Questo non è un articolo su Corona, ma sul sistema che continua a dargli voce.
È giusto fare una “docuserie” su Corona? No. È lecito parlarne se tanto è stata fatta da Netflix e la stanno guardando milioni di persone? Ahimè, sì, e non riesco a esimermi dal farlo, anche se una parte di me si ripete di non dare visibilità a un prodotto su un personaggio simile.
Fabrizio Corona da docuserie a spot
Parte bene quella che inizialmente sembra una docuserie su Corona: una ricostruzione dell’Italia dei primi Duemila, con riferimenti alla vita e alla carriera di Vittorio Corona (il padre), rimandi a Costanzo, Berlusconi, alla nascita di Mediaset, a Vallettopoli: sembra un’interessante indagine su uno spaccato di cultura pop italiana di cui ancora paghiamo gli strascichi. Complice un ottimo montaggio e delle ricostruzioni video impeccabili, procedo quindi alla visione dei 5 episodi, ma già prima di arrivare a metà capisco il trucco, che ingenuamente avevo ignorato: proprio come per la serie su Bossetti, questo pessimo esperimento non è una docu, ma uno spot su Corona, da lui magistralmente guidata, che sceglie di raccontare – come suo solito – solo ciò che gli conviene. Per sembrare – ancora e tristemente alla sua età – il “bad boy” tanto agognato in questi anni.

Del carcere, delle “sue” donne (come le chiama lui, come fossero una sua proprietà), di alcuni personaggi dello showbusiness: Netflix gli consente di raccontare solo ciò che gli fa comodo, solo i dettagli, i momenti, i particolari, di una sceneggiatura scritta ad arte. Perché Corona sa comunicare, sa scrivere, sa recitare perfettamente.
Non si sofferma quindi sugli ultimi anni di carcere, c’è un buco, dal 2018 a oggi, che ignora fatti come la diagnosi di disturbo della personalità borderline associata a tendenze narcisistiche, il ricovero in un istituto di cura, l’abuso di psicofarmaci, il trasferimento in psichiatria dopo che si tagliò i polsi. Il buio, su quell’unica parte di vera (forse) fragilità, di malattia, di disturbo, quella che potrebbe in parte rivelarsi una mera spiegazione in fondo alle cose orribili compiute negli anni.
E così, questo spot a Corona, primo in classifica Netflix dopo poche ore, diventa una lunga, interminabile puntata di Falsissimo, trasmessa però dalla piattaforma con più abbonati al mondo. E ancora una volta siamo qui, in questo Paese allo sbando, a idolatrare falsi miti che mettono in luce un sistema mediale – quello italiano – sempre più in bilico, sempre meno credibile. Siamo qui, a dar voce a chi dovrebbe solo star zitto e vergognarsi di tutto ciò che ha fatto. Siamo qui a mostrare a chi lo idolatra da sempre, solo ciò che gli conviene anziché cercare una chiave di lettura diversa, che racconti la realtà dei fatti e condanni il popolino che alimenta miti deplorevoli.
