Recensione Black Mirror: la terza stagione tra successi e flop

Recensione Black Mirror 3

Recensione Black Mirror: la terza stagione tra successi e flop. Le puntate migliori e le peggiori della serie ora targata Netflix

La terza stagione di Black Mirror, la prima dopo l’acquisto di Netflix dei diritti della serie britannica creata da Charlie Brooker, presenta alcuni elementi di novità rispetto alle due stagioni precedenti: innanzitutto la serie è uscita dai confini britannici, essendo alcuni dei sei episodi (il primo e il quarto) ambientati in territorio americano; inoltre, le puntate sono raddoppiate e sono state visibilmente influenzate da una sceneggiatura hollywoodiana, che ha ampliato notevolmente la portata delle storie, effetto che ha i suoi pro e i suoi contro: se è vero, infatti, che le puntate meglio riuscite di questa stagione hanno trovato il giusto equilibrio tra portata della storia e durata, gli episodi rimanenti peccano di mancanza di originalità ma soprattutto non riescono a concretizzarsi in racconti compiuti, rassomigliando più a spunti per opere di durata maggiore. A dire il vero, quasi tutte le puntate di questa stagione (a parte l’eccezionale Nosedive) incorrono in questo problema tecnico, ossia il soffrire notevolmente del minutaggio imposto dal format della serie. L’unica puntata ad avere più ampio respiro è l’ultima, Hated in the Nation, anche questa però affrettata nel finale, togliendo quindi spazio a una componente che è l’essenza stessa di Black Mirror, ossia la riflessione dietro agli eventi narrati.


Fin dalla sua prima puntata (la storica The National Anthem che non ci ha fatto più guardare ai maiali allo stesso modo) è risultato chiaro come l’intento autoriale fosse quello di esplorare il rapporto tra uomo e tecnologia in una chiave di invasione: partendo dalla realtà e dall’influenza che la tecnologia ha nelle relazioni, nelle menti e nei pensieri umani, la serie vuole ipotizzare delle evoluzioni delle tecnologie attuali, immaginando di conseguenza anche gli effetti sulla nostra psiche, in un rapporto contorto di causa-effetto, dove noi siamo la causa della tecnologia ma diventiamo l’effetto della stessa. Il Black Mirror, lo specchio nero, è ispirato allo schermo dei nostri smartphone, tablet e computer quando sono però spenti e quindi, pensiamo, innocui. Ma è proprio in quel nero che dormono i nostri segreti, i nostri veri io, affidati a entità che la serie non ha mai definito, rimandando sempre a figure di orwelliana memoria come il Grande Fratello che tutto vede e tutto può, che controlla le nostre vite dandoci solo l’illusione del libero arbitrio, della libertà, o della felicità.

Questa terza stagione ha rispettato questo tema a metà: se alcune puntate (Nosedive, Playtest, Shut Up and Dance e Hated in the Nation) hanno rispettato il format standard di Black Mirror, ossia l’evoluzione immaginaria di tecnologie esistenti o comunque plausibili, le rimanenti (San Junipero e Men Against Fire) sono andate “fuori tema”, senza che questo significhi necessariamente la non riuscita della puntata. Semplicemente, la tecnologia che viene illustrata è distante dal nostro mondo e la narrazione è settata da regole della fantascienza più “classica”, addirittura (come nel caso di San Junipero) eliminando la regola dell’invasione e mostrando una tecnologia “amica”. Una variazione che può essere interessante se ben trattata, ma che rischia di cadere nel grande tranello del genere sci-fi, ossia il temutissimo “già visto”: Black Mirror è riuscita, in molti casi, a proporre scenari fantascientifici originali, ma in questa stagione, forse a causa del numero aumentato di puntate, i riferimenti e le citazioni da altre opere sono stati maggiormente evidenti.

Tornano comunque regolarmente tutti i meccanismi che Black Mirror ha già utilizzato in passato, come tecnologie visive impiantate negli occhi dei personaggi, oppure la “realtà aumentata” che inganna spettatore e protagonista mostrando il mondo deformato. Questa terza stagione ha voluto mostrare tutte le carte della serie, narrando episodi che analizzano il tema uomo-macchina in tre chiavi: la tecnologia che ha generato un futuro distopico ma plausibile (Nosedive e Men Against Fire), la tecnologia già esistente ma invasiva e pericolosa (Playtest e Shut Up and Dance) e infine una tecnologia “metafisica” (San Junipero e Hated in the Nation). Andiamo ad analizzarle seguendo questo schema, senza spoiler e indicando quali, secondo noi, sono le puntate meglio e peggio riuscite:

