Apre oggi a Ferrara, a Palazzo dei Diamanti, la mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen. E diciamolo subito: ci chiamiamo Dituttounpop, potevamo davvero non occuparci del padre della Pop Art?
L’idea di riportare a Ferrara questa serie nasce due anni fa, quando la curatrice Chiara Vorrasi ha proposto alla Fondazione Ferrara Arte di celebrare il cinquantenario della prima esposizione italiana del ciclo Ladies and Gentlemen, che proprio qui fu presentato tra il 1975 e il 1976 per volontà di Franco Farina, figura chiave della vita culturale ferrarese e direttore di Palazzo dei Diamanti in quegli anni.
Quella mostra fu molto più di un evento espositivo: segnò uno snodo nella traiettoria di Warhol e nel modo in cui l’arte poteva guardare alla realtà sociale. Ladies and Gentlemen rappresenta infatti un passaggio decisivo nella produzione dell’artista.
Warhol rimane fedele al proprio linguaggio – la ripetizione seriale, la variazione dell’immagine, la moltiplicazione quasi industriale del volto – quelle stesse procedure che per molti sembravano distruggere l’aura sacrale dell’opera d’arte e che Walter Benjamin aveva invece interpretato come una trasformazione inevitabile nell’epoca della riproducibilità tecnica. Ma questa volta davanti alla Polaroid di Warhol non ci sono le star della cultura popolare, non ci sono Marilyn Monroe o Liz Taylor. Ci sono donne gender non conforming, drag queen afroamericane, portoricane e ispaniche, figure incontrate nei locali di Times Square.
E non la Times Square turistica e patinata che la cultura pop successiva avrebbe trasformato in icona globale, ma quella New York più ruvida, più sotterranea, fatta di club, di notti e di corpi che cercavano visibilità e spazio. Warhol prende persone sconosciute, spesso marginalizzate, persone che lottavano per avere rispetto e un posto nel mondo, e le catapulta dentro il dispositivo dell’arte. Nel giro di un istante quelle figure diventano immagini potenti, glamour, desiderabili. Diventano icone. Diventano, soprattutto, reali.
La mostra ferrarese ricostruisce quella storia ma lo fa senza cadere nella trappola della nostalgia. Il progetto espositivo, realizzato con il sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, riunisce oltre centocinquanta opere tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid provenienti da musei e collezioni internazionali, mettendo in dialogo Ladies and Gentlemen con l’intero universo della ritrattistica warholiana. Dopo il nucleo dedicato alla serie delle drag queen, il percorso si apre a una costellazione di volti che hanno definito l’immaginario visivo della seconda metà del Novecento: Marilyn Monroe, Mick Jagger, Liza Minnelli, Robert Mapplethorpe, Grace Jones, fino alla spettacolare sequenza di autoritratti con cui Warhol interroga la propria identità.
Tra i momenti più interessanti c’è la sezione che rievoca la mostra originale degli anni Settanta: una stanza tappezzata di giornali e articoli dell’epoca che raccontano quanto quella esposizione fosse percepita come provocatoria. È un piccolo cortocircuito temporale. Leggere oggi quei titoli significa scontrarsi con un linguaggio più sensazionalistico e meno consapevole, ma anche capire quanto radicale fosse stato il gesto di Warhol nel portare quei volti dentro un museo.
Uno degli aspetti più riusciti della curatela è però la scelta di evitare il Warhol più prevedibile. Niente zuppe Campbell, niente scatole Brillo, niente Coca-Cola. Non perché non siano importanti, ma perché qui il racconto prende un’altra direzione. È il Warhol ritrattista, quello che usa il volto come campo di sperimentazione estetica e sociale. E soprattutto è il Warhol pittorico: Ladies and Gentlemen è presentata attraverso gli acrilici, non solo attraverso le serigrafie, mostrando le variazioni, le prove, le trasformazioni dell’immagine. Paradossalmente, potrebbe essere una delle mostre più pittoriche dedicate a Warhol che vi capiterà di vedere.
Il percorso espositivo racconta anche il modo in cui l’artista ha reinventato il ritratto tradizionale utilizzando strumenti e codici della cultura di massa: la Polaroid, il linguaggio del cinema, l’estetica tecnologica, la cultura glam e camp, fino a intuire quella logica di autorappresentazione continua che oggi associamo ai social e alla comunicazione globale.
Avete tempo fino al 19 luglio per visitarla, e il programma di incontri e conferenze che accompagneranno l’esposizione promette di approfondire questi temi da prospettive diverse.
Noi siamo Dituttounpop e, in fondo, siamo anche figli di Warhol. E per tutti gli amanti delle apparizioni pop più improbabili, vale la pena ricordarlo: Andy Warhol ha avuto persino un cameo nel ruolo di se stesso in una delle serie più cult tra il 1977 e il 1987, Love Boat. Perché la Pop Art, prima ancora che un movimento artistico, è stata soprattutto una visione del mondo. E quella visione continua ancora a parlarci.









