Recensione The OA: la serie del mistero tra il capolavoro e la presa in giro

recensione the OA

Recensione The OA: ha colto tutti di sorpresa, ma l’unico modo per giudicare è vedere con i propri occhi.

Recensione The OA – Che dire di The OA? La nuova serie di Netflix ha spiazzato tutti, sia per il suo arrivo a sorpresa nella programmazione (era stato annunciato ma non era mai stato rilasciato nulla), sia per il modo, unico per ora nella storia di Netflix, in cui è organizzata la visione.


Fino a questo momento, l’innovazione si era limitata allo streaming veloce e alla disponibilità immediata di ogni episodio; The OA fa un passo avanti e si rende, a tutti gli effetti, una serie concepita per essere guardata solo su Netflix, dettando tempo e regole della sua visione. Al termine di ogni episodio, infatti, un countdown di 5 secondi separa dall’inizio del successivo, suggerendo una visione fluida e continua. Un po’ come un album, in cui la base della traccia successiva parte già sul finale della canzone, dando un’idea di un solo brano, di un unico racconto.

The OA su NetflixCosa rende The OA così ipnotico? Soprattutto, di cosa parla, e cosa significa OA? Domande che sembrano avere una risposta, ma nel corso della visione ci si accorge che non è poi così importante, o che non c’è mai una sola risposta. All’apparenza, la storia di Prairie (Brit Marling, che è anche sceneggiatrice insieme a Zal Batmanglij), una ragazza cieca scomparsa sette anni prima e misteriosamente riapparsa di nuovo con la sua vista, ricorda le atmosfere di Twin Peaks o di X-Files.

Poi, ci si accorge che c’è molto altro, che le suggestioni si mescolano fino a rendere The OA una grande sintesi tra le atmosfere ovattate e pronte a esplodere di film come Elephant di Gus Van Sant o Mommy di Xavier Dolan e i racconti di vita nella provincia americana che ricordano Boyhood di Richard Linklater o il recente Manchester By The Sea di Kenneth Lonergan; ma c’è anche la fantascienza di Ex Machina (Alex Garland) o di Sense8 dei Wachosky, lo spiritismo di Malick, il mistero di Lost. The OA ricorda continuamente altro, eppure non è privo di un’identità propria, ma è proprio quella che sfugge a un giudizio definitivo.

The OA ha tutta l’aria di un esperimento, ed è ancora presto per vedere se è riuscito o meno. Nell’impossibilità di formulare un giudizio univoco, si può tentare di consigliarne vivamente la visione, che per una serie come The OA è un’esperienza tutta personale. Cercare di dire qualcosa sulla trama è inutile: creerebbe solo confusione o, peggio, pregiudizio. Chi scrive ne ha amato specialmente la recitazione molto fisica, coinvolgente, in cui i protagonisti sfiorano temi altissimi con un tocco delicato, quasi invisibile eppure memorabile in alcuni tratti. Brit Marling e il suo collega Emory Cohen (che abbiamo già apprezzato in Come un Tuono) sono eccezionali nello svolgere un compito che oscilla sempre tra il sacro e il ridicolo, in bilico come lo è l’intera serie.

Per questo, The OA può essere amata, odiata, come può essere non compresa. A rendersi inafferrabile è la continua sensazione di essere come presi in giro, in sospensione, salvo poi ripiombare in uno stato ipnotico, ansiosi di vedere dove conduce la storia di Prairie, di scoprire fino a che punto può spingersi questo strano mistero su cui Netflix ha deciso di investire così tanto. E in cui speriamo continui a credere, anche se ancora non si hanno notizie di un rinnovo per una seconda stagione.