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Nel tepore del ballo: Pupi Avati è italoconfuso — La recensione

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A quasi novant’anni e con più di cinquanta film all’attivo, Pupi Avati non si ferma. Oggi, 30 aprile, il regista torna ancora una volta nelle sale con Nel tepore del ballo, ritorno al dramma contemporaneo dopo l’orrore de L’orto americano e quinto film di questi anni ’20. Vale la pena andarlo a vedere o meglio recuperarsi i titoli storici del regista? Scopriamolo insieme.

Nel tepore del ballo: un dramma di mezza età

Non c’è salotto in Italia che non conosca Gianni Riccio. Conduttore e personalità televisiva, ricco, amato, desiderato. Questo almeno finché degli investimenti dubbi fatti vent’anni fa non lo portano a essere implicato per riciclaggio, valendogli un breve soggiorno in carcere e un tracollo mediatico. Tornato nella sua nativa Jesolo, l’uomo si trova a tornare in contatto con le molte facce del suo passato: dalla travagliata infanzia all’ombra del misterioso “Mister”, suo padre, all’ambizione della giovinezza che ha fatto naufragare il suo primo matrimonio e l’ha portato in tv. Ed è proprio nel reincontrare la sua prima moglie Clara che Gianni si trova a decidere cosa fare del proprio futuro, se continuare a essere il Riccio che tutti conoscono o se cercare qualcosa di diverso, vecchio e nuovo allo stesso tempo.

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Fra ombrelloni e riflettori

Nel tepore del ballo è un film strano, allo stesso tempo familiare e straniante. La familiarità deriva dalla sua capacità di costruire una texture profondamente italiana, fatta di microelementi estetico-culturali (dall’aspetto della provincia d’inverno al modo in cui le luci degli studi della tv pubblica cadono su volti attempati e ceronati) che riescono a toccare delle corde polverose e viscerali della nostra sensibilità collettiva. Sotto questo punto di vista ottimo il lavoro di tutto il reparto tecnico, dalla camera a, soprattutto, art department e set design.

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Questo valzer mnemonico-sensoriale però non è abbastanza. Nel tepore del ballo è un film con una narrativa delicata, che però non riesce a convincere del tutto di non essere superflua. Perché passare un’ora e mezza a guardare Massimo Ghini malinconico? Perché dedicare una percentuale rilevante di minutaggio a dei flashback su Raul Bova che levano al film più di quanto non gli diano? Un po’ come la televisione che racconta criticamente, il film risulta non particolarmente incisivo e drammaturgicamente pasticciato. Ci sentiamo di consigliarlo solo a chi ha voglia di un’iniezione di nostalgia.

Il cast

Massimo Ghini è Gianni Riccio, ambizioso conduttore televisivo con una storia familiare dolorosa. Isabella Ferrari è Clara, moglie di Gianni in delle prime nozze sfaldatesi a causa del carrierismo di lui. Lina Sastri è la sorella del “Mister” il carismatico padre di Gianni (interpretato da Raul Bova) e zia di Gianni, rimasta a Jesolo ad occuparsi dello stabilimento di famiglia, mentre Sebastiano Somma interpreta Morè, amico e collaboratore del conduttore. Infine, Giuliana De Sio è “La morta”, attempata conduttrice televisiva sempre sulla cresta dell’onda che ha condiviso decenni di carriera con Riccio, negli stessi corridoi in cui compaiono in brevi camei anche Bruno Vespa e Jerry Calà nei ruoli di loro stessi.

La recensione

Capace di costruire una texture sensoriale profondamente italiana che titilla la memoria in modo molto viscerale, Nel tepore del ballo risulta per essere un po’ troppo drammaturgicamente pasticciato per risultare incisivo. Solo per chi ha voglia di un’iniezione di nostalgia.

Voto:

5.5/10
5.5/10
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