tn questi giorni leggerete centinaia di recensioni, pareri e commenti su Il Diavolo Veste Prada 2. Vent’anni dopo il primo film – che ha segnato un’intera generazione – il sequel arriva nelle sale oggi 29 aprile, con embargo mondiale fino alle 09.00, per evitare spoiler e rivelazioni che potrebbero rovinare la sorpresa agli spettatori. Una sorpresa che, diciamocelo, riguarda più che altro outfit, citazioni da futuri meme, sketch memorabili e poco più, perché immagino – e spero – che nessuno si aspetti chissà quale capolavoro.
Il Diavolo Veste Prada 2 va visto e interpretato per ciò che è, nella sua essenza: il sequel di un film iconico (quando ha stufato questa parola?) ambientato nel 2026, con tutto ciò che vent’anni si portano dietro in fatto di linguaggio, media, mezzi di comunicazione e stile di narrazione.
Ho scritto due libri su New York, e in parte anche grazie al film del 2006, che spesso ho paragonato per temi, location e mood ad alcune serie tv presenti nelle mie guide di viaggio newyorkesi (Younger, Ugly Betty, The Bold Type per esempio). Il Diavolo Veste Prada è un inno alla città, alle mille possibilità che offre, agli ostacoli che pone lungo il cammino, alla bellezza che a volte risolve ogni cosa, o quasi.
Miranda, Andy, Nigel ed Emily tornano con qualche anno in più sulle spalle ma la stessa ironia e lo stesso stile di tanti anni fa.
Da fan è stato un bel colpo al cuore vedere iniziare il film durante l’anteprima: un brivido lungo la schiena, tanta curiosità, infinito affetto per i personaggi e le loro storie. New York, Milano, il Lago di Como: scorci, outfit, pettinature, inquadrature. Tutto giusto…Tutto perfetto per una storia Instagram e una foto da copertina. Molto armonico, perfetto per prestarsi a screenshot con frasi da pubblicare, look da imitare, battute da ripetere e con cui sostituire – sarebbe ora – la celebre “è tutto”.
Non fraintendetemi: da fan, solo col cuore, penso darei 7 a questo film. Ma sono chiamata a essere critica, sincera, onesta, e preferisco esserlo fino in fondo, col rischio di scontentare molti o andare controcorrente.
La storia in sé, la sceneggiatura, il plot twist finale, alcuni stereotipi sull’Italia: più che Il Diavolo Veste Prada, sembra un episodio di Emily in Paris. Il film non decolla mai, non sale per raggiungere un picco – emotivo o narrativo – per poi scendere o concludersi. È lineare, coerente senza dubbio col primo film, ma standard, quasi elementare nella sua esecuzione. Non è un sequel necessario, ma è un sequel perfettamente coerente con l’epoca in cui viviamo: più estetica che sostanza.
Un ottimo progetto di marketing, su questo non ci piove.
Un bellissimo regalo per i fan della prima ora, senza dubbio.


Ma se devo valutare il film, più della sufficienza non posso dare: la prevedibilità di alcuni eventi, la banalità di certe scelte narrative sono davvero troppo rilevanti per essere ignorate. Alcuni snodi narrativi si intuiscono con largo anticipo, come se il film avesse paura di tradire lo spettatore più che di sorprenderlo. Superbo il cast, ça va sans dire, ma poco più.
Dunque, bentornata Runway. Forse.