Futuri possibili e pericolosi: Nosedive e Men Against Fire

Nosedive (Caduta Libera in italiano), mostra un mondo dalle tinte color pastello (ormai si dice filtro Instagram) in cui ogni essere umano possiede un chip impiantato negli occhi che permette di accedere al profilo social di chiunque incroci il suo sguardo. Passioni, hobby, foto e amicizie di chiunque sono alla nostra portata, oltre a un punteggio che va da 0 a 5 e che mostra il grado di popolarità dell’individuo, grado sulla base del quale si ottengono privilegi e bonus sociali, quali migliori posti di lavoro, migliori appartamenti e posti in prima classe nei mezzi di trasporto. La propria immagine social è divenuta una moneta di scambio e chiaramente la costruzione della propria persona sociale è un business nonché un lavoro a tempo pieno. Lacie (Bryce Dallas Howard) cerca in tutti i modi di raggiungere il punteggio di 4.5 e sembra che la fortuna giri dalla sua parte quando viene invitata al matrimonio di Naomi (Alice Eve), una sua amica d’infanzia divenuta molto popolare. Ma un semplice imprevisto rovinerà la sua giornata, precipitandola in una spirale di punteggi negativi…

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Men Against Fire (Gli Uomini e il Fuoco) si ambienta in un futuro mondo che viene dopo una grande guerra, su cui non si hanno maggiori informazioni: si sa solo che alcuni soldati scelti devono scovare e uccidere dei mostri umanoidi, chiamati “scarafaggi”, che terrorizzano la popolazione e hanno le loro tane in vecchi edifici abbandonati. Durante un attacco, Stripe (Malachi Kirby) viene colpito da un fascio di luce proveniente da uno strano strumento che gli scarafaggi gli puntano contro e comincia a manifestare degli strani effetti collaterali che lo faranno progressivamente impazzire…

blackmirror_ep4_men_against_fire_1492r-0Due puntate che hanno in comune la costruzione di un mondo distopico, ma che per risultato sono molto distanti: se Nosedive riesce a tratteggiare un mondo avvalendosi anche dell’aiuto di uno stile di regia, di recitazione e di fotografia, costruendo un universo narrativo senza il bisogno dei tanti temuti “spiegoni”, Man Against Fire non riesce a fare altrimenti: i minuti finali della narrazione sono impiegati per una necessaria descrizione del mondo, che viene letteralmente spiegato a mo’ di lezione di storia. Un’idea che sa già di stantio, che va a unirsi a un intreccio simile a La Quinta Onda (J Blakeson, 2016) rendendo la puntata una delle meno riuscite. Nosedive, invece, che è forse la migliore di queste sei puntate, riesce nella difficile impresa di esagerare una realtà con cui tutti abbiamo dimestichezza, ossia la costruzione ossessiva di una nostra immagine-specchio. Immagina persino un “lieto fine” che nasconde una riflessione che risulta portata a compimento, non quindi un semplice spunto per una storia, ma vero e proprio tema sviluppato con coerenza. La cura del design del mondo di Lacie, dove la tecnologia è plausibilmente una versione più evoluta (ma neanche tanto) della nostra, mostra un’attenzione ai dettagli che manca in Man Against Fire, più simile per regia, temi e sviluppo a un survival-game come tanti se ne sono visti negli ultimi anni, primo tra tutti The Last of Us di cui questa puntata sembra un reboot sia per scelte stilistiche che tematiche.

Il futuro è adesso: Playtest e Shut Up and Dance

Playtest (Giochi Pericolosi) racconta di Cooper (Wyatt Russell), un viaggiatore americano che in seguito alla morte del padre decide di fare un viaggio intorno al mondo per evadere da una difficile situazione a casa. I suoi pellegrinaggi lo portano a Londra dove, rimasto senza soldi, accetta di fare da cavia presso un’azienda miliardaria che produce videogiochi, per testare un nuovo gioco horror rivoluzionario…

playtest-black-mirrorShut Up and Dance (Zitto e Balla) narra invece di Kenny (Alex Lawther), un adolescente come tutti: diviso tra la scuola e un lavoro part-time, ha una sorella minore e una madre single e conduce una vita perfettamente ordinaria. Una sera, solo in camera, apre un sito pornografico per masturbarsi, come ogni adolescente. Non sa che un virus ha infettato il suo computer e si è infiltrato nella sua web-cam…

347698Anche in questo caso una puntata meglio riuscita e un’altra meno. Shut Up and Dance è forse l’episodio a maggior livello di ansia di questa stagione, effetto dovuto alla bella interpretazione del giovane Alex Lawther (già visto in The Imitation Game nei panni del giovane Alan Turing) e anche al pretesto della storia, più attuale che mai specie in quest’ultimo periodo dove molto si è parlato di storie tristi come quella di Tiziana Cantone. La puntata sfrutta con molta sapienza una consapevolezza sopita dentro di noi, ossia che i nostri veri io, come già detto, non sono affatto al sicuro nella rete, dove sono alla portata di chiunque abbia i mezzi per spiarci e ricattarci. Ma siamo abituati a sentirci al sicuro e come conseguenza riversiamo i nostri peggiori istinti nello “specchio nero” del nostro computer, quasi un metodo necessario per sopravvivere nel mondo reale. La puntata presenta anche un notevole twist tematico che si svela nel finale dell’episodio, che assume toni moralistici che mettono in difficoltà lo spettatore nel giudicare se quanto visto sia giusto o sbagliato. Ben scritta, la puntata riprende un tema classico di Black Mirror, ossia l’influenza che la rete può avere sulle nostre vite (si pensi all’episodio The National Anthem), peccando forse di ripetitività ma risultando gradevole per ritmo e struttura.

