“Somare” debutto letterario per Federico Boni (intervista)

Somare

Federico Boni debutta con “Somare” il suo primo, divertente e irriverente romanzo.

“Somare” è il primo romanzo di Federico Boni critico cinematografico, caustico gossipblogger, romano, romanista e gay.


Tutte cose che ha in comune con Andrea Il protagonista del romanzo ma sia chiaro Somare non è un romanzo autobiografico.

La forza di “Somare”, oltre a una scrittura divertente e fluida che ti fa venir voglia di arrivare alla fine tutto d’un fiato – un po’ come una serie