Recensione Ricordi di un inverno inatteso: il teatro oltre il teatro di Collalti

ricordi di un inverno inatteso

Recensione Ricordi di un inverno inatteso: il saggio di diploma di Lorenzo Collalti al Teatro Studio Eleonora Duse per l’Accademia Silvio d’Amico

Ciò che fa Lorenzo Collalti coi propri spettacoli è travalicare il teatro, contaminandolo con il cinema, la letteratura, la televisione, per finire dritto nel cuore degli spettatori. Ottenere un prodotto che è molto più della somma delle sue parti è arte nel senso più alto del termine.


Quale miglior occasione del suo saggio di diploma, lo spettacolo da lui interamente scritto e diretto Ricordi di un inverno inatteso (in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma dal 10 al 17 Novembre 2016 alle 20.00 e la domenica anche alle 17.00) per interrogarsi e interrogare il pubblico su cosa sia proprio ciò che sono andati a vedere a teatro: l’arte, appunto. Qual è il suo significato primordiale? Qual è il suo obiettivo primario? Chi ha studiato materie artistiche quante volte si è sentito dire con una risatina “Ma quindi che fai nella vita, per davvero?” E’ ciò che capita a Claudio (Emanuele Linfatti), il pittore al centro della storia, chiamato con una misteriosa lettera nella città sperduta di Arcadia, dalla regolamentazione unica al mondo e popolata di strampalati personaggi che segneranno per sempre la sua esistenza.

Credits: Futura Tittaferrante

Collalti non è solo un abile regista, nel dirigere i propri attori e la propria storia, ma dimostra di essere anche un vigile narratore: gioca con lo storytelling, in un meta-testo che dalla struttura di uno spettacolo teatrale sviscera la narrazione del “c’era una volta”. E’ encomiabile come riesca a far divenire lo storytelling stesso un espediente narrativo all’interno della propria storia. Si ride un sacco durante questi Ricordi di un inverno inatteso: di pancia, di testa, di spirito. Una comicità intelligente e a tratti nonsense che riesce a utilizzare la risata per parlare di qualcosa di molto più complesso, stratificato, studiato. Veicola lo spettatore per fargli assimilare meglio ciò che sta vedendo e ascoltando, per immergerlo pienamente nel proprio racconto.

Dagli antichi Greci e Romani alla prosa logorroica di Dante, dalla Francia di Robespierre a Modigliani, dal cinema di Truffaut e Godard alla nostalgia senza tempo di Midnight in Paris, dall’inverno senza fine di Game of Thrones all’atmosfera claustrofobica e soprannaturale di Wayward Pines: c’è tutto e il contrario di tutto nello spettacolo. Mai inserito in modo casuale, mai con l’impressione di chi è salito in cattedra per spiegare qualcosa, ma piuttosto di chi ha imbastito una storia per stimolare il proprio pubblico, intrattenerlo, emozionarlo e portarlo a riflettere sulla società che ci circonda.

Credits: Futura Tittaferrante

Le caratteristiche stilistiche del giovane e talentuoso regista tornano anche in questo nuovo lavoro, com’era stato nella rilettura di UBU e nell’originale Nightmare n.7: da una parte l’utilizzo di attrezzi di scena minimalisti, scomponibili e ricomponibili in parti anche inaspettate e tutte funzionali al racconto; dall’altra l’uso sapiente della scenografia e delle luci, pochissimo per trasmettere moltissimo, merito anche del reparto tecnico a cura di Sergio Ciattaglia, Dario Gessati e Gianluca Falaschi. Gli attori sfruttano sagacemente il proprio corpo e interpretano molteplici personaggi, tutti diversi eppure tutti parte dello stesso spirito, quello della città di Arcadia.

Dopo l’ottimo Padre UBU e il protagonista di Nightmare, Luca Carbone è la conferma di una grande presenza scenica e assieme a Stefano Guerrieri forma un’ottima coppia comica nei panni delle due guardie – sottopagate – della città. Menzione speciale per il giovane e promettente protagonista e la controparte femminile interpretata da Grazia Capraro: nei panni del pittore e della governante creano un passo a due intriso di dolcezza, che non può non emozionare soprattutto quando le loro due anime si permettono di avvicinarsi. Infine ottima prova anche per Pavel Zelinskiy, che tiene ottimamente la scena nella parte probabilmente più adorabilmente nonsense di tutto lo spettacolo, e per la giovane attrice polacca, diplomata alla Ludwik Solski State Drama School di Cracovia (Rete E:UTSA) Agnieszka Jania, che riesce a trasmettere tutto senza dire una parola.

Un teatro non solo per teatranti quello di Ricordi di un inverno inatteso e in generale quello di Collalti, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Un teatro necessario, poiché non discrimina, non snobba, parla a tutti per parlare proprio a te spettatore, di qualunque campo dell’arte ti interessi.

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