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Ferrari, un film di pietra (in tutti i sensi) – La recensione

Attesissimo, oggetto di polemicissima, criticatissimo, chiacchieratissimo e con accento italianissimo. Ferrari, film di Michael Mann presentato al Festival del Cinema di Cannes arriva finalmente al cinema distribuito da 01 Distribution a partire dal 14 dicembre. Un film grosso, perfetto per chi va al cinema a Natale. Attenzione ai bambini, però. Prodotto da Forward Pass, Storyteller Productions, Moto Productions, Rocket Science, Iervolino & Lady e Bacardi Entertainment è l’adattamento cinematografico della biografia del 1991 Enzo Ferrari: The Man and the Machine scritta da Brock Yates.

Ferrari, un momento nel tempo

Il film si concentra su un momento molto specifico della vita di Enzo Ferrari, ex pilota e costruttore delle auto più famose al mondo. Siamo a Modena, nel 1957. Lui e la moglie Laura hanno appena perso l’amato figlio Dino, morto di malattia nel 1956. Enzo deve barcamenarsi tra la crisi di famiglia, la sua seconda casa (con Lina e Piero, che non può ancora riconoscere come suo) e il crollo dell’azienda, che è in grave difficoltà perché non rende abbastanza, e la testardaggine di Enzo gli fa mettere in primo piano le corse e trascurare le vendite. Sullo sfondo gli altri lutti (quelli di amici e piloti in un momento della storia in cui correre era pericolosissimo), la rivalità estrema con Maserati e una possibilità di riscatto: la leggendaria Mille Miglia.

Ferrari, un film senza picchi emotivi

Le premesse potrebbero anche avere senso. In una vita piena di avvenimenti (e così documentata, dopotutto è una figura mitologica in Italia e nel mondo) come quella di Enzo Ferrari, ha senso che ci si concentri su una porzione così piccola di tempo. Il risultato, però, è perplimente. Perché sembra non succedere nulla? Il film manca di picchi emotivi, non restituisce la componente umana. Enzo Ferrari si muove sullo schermo come un blocco di pietra, ieratico come la sfinge, e anche quando piange o si preoccupa non smuove nulla. Dell’uomo scopriamo poco o nulla. Che è ironico, che è determinato, che calpesterebbe più di una regola per la sua casa automobilistica. E poi? Per non parlare dei personaggi femminili, che sono a malapena figurine. Come si fa a sprecare Penelope Cruz in questo modo? Anche quando, verso la fine, tra i due coniugi le cose arrivano a un punto di non ritorno e Laura pone le sue condizioni non ci viene mostrata sullo schermo la decisione di Enzo, che poteva farci decidere se era un uomo integro o soltanto l’ennesimo speculatore senza cuore, ma molto fortunato. La storia lo sapeva già, chi guarda il film però no. Ferrari rimane scolpito, ma non prende mai vita. Peccato.

La componente visiva: il troppo stroppia?

A salvare dalla mancanza di calore generale ci pensano (o ci provano) la fotografia, la cinematografia e in generale le scene di corsa, che sono girate alla perfezione e risultano appassionanti e belle da vedere. Forse troppo? La sensazione è che questo pulire e raffinare le sequenze alla perfezione alla fine, invece che riempire i buchi finisca per sottolinearli, restituendoci un film forse perfetto ma sicuramente gelido.

Il cast

Adam Driver è Enzo Ferrari in persona, in tutta la sua caparbietà. Penélope Cruz è Laura Ferrari, moglie bisbetica e senza scrupoli. Shailene Woodley è Lina Lardi, amante paziente. Nel cast anche Patrick Dempsey, Jack O’Connell, Sarah Gadon e Gabriel Leone.

Ferrari, un film di pietra - La recensione

La recensione

A salvare dalla mancanza di calore generale ci pensano (o ci provano) la fotografia, la cinematografia e in generale le scene di corsa, che sono girate alla perfezione e risultano appassionanti e belle da vedere. Forse troppo? La sensazione è che questo pulire e raffinare le sequenze alla perfezione alla fine, invece che riempire i buchi finisca per sottolinearli, restituendoci un film forse perfetto ma sicuramente gelido.

Voto:

5/10
5/10