C’è una frase che mi è tornata in mente leggendo di questa mostra. Prima che diventassimo una comunità visibile, siamo state una comunità notturna. La notte è stata la nostra università, il nostro parlamento, la nostra chiesa, il nostro consultorio, il nostro centro culturale e qualche volta persino la nostra famiglia.
Prima delle grandi Piazze dei Pride. Esistevano i club. Esistevano i camerini. Esistevano le cucine alle cinque del mattino. Esistevano le drag queen. Le donne trans. I corpi non conformi. Le persone troppo rumorose. Troppo truccate. Troppo queer per il mondo là fuori…. Esisteva la notte.
Ed è da lì che arriva Ambrosia Fortuna. Non come osservatrice. Come sopravvissuta. Come testimone. Come sorella.
Per questo Eravamo notte, ora siamo giorno, la mostra al PAC di Milano curata da Sabato De Sarno, è molto più di una raccolta fotografica. È un archivio emotivo. Un album di famiglia queer. Un monumento costruito non in marmo ma in affetto.
Ambrosia appartiene a quella generazione di artistə che hanno smesso di chiedere il permesso. Una generazione che non cerca di spiegarsi al pubblico eterosessuale. Una generazione che costruisce immagini partendo dalla propria esperienza.
Lo si percepisce immediatamente. Nelle sue fotografie non c’è l’occhio dell’antropologo. Non c’è il voyeurismo. Non c’è la ricerca dell’esotico. Non c’è nemmeno il desiderio di educare. C’è amore.
E l’amore, quando riguarda le persone marginalizzate, è sempre un atto politico. Per oltre dieci anni Ambrosia ha fotografato amicə, amanti, performer, sorelle, persone incontrate tra Napoli, Milano e Roma. Non le fotografa mentre si esibiscono. Le fotografa mentre esistono.
Ed è qui che avviene la magia. Perché la storia queer è piena di immagini spettacolari. Mancano invece le immagini della quotidianità. Mancano le immagini della stanchezza. Mancano le immagini della vulnerabilità. Mancano le immagini della cura.
Ambrosia le restituisce tutte. Guardando questi volti viene spontaneo pensare a chi non c’è più. Alle persone portate via dall’AIDS. Alla violenza. Alla transfobia. Alla povertà. Alle vite cancellate dagli archivi ufficiali della cultura italiana.
Per questo le sue fotografie non parlano soltanto del presente. Parlano della memoria. E la memoria queer è sempre una forma di resistenza.
Non è un caso che negli ultimi anni Ambrosia sia passata dai club underground ai palchi del pop mainstream. Molti l’hanno vista accanto a Elodie. Pochi hanno capito quanto quel passaggio fosse politico. Perché non si trattava di portare il queer dentro il pop. Il queer è sempre stato nel pop. Si trattava di rendere finalmente visibili i corpi che quel pop lo hanno costruito.
Ed è forse qui il significato più profondo del titolo. Eravamo notte, ora siamo giorno. Non significa che abbiamo abbandonato la notte. Significa che la notte ha vinto.
Che le persone che per decenni sono state costrette nelle periferie simboliche della società oggi abitano musei, università, festival, campagne pubblicitarie e palchi pop senza rinunciare alla propria complessità. La notte non è sparita. Ha semplicemente acceso la luce.
E Ambrosia Fortuna è una delle artiste che ci sta mostrando come appare il mondo quando finalmente smettiamo di guardarlo con gli occhi della maggioranza e iniziamo a osservarlo attraverso quelli della comunità.
Con meno paura. Con meno giudizio. Con più desiderio. E soprattutto con molta più tenerezza.
