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Project Hail Mary è una space opera dal cuore tenero – La recensione

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Il pedigree cinematografico della coppia creativa Phil Lord-Christopher Miller è difficile da inquadrare: dalla serie di Jump Street ai Lego Movie, da Piovono Polpette a Solo: A Star Wars Story, i due sembrano destreggiarsi con disinvoltura fra generi e dimensioni molto diverse. L’ultima missione: Project Hail Mary sembra essere il loro progetto più ambizioso, scritto da Drew Goddard sulla base del romanzo del 2021 di Andy Weir. Il film è una produzione Amazon MGM ed arriva sugli schermi nostrani giovedì 19 marzo per Sony Pictures Italia.

Project Hail Mary: lost in space

Un uomo si sveglia dal coma senza alcun ricordo di dove si trovi e perché. Dagli oggetti che lo circondano scopre di essere di chiamarsi Ryland Grace e di essere l’ultimo sopravvissuto sulla Hail Mary, un’astronave in viaggio dall’altra parte della galassia. Lentamente Grace ricostruisce la propria storia: dalla comparsa di delle misteriose particelle chiamate astrofagi che stanno rapidamente indebolendo il sole, minacciando la sopravvivenza della vita sulla terra, al suo reclutamento dalla scuola media in cui insegna al misterioso Progetto Hail Mary, che spera di trovare un rimedio agli astrofagi in un distante sistema stellare. Finalmente a destinazione, i panni dello scienziato non sono gli unici che Grace si troverà a vestire, perché a quanto pare non è l’unico a cercare un rimedio agli astrofagi…

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Il macro…

Fra i colossal che ho visto nell’ultimo anno, Project Hail Mary è senza dubbio quello che più è capace di darci un senso di scala. Non solo perché la sua trama è una di portata enorme (letteralemente planetaria), ma perché è un film decisamente non scende a compromessi nel raccontarla. Greg Frasier con la sua cinematografia riesce più di chiunque altro a farci percepire l’inconcepibile vastità dello spazio e allo stesso tempo la schiacciante claustrofobia della vita in astronave. La qualità visiva delle miniature, del set design e degli effetti visivi riescono a dare quel senso di realtà e di profondità al mondo sullo schermo, per una volta senza se e senza ma, riportandoci quasi al senso di meraviglia della fantascienza della nostra infanzia.

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… e il micro

Ciò che però fa funzionare davvero il film è che Project Hail Mary è abbastanza sveglio di fare di questo impianto spettacolare non il focus, ma semplicemente una struttura di supporto a una storia che invece è molto piccola, molto umana. Perché sotto sotto quella dell’ultima missione non è una storia di mirabolante avventura quanto una che ci parla di comunicazione, cooperazione, e del coraggio delle piccole cose, supportata da un Ryan Gosling capace di reggere due ore e quaranta di attenzione totale della telecamera con disinvoltura e fascino. Assolutamente consigliato, specialmente se avete amato Arrival.

Il cast

Protagonista assoluto del film è Ryan Gosling nel ruolo del Dottor Grace, un insegnante di scienze che si trova a essere l’improbabile depositario delle speranze del sistema solare. Sandra Hüller è Eva Stratt, ufficiale governativa a capo del Progetto Hail Mary, sempre accompagnata dalla fida guardia di sicurezza Carl (Lionel Boyce). Ken Leung e Milana Vayntrub interpretano gli altri astronauti a bordo della Hail Mary, mentre Priya Kansara presta la voce alla nave. Infine, James Ortiz presta la voce e coordina i movimenti di Rocky, un’enigmatica creatura che Grace incontra durante il suo viaggio intergalattico.

La recensione

L’ultima missione: Project Hail Mary riesce a fare quello che manca alla maggior parte colossal moderni: essere tecnicamente strabiliante, e al tempo stesso il suo impianto tecnico non come focus, ma come supporto intorno a una storia focalizzata ed emozionante, molto umana.

Voto:

8/10
8/10
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