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Rental family: toccare le vite degli altri – La recensione del film al cinema

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Il mondo occidentale ha un rapporto ambivalente con il Giappone. Il paese è incredibilmente sovrarappresentato nella nostra cultura rispetto a tante altre nazioni dell’est asiatico, ma  molti aspetti più sottili della sua cultura continuano a esserci abbastanza oscuri. Il nuovo film della regista nota semplicemente come Hikari parla proprio di uno di uno di questi aspetti “sottopelle” della cultura giapponese, il fenomeno delle Rental Families. Il film al cinema è prodotto da Searchlight Pictures per The Walt Disney Company Italia.

Rental Family: un ingaggio esistenziale

Tokyo, un agglomerato urbano di 24 milioni di persone che ogni giorno si alzano e si tuffano nella propria vita complessa. Fra di loro c’è Philip, un attore americano arrivato in città sette anni fa la cui carriera si è arenata dopo un inizio promettente. L’uomo passa la vita fra audizioni e ruoli da figurante, osservando in silenzio le vite degli altri dalla finestra del suo miniappartamento. Questo finché non riceve un ingaggio dalla Rental Family, una curiosa agenzia che offre alle persone attori che recitino un ruolo di cui hanno bisogno nella vita.

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Nel suo lavoro si troverà a fare da marito a una ragazza queer che vuole tranquillizzare i genitori e da amico a un recluso appassionato di videogame di combattimento; si fingerà un giornalista per intervistare un vecchio attore dimenticato da tutti e interpreterà il ruolo del padre di una bambina che sta cercando di essere ammessa a una prestigiosa scuola privata. E se la politica aziendale detta di non farsi coinvolgere, in queste relazioni Philip troverà molto più di quello per cui aveva contrattato.

Buoni sentimenti

Non so dire quale potere magico abbia sviluppato Brendan Fraser in questa seconda fase della sua carriera, ma sembra avere l’abilità soprannaturale di generare buoni sentimenti semplicemente apparendo sullo schermo. Di certo Hikari con questo potere ci è andata a nozze, visto che la definizione più calzante per Rental Family è proprio quella un po’ old school di film di buoni sentimenti. Cosa che si porta, ovviamente, tutti i pregi e i difetti del genere: un’emotività un po’ scontata, certo, ma anche cuore al posto giusto, personaggi facili da amare e anche qualche colpo di scena che sinceramente non mi aspettavo di veder arrivare.

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Insomma, che sia talento naturale o parallelo con l’arco della sua carriera, è fuor di dubbio che a distinguere Rental Family da mille altri film simili è proprio l’ex star de La Mummia. Fraser riesci a venderci perfettamente il personaggio di Philip, la sua solitudine e il suo anelito verso la connessione, i suoi dubbi ed il suo essere quasi un adolescente nel corpo di un uomo maturo. E questo perché, anche se non vogliamo ammetterlo, ma tutti quanti a volte ancora ci sentiamo così: tutti quanti, ogni tanto, sentiamo il bisogno schiacciante di essere toccati dalle vite degli altri.

Il cast

Brendan Fraser è Philip, attore disoccupato che conduce una vita solitaria. Takehiro Hira è Shinji, direttore della Dental Family, che sembra saper separare perfettamente vita e lavoro. Mari Yamamoto è Aiko, collega di Philip all’agenzia. Akira Emoto è una vecchia star del cinema sul viale del tramonto, mentre Shino Shinozaki è Hitomi, madre di una bambina ribelle a cui Philip si ritrova a fare tuo padre.

La recensione

Rental Family è un film di buoni sentimenti con tutti i pregi e i limiti del genere, qualche sorpresa e una performance delicata di Brendan Fraser che lo distingue da mille titoli simili.

Voto:

7/10
7/10
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