Lo stesso non si può purtroppo dire per Playtest: oltre ad avere delle carenze dal punto di vista della sceneggiatura (non si spiegano personaggi introdotti come tappabuchi come la ragazza che Cooper incontra a Londra), la puntata non solo risulta legata a un vecchio canone della fantascienza (non è possibile non pensare al recente WestWorld oppure a film come ExistenZ di Cronenberg) ma lo sviluppa in maniera non originale e poco aderente al genere prescelto, ossia l’horror, non riuscendo a spaventare se non con qualche vecchio e stanco trucco. Il finale, inoltre, denota una notevole mancanza di inventiva da parte degli autori, rendendo Playtest la puntata peggiore di questa stagione.

Heaven and Hell are Places on Earth: San Junipero e Hated in the Nation.

Yorkie (Mackenzie Adams) arriva a San Junipero nel 1987 e in un locale incontra Kelly (Gugu Mbatha-Raw), una ragazza attraente e alla moda con la quale fa amicizia, colpita dal suo modo di fare così sicuro e distante dal suo, timido e impacciato. L’amicizia si trasforma velocemente in qualcosa di più e le due donne finiscono a letto insieme. Ma l’indomani, Yorkie cerca Kelly che però sembra essere scomparsa…

Black Mirror

Hated in the Nation (Odio Nazionale) si ambienta in un futuro prossimo in cui si verificano misteriosi omicidi che colpiscono alcuni personaggi famosi, tutti “colpevoli” di episodi che li hanno resi dei bersagli sui social network, dove gli insulti si accompagnano all’hashtag #DeathTo (Morte a). Sulla vicenda indagano le detective Parke (Kelly MacDonald) e Cotton (Faye Marsay) che scopriranno una spaventosa verità…

black-mirror-hated-the-79291_bigQuesti due episodi sono tra i più particolari dell’intera serie e sebbene anche in questo caso ritroviamo una puntata meglio riuscita dell’altra, entrambe riescono comunque a rendersi interessanti per le tematiche prese in esame. San Junipero rappresenta un caso unico nella storia di Black Mirror: per la prima volta la tecnologia non è nemica o invasiva, ma la si potrebbe considerare come il frutto di una nuova concezione “metafisica” della scienza, capace di creare una risposta alla domanda che l’uomo si pone dall’alba dei tempi: cosa c’è dopo la morte. Un uso della fantascienza che ricorda film come Se Mi Lasci Ti Cancello (Michel Gondry, 2004), ossia un low sci-fi che non invade la vita umana ma si inserisce nel tessuto sociale, portando lo spettatore a porsi domande che esulano dalla storia narrata. A prima vista, San Junipero racconta quella che sembra una storia d’amore, ma a ben pensarci le tematiche poste in essere riguardano la possibilità di creare artificialmente la vita, l’amore e la felicità, e se queste creazioni possono essere paragonabili alla vita vera. Può esistere ancora un senso alla vita se questa non può materialmente essere vissuta per malattie o impedimenti fisici? Quanto possiamo essere definiti ingordi se non ci accontentiamo di quanto avuto in vita ma vogliamo essere felici per l’eternità? Siamo forse da condannare per il nostro desiderio di vivere in eterno con la persona amata? Dietro la storia di San Junipero si nascondono queste domande che rendono quest’episodio una bellissima variazione sul tema, oltre che una delle puntate meglio realizzate di sempre, grazie alle scelte registiche e (soprattutto) musicali.

Hated in the Nation, seppur interessante, pecca forse di voler mettere troppa carne al fuoco: sono lodevoli i tentativi di descrivere un mondo mostrandolo e non raccontandolo (come il già visto Nosedive) e i contorni biblici e apocalittici della vicenda sono notevoli, ma nonostante la puntata sia la più lunga tra quelle mandate in onda (con eccezione dello special natalizio) il finale non rende giustizia alla storia narrata, risultando affrettato e privandolo di una dimensione conclusiva, provando ad assumere dei toni moralistici che purtroppo non convincono, dando l’impressione di una storia troncata appena prima di avere una degna conclusione.

In generale, con questa stagione Black Mirror è riuscita a far parlare di nuovo di sé sfruttando un tema che rischiava un precoce esaurimento, mostrandosi capace di rinnovarsi e soprattutto di essere incredibilmente attuale, portando la riflessione sulla tecnologia a livelli di realtà che raramente vengono visti in televisione.

La quarta stagione, già confermata, vedrà la luce nel 2017 e sarà sempre targata Netflix.