Recensione 7 Minuti: donne e lavoro nel nuovo film di Michele Placido – #RomaFF11

recensione 7 minuti

Recensione 7 Minuti: donne e lavoro nel nuovo film di Michele Placido a #RomaFF11. Quei minuti che sembrano nulla, ma che nascondono molto di più.

Uno dei titoli più attesi di quest’undicesima edizione del Festival del Cinema di Roma 2016 è stato senza dubbio 7 Minuti di Michele Placido, un film che mette in campo un super cast di attrici per raccontare una storia controversa di donne e lavoro, ambientato in una fabbrica tessile e ispirato a una storia realmente avvenuta in Francia.


Basato sullo spettacolo teatrale di Stefano Massini, che ha collaborato al soggetto e alla sceneggiatura, il film racconta la storia di una giornata all’interno della fabbrica tessile recentemente acquistata da una società francese: mentre davanti allo stabilimento si radunano più di 300 operaie che temono di perdere il proprio posto di lavoro e il loro salario, Bianca (Ottavia Piccolo), portavoce del consiglio delle operaie, esce dalla sala dove si è appena tenuta la riunione con la delegata francese (Anne Consigny) con delle lettere in mano, una per ognuna delle operaie che compongono il Consiglio (Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Cristiana Capotondi, Ambra Angiolini, Violante Placido, Clemence Poesy, Sabine Timoteo, Bailkissa Maiga). Bianca appare visibilmente preoccupata, perché nella lettera è scritta la condizione che le operaie devono rispettare per avere assicurati posto e salario. Avvisa le compagne di non lasciarsi trasportare dall’emotività e di leggere “non solo cosa c’è scritto, ma anche quello che non c’è scritto”. La condizione appare ridicola: le operaie devono rinunciare a 7 minuti di pausa pranzo dei 15 cui hanno diritto ogni giorno. La ferma opposizione di Bianca desta sorpresa, rabbia e sdegno nelle altre operaie e Bianca dovrà cercare di far capire le proprie ragioni, del perché non sta rinunciando a 7 minuti, ma a ciò che quei minuti rappresentano…

Per format simile a La Parola ai Giurati (Sidney Lumet, 1957) e per tema a Due Giorni, Una Notte (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014), 7 Minuti tocca il tema del lavoro nell’Italia contemporanea, cercando di mettere a fuoco una componente essenziale non solo del lavoro, ma della vita quotidiana del lavoratore italiano: la paura. La paura di perdere il posto, di non poter sfamare la propria famiglia, la paura degli attentati, degli immigrati che rubano il lavoro, la paura di non poter metter su famiglia in questo Paese, la paura che spinge a rinunciare a qualunque cosa pur di lavorare, anche alla propria dignità. Il film imbastisce un dibattito, mettendo da un lato le ragioni di Bianca, supportate da altre operaie, ma mostra anche le motivazioni di chi a quei sette minuti è ben disposto a rinunciare, pur di continuare a ricevere uno stipendio. Perché “è con i soldi che si campa, non con le idee”, sostengono le favorevoli all’accordo. E per le operaie come loro, che devono mantenere figli e spesso mariti in cassa integrazione, quei soldi sono troppo importanti per perdersi dietro agli ideali. Ma dall’altro lato, sempre più si insinua la sensazione di essere vittime di un ricatto, di una condizione sì ridicola, ma che comunque porta via minuti che diventano ore di lavoro in più non pagato, e che non sono nella posizione di rifiutare. Soprattutto, Bianca sente la responsabilità, il peso che ha sulle spalle quel Consiglio che deve decidere anche per tutte le altre operaie che attendono fuori dalla fabbrica.

All’apparenza ridicolo, il pretesto dei 7 minuti ha la capacità di coinvolgere il pubblico con delle ragioni inaspettate che rendono il film importante per un’Italia dove il lavoro e la paura hanno stretto un rapporto così stretto. Comprendere le ragioni di queste donne, andare a fondo nelle loro vite e nelle loro storie che le spingono ognuna alla propria decisione, rende il dibattito che percorre il film vivo e soprattutto ben proporzionato, data l’importanza che viene data a ognuna delle ragioni in gioco. Tutte le donne hanno un passato diverso, che non viene lasciato fuori dalla stanza ma le accompagna continuamente, perché questa è la realtà della vita: la solidarietà operaia purtroppo finisce laddove inizia la paura di non poter mangiare, di non poter far mangiare i propri figli, di dover rinunciare ai propri sogni. La rivoluzione è bella a parole, ma quando si tratta di passare ai fatti è tutta un’altra storia. Bisogna fare i conti con le proprie responsabilità, al di fuori e all’interno della fabbrica e trovare un compromesso può essere impossibile. Specie se la paura lacera e divide queste donne, le porta a scontrarsi come bestie, a disperarsi perché la vita le ha portate lì, in quel momento, a dover prendere una decisione solo all’apparenza semplice ma che le costringe a mettere sul piatto della bilancia tutte le loro esistenze, le loro conquiste come le loro rinunce.

La questione è talmente viva da riuscire a farsi largo nella retorica che accompagna tutto il film, purtroppo uno dei suoi principali difetti, che si rende particolarmente evidente verso il finale. Senza anticipazioni, il film riesce quasi fino alla fine a mantenersi bilanciato, mentre sul finale prende decisamente posizione con fin troppa enfasi, operando una sorta di contraddizione in termini: se il dibattito era ruotato tutto intorno al perno dell’importanza della discussione, insomma del dibattito stesso, questo netto punto di vista finale azzera le ragioni di una delle due parti, demarcando ciò che per gli autori è giusto e ciò che è sbagliato. Una scelta coraggiosa ma non per questo meno controversa, che può (giustamente) trovare delle opposizioni. Però forse è ciò che lo stesso Placido desiderava, continuare il dibattito, proseguirlo all’infinito per ribadirne l’importanza, creare discussione, divergenza. E d’altronde, è questo che un buon film, che sia a tema politico o meno, deve essere in grado di fare.

7 Minuti sarà nelle sale dal 3 Novembre 2016 su distribuzione Koch Media.