcun coinvolgimento emotivo. Però ho degli amici che per i quali la scomparsa di Prince è stata traumatica come per me è stata quella di Bowie, quindi posso capire.

Pete Burns rappresenta invece un personaggio molto interessante perché è un caso paradossale di artista che non ha mai amato il successo che gli è capitato. Lui ha sempre detto che essere arrivata al numero uno in classifica con “You spin me round” è stata una maledizione per non aveva mai desiderato di diventare un personaggio così famoso. Viveva come un incubo l’essere fotografato continuamente, essere fermato dai fan anche al supermercato.

Il fatto che col tempio abbia cominciato a modificare il suo viso e il suo corpo, a ricorrere continuamente a interventi di chirurgia plastica trasformandosi maniera volte grottesca è da un certo punto di vista è stato per lui una sorta di performance artistica dall’altro rappresentava la sua insoddisfazione profonda, il fatto di non sentirsi mai davvero se stesso e questo che è sicuramente dovuto al successo che faceva difficoltà a gestire. Credo che un film biografico sulla vita di Pete Burns sarebbe veramente interessante.

Faccio invece molta difficoltà a considerare Marta Marzotto un’icona, sono onesto

Domanda classica da intervista seria: progetti futuri?

Ne ho svariati per fortuna. In primavera uscirà finalmente un mio nuovo romanzo, dopo cinque anni dal precedente, anzi praticamente sei, ed è un libro abbastanza atipico nei contenuti, sono molto curioso di vedere l’effetto che farà. Non riesco a prevederlo. E poi ho in progetto un saggio dedicato la figura della donna più odiata al mondo, cioè Yoko Ono, che invece io amo sconsideratamente. Ecco un’icona vera, per me.

 

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