Strike a pose: molto di più della vera storia dei ballerini di Madonna

Era il 1990, Madonna parlava di sessualità e di HIV, parlava di libertà, di responsabilità, combatteva stigma e pregiudizio. Sette ragazzi vengono scelti per seguirla come ballerini, scelti non tra professionisti, sei gay e un etero, e vivono un’esperienza che stravolge le loro vite.

Quando ho finito di vedere “Strike a pose” ho pensato che difficilmente chi non ha vissuto l’era del “Blond Ambition Tour”e successivamente di “Madonna: Truth or Dare” possa apprezzare a fondo questo documentario.


Per me, quindicenne di allora, significò avere accesso in un mondo in cui mi sentivo rappresentato, in cui mi sarei sentito libero.

Stavo scrivendo il pezzo, stavo scavando nella mia memoria per raccontarvi Strike a pose e poi  il mio amico Mauro Angelozzi, con cui ho visto il documentario, mi ha inviato il testo che leggerete sotto e ho deciso di pubblicarlo.

“Strike a Pose” è il documentario sulla vita dei ballerini del Blond Ambition Tour, lo show che ha reso universalmente Madonna l’icona che tutti riconosciamo.

Uno spettacolo che ha completamente cambiato il modo di fare live, che ha scritto un linguaggio nuovo in tema di performance e di musica, acclamato e criticato, amato e odiato.

Era il 1990, l’America era reduce dal conservatorismo di Reagan e il problema dell’AIDS aveva spento ogni focolare di libertà per gli omosessuali.

Madonna non si fa intimorire, al contrario, trova in questo clima un terreno favorevole per alzare l’asticella e parlare di libertà, di autodeterminazione, di sessualità.

Rompe ogni tabù puritano, incita il suo pubblico -e quindi il mondo, visto che attira a ogni uscita l’attenzione dei media- a esprimere se stesso, a non nascondersi mai e lo fa con la musica ma soprattutto lo fa con la sua immagine di donna, di diva, di icona.

Tutto questo si traduce in un documentario, “Truth Or Dare”, che mostra il dietro le quinte dell’intero tour.

Sette ragazzi vengono scelti per seguirla come ballerini, scelti non tra professionisti, sei gay e un etero, e vivono un’esperienza che stravolge le loro vite. Non si tratta solo di un ingaggio ma di diventare parte integrante dell’immagine di Madonna e del suo documento politico.

Madonna li sceglie per le loro particolarità ma anche per il loro essere sopra le righe, per l’immagine di ragazzi della notte, quelli che nessuno avrebbe presentato a casa ma che tutti avrebbero voluto conoscere e forse anche portarsi a letto.

In Truth Or Dare madonna parla e gioca con loro sessualità, li mostra mentre si conoscono e si baciano, li incita a essere liberi, li mette sotto i riflettori e li mostra al mondo come le sue creature, l’idea di quello che tutti i sui fan potevano diventare.

Un percorso spinto al limite: “Give me more of yourself”, dice loro, vuole il massimo e anche qualcosa di più, vuole la verità, la bellezza, oltre che la perfezione.

“Strike a Pose” ci apre una finestra su questo; mi aspettavo di conoscere qualcosa di inedito rispetto a quello che già sapevo – e amo – del “Blond Ambition”.

Ho ricevuto un reale pugno nello stomaco. Dalle luci del palco il documentario ci porta subito nell’oscurità. Intanto perché scopriamo che Gabriel Trupin, uno dei sette ballerini è scomparso per AIDS poco dopo il tour. E che la loro vita non è stata solo festa e divertimento, ma anche dolore. Due di loro scoprono -prima e durante il tour- di essere sieropositivi e scelgono di non dire nulla, per non compromettere quella che sembrava l’occasione della vita.

Il documentario si trasforma in una testimonianza toccante su quello che voleva dire essere omosessuali alla fine degli anni ’80, sulla paura di essere stigmatizzati, del vivere al limite tra la vita e la morte.

C’è un momento che esemplifica tutto. Subito dopo la scomparsa dell’amico Keith Haring, Madonna gli rende tributo durante uno show, leggendo una lettera nella quale parla del coraggio dell’artista di essersi dichiarato gay e sieropositivo e incita tutti a dirsi la verità.

Accanto a lei il ballerino Salim Gauwloos, nervoso, non vede l’ora di lasciare il palco: sa già da qualche tempo di aver preso il virus e non l’ha detto a nessuno, Madonna lo vuole come esempio per gli altri, lui si sente già perduto

Era il 1990, Madonna parlava di sessualità e di HIV, parlava di libertà, di responsabilità, combatteva stigma e pregiudizio. E se ci dovesse sembrare poco, basta ascoltare le storie di questi ragazzi per capire cosa volesse dire essere gay, in quegli anni.