Sono anni che il nome di Lance Oppenheim viene ripetuto sottovoce fra gli addetti ai lavori come un segreto da tenersi ben stretto. Il 2026 rischia di essere il suo anno: oltre al chiacchieratissimo You can see everything, co-diretto con Nathan Fielder, il trentenne floridiano debutta anche per A24 con il suo primo lungometraggio di finzione (ma basato su fatti realmente accaduti): Primetime.
Il film è nelle sale italiane dal 15 ottobre, ma cosa ci promette dentro lo schermo?
Primetime: non è solo show business
Primi anni 2000, nel nucleo caldo della rivoluzione reality della televisione. Chris Hansen è un giornalista televisivo rampante che conduce To Catch a Predator, show nel quale attori che si fingono minori entrano in contatto con presunti predatori online e li invitano a casa, dove si troveranno alla mercé delle telecamere, di Hansen e della polizia.
Quando il network decide di spostare To catch a predator in prima serata, la posta in gioco si fa seria per tutti: dalle organizzazioni di vigilanti anti-pedofilia che trovano i predatori online, alla produttrice Andie, agli attori-esca e, ovviamente, a Chris.
Per superare Lost negli ascolti ci sarà bisogno di una storia grande, enorme. Fino a dove saranno disposti a spingersi per trovarla?
Lo sguardo nell’abisso
To Catch a Predator per Hansen è più di un programma tv: è una crociata personale, una battaglia giusta basata su degli istinti naturali che tutti possiamo capire: il desiderio di proteggere i bambini ed il bisogno di vivere in un mondo giusto, in cui i malvagi vengono fermati e puniti.
Ma è proprio in questo bisogno di punizione che si cela la verità scomoda di fronte alla quale ci mette Primetime: più To Catch a Predator diventa un macchinario di spettacolarizzazione della punizione, più tutti i soggetti coinvolti devono iniziare a fare i conti con le sue possibili conseguenze. Il come inizia a contare più del cosa, e nessuno è esentato dalle conseguenze personali e morali di un veicolo riprovevole per desideri puri.

Un estro motivato
Sotto un punto di vista formale l’anima documentaristica di Oppenheim brilla nella sua comprensione del senso della misura. Sa come usare setup minimali che lasciano il giusto spazio alle (ottime su tutta la linea) performances di Pattinson, Weaver e Gisondo. Sa anche quando mettere in piedi sproloqui visivi a dodici camere che operano un vero e proprio assalto mediale sulle sinapsi dello spettatore. Assieme al suo storico DP David Bolen riesce a costruire un universo visivo marcio e digitale al tempo stesso, ma soprattutto mai gratuito. Ogni scelta tecnica è lì per servire la storia della spirale discendente di Hansen, e mai fine a se stessa.
Che, in questa epoca in cui la tecnica visiva viene spesso usata come pezza sopra una mancanza di sostanza narrativa, è una boccata d’aria fresca.
Il cast
Robert Pattinson è Chris Hansen, conduttore televisivo sul baratro del successo e della caduta. Merritt Weaver è Andie Bender, produttrice di To Catch a Predator che cerca disperatamente di tenere insieme il circo del programma. Skyler Gisondo è “Decoy” Dan Plumb, un giovane attore ingaggiato per adescare i presunti predatori, mentre Phoebe Bridgers interpreta Del Harvey, un’altra esca con più esperienza. Anna Faris interpreta Mary Joan, moglie di Chris, mentre Alex Winter interpreta la balena, un presunto predatore che potrebbe far scoppiare un caso mediatico molto più grande del programma.
La recensione
Un film che riesce a fare domande scomode senza sentire il bisogno di mettere a disagio lo spettatore in ogni secondo. Formalmente spumeggiante, drammaticamente pieno: una boccata d’aria fresca.
Voto:
9/10
