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Sapiens – Un altro pianeta, Mario Tozzi riparte dalla fragile Bellezza

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Mario Tozzi e il suo Sapiens – Un solo pianeta tornano in onda con le puntate autunnali del 2026 per continuare a raccontare tutto quello che non funziona del nostro pianeta. Al centro, l’approccio che da sempre contraddistingue la divulgazione di Tozzi: il rigore scientifico si intreccia con la forza della narrazione spettacolare, per trasformare temi complessi in un racconto accessibile e autorevole.

Sapiens i temi del 31 ottobre

La prima puntata è intitolata “Italia, la fragile bellezza“. Sessant’anni fa il cielo sopra Firenze si è tramutato in fango sommergendo palazzi, chiese, opere d’arte, libri e monumenti: quante possibilità ci sono che accada di nuovo? L’Italia vanta il record europeo di frane, ma non quello della prevenzione: perché si costruisce così tanto nelle aree vulnerabili? L’Italia è geologicamente attiva, ma gli italiani hanno memoria corta: perché non si fa pianificazione territoriale? Perché sono consentiti i condoni edilizi? Chi deve pagare il conto dei danni della crisi climatica, i comuni cittadini o le compagnie petrolifere?

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Le alluvioni e le frane hanno una memoria, l’uomo no. In un Paese come l’Italia molto esposto al rischio idrogeologico e alle inondazioni intervenire a catastrofe avvenuta è l’inevitabile conseguenza di una prevenzione mancata. Tappa quindi a Firenze, sessant’anni dopo l’alluvione del 1966 e a Niscemi a pochi mesi dalla frana che l’ha colpita, per capire quanto i Sapiens abbiano fatto tesoro dell’esperienza mettendo in sicurezza il loro territorio.

È il 4 novembre del 1966. L’Arno esonda, l’acqua entra nelle botteghe, nelle case, nei musei, nelle biblioteche e, quando defluisce, lascia la città sotto 600 mila metri cubi di fango. Il bilancio è drammatico: 35 vittime, decine di migliaia di sfollati, danni a 1200 opere d’arte e a 1600 metri quadrati di affreschi. Un colpo al cuore dell’Italia della cultura, della storia e dell’arte. Quei giorni drammatici rivivono nel ricordo di due Fiorentini noti al grande pubblico: Carlo Conti e Piero Pelù. Le immagini fanno il giro del mondo, dall’Italia e dall’estero accorrono gli “Angeli del fango”, migliaia di giovani in soccorso degli abitanti per cercare di recuperare libri, manoscritti e opere d’arte.

sapiens

Non è certo la prima piena dell’Arno: dal 1177 ce ne sono state 58. Eppure, sessant’anni fa, in assenza di strumenti di rilevazione sofisticati come quelli disponibili oggi, era ancora plausibile archiviare un’alluvione come una fatalità. Oggi si conoscono meglio i fiumi e i territori a rischio: non ci possono essere più scuse. Non è possibile più stupirsi dell’intensità e della frequenza degli eventi meteorologici estremi indotti dal cambiamento climatico né della fragilità geologica del Paese. Perché non si ripeta quello che è successo a Niscemi, già colpita da una frana trent’anni fa e dove si è continuato a costruire su terreni fragili. E dove a gennaio si è verificato un enorme movimento franoso dal fronte lungo 4 chilometri, il più grande d’Europa, con conseguenze pesanti per la popolazione: più di mille persone evacuate, case distrutte, strade chiuse.

In un Paese come l’Italia, che vanta il tragico record di frane in Europa e dove il 90% dei Comuni ha almeno una parte del proprio territorio esposta al rischio idrogeologico, quello di Niscemi è solo l’ultimo degli incidenti in un elenco sterminato. Necessario e urgente, dunque, un cambio di prospettiva. Occorre mitigare gli effetti del cambiamento climatico riducendo le emissioni climalteranti – una battaglia “persa” finché a prevalere saranno gli interessi dei settori industriali responsabili di quelle emissioni. Ed occorre anche rinaturalizzare fiumi e territori ed evitare di consumare altro suolo e di costruire nelle aree a rischio.

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