Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il documentario che ricostruisce in modo dettagliato e fedele, la vicenda di Giulio Regeni ricercatore italiano, il cui corpo viene ritrovato senza vita nei pressi del Cairo il 3 febbraio 2016. Grazie al contributo della famiglia Regeni e dell’avvocata Ballerini, le tappe del sequestro e di tutta la situazione sono raccontate in dettaglio. Il film documentario su Giulio Regeni è uscito al cinema il 2-3-4 febbraio a 10 anni dalla morte, sarà su Sky Documentaries, on demand e su NOW, dal 20 maggio.
La narrazione si sviluppa attraverso il processo e le deposizioni dei testimoni a giudizio, dando voce ai protagonisti della vicenda e facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. Per la prima volta sono i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, a raccontare in prima persona questa vicenda: un padre e una madre che, nella loro ricerca di verità, hanno sfidato il governo egiziano. Scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, il film è prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango.
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo ha recentemente vinto il Nastro d’Argento della legalità. Nel documentario per la prima volta a raccontare la sua storia sono i genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi: un padre e una madre che, nella ricerca della verità, hanno scelto di sfidare apertamente la dittatura militare guidata da Abdel Fattah al‑Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini, l’avvocata che li ha affiancati in un percorso legale durato anni e che ha portato, nel 2023, all’apertura del processo contro quattro agenti della National Security egiziana. Avviato nella primavera del 2024, il procedimento arriverà a sentenza entro la fine del 2026.
Chi era Giulio Regeni?
Nato a Trieste, il 15 gennaio 1988, residente a Fiumicello Villa Vicentina, in provincia di Udine, dove cresce in una famiglia di “grandi viaggiatori”. Frequenta il Collegio del Mondo Unito negli Stati Uniti, dove ottiene il baccalaureato, poi laurea in Arabic e Politics a Leeds, Master in “Development studies” a Cambridge e dal 2014 dottorando a Cambridge. Nel 2015, all’età di 27 anni, si trasferisce al Cairo per il dottorato di ricerca sui sindacati
egiziani, all’interno di uno studio storico economico più ampio.
Quello che avrebbe dovuto essere un progetto di ricerca accademica si trasforma in una tragedia che rivela i meccanismi di controllo e repressione del regime egiziano.

Il ritrovamento del corpo
Il 3 febbraio Giulio Regeni viene ritrovato senza vita ai bordi di una strada statale, lontano dal centro della città. Il suo corpo porta i segni evidenti di orribili torture. L’autopsia parla di giorni e giorni di sevizie, di contusioni e abrasioni in tutto il corpo, lividi estesi compatibili con lesioni da calci, pugni e bastoni. Più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come entrambe le gambe, le braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti; bruciature e ferite da taglio su tutto il corpo. Quando la madre andrà a riconoscerlo dichiarerà: “ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”.
Le parole del regista
“Il docufilm non è un film d’inchiesta né un racconto true crime, ma un viaggio che attraversa questa storia dal punto di vista più intimo e vicino possibile a Giulio Regeni. Le voci che compongono la narrazione sono esclusivamente quelle di chi, in forme diverse, ha vissuto questa vicenda direttamente sulla propria pelle. Una storia privata che si intreccia progressivamente con una dimensione pubblica e geopolitica, senza mai perdere il proprio centro umano. Il repertorio è utilizzato come una vera e propria macchina del tempo: non come commento o ricostruzione ex post, ma come esperienza del presente, capace di restituire gli eventi mentre accadono. Accanto al repertorio mediatico e giuridico, il film fa uso di un repertorio generico – o found footage – di luoghi, azioni e immagini quotidiane, che costruiscono un affresco visivo e sonoro per immersione, non per spiegazione. La narrazione non procede per rotture o accelerazioni. Non arrivano mai delle ondate. Il film avanza come una marea lenta e costante: ogni sequenza aggiunge un livello, costruisce tensione per accumulo e persistenza.”
