Che lo si ami o lo si odi, Paolo Sorrentino è uno di quei registi con una cifra stilistica profondamente connotata. La grazia è l’undicesimo lungometraggio del regista napoletano, e s’inserisce pienamente nel mosaico della sua opera. Dopo aver aperto il Festival del Cinema di Venezia e qualche anteprima nel periodo natalizio, il film è uscito in tutte le sale il 15 gennaio per PiperFilm.
La grazia: tutti i rischi delle mezze misure
Il mandato di Mariano De Santis come Presidente della Repubblica sta per terminare. L’eredità che si appresta a lasciare al Quirinale è quella di un fine giurista, un uomo di stato capace ma misurato, forse fin troppo cauto. Due spade di Damocle pendono sopra la sua testa per tutto il semestre bianco: una legge sull’eutanasia e due richieste di grazia. La prima cala il cattolico De Santis in un’impasse professionale in cui la posta in gioco è come l’Italia lo ricorderà; saranno però le richieste di grazia a suscitare in lui la crisi più profonda, in cui si troverà ad affrontare il rapporto con i figli, le questioni mai risolte con la defunta moglie e a doversi domandare che vita può esserci dopo il Quirinale.
La grazia, solo nel nome
Devo iniziare questo paragrafo con il dovuto disclaimer che io con Sorrentino ho un rapporto difficile. Non brutto — sicuramente lo ammiro e i suoi film in generale mi piacciono, ma mi lasciano sempre una strana sensazione addosso. E, per la prima volta, a questo giro sono riuscito ad articolarla.
La grazia è un film che ha delle cose da dire — cose poetiche, emozionanti, pure interessanti. Il mio rammarico è che poi come al solito Sorrentino non ha abbastanza fiducia nel proprio pubblico per iniziarci una conversazione, per suggerire, per evocare. No. Qualsiasi cosa debba comunicarti deve per forza essere detta in maniera esplicita e poi ripetuta due o tre volte, perché potresti non aver capito o esserti distratto. La profonda mancanza di eleganza di questo approccio autoriale mi manda ai matti — specialmente quando viene giustapposta ad un contenuto che invece cerca di essere così delicato, rarefatto e poetico.

Ad ogni modo il resto del pubblico sembrava roteare gli occhi molto meno di me, quindi questo mio fastidio potrebbe essere completamente personale. E anche se non fosse, le buone qualità del cinema di Sorrentino rimangono: sempre visivamente bello (per quanto lezioso), sempre bravo Servillo, sempre un’esperienza con un suo spessore. Il consiglio rimane, nel bene e nel male, di andare assolutamente a vedere La grazia.
Il cast
Toni Servillo interpreta Mariano De Santis, capace ma cauto Presidente della Repubblica; Anna Ferzetti è sua figlia Dorotea che, anche lei giurista, ha dedicato la vita a servire cose altre da sé. Orlando Cinque è il colonnello dei corazzieri Labaro, guardia del corpo e soprattutto complice del Presidente, mentre Milvia Marigliano è Coco Valori, incontenibile amica di vecchia data. Infine, Linda Messerklinger e Vasco Mirandola interpretano Isa Rocca e Cristiano Arpa, i due candidati per la grazia, rei dello stesso reato ma molto diversi.
La recensione
La grazia è un film di Sorrentino nel bene e nel male. Bello e lezioso, interessante e grossolano, divertente e infuriante. Sicuramente vale la visione, anche solo per farsi un’idea propria.
Voto:
7/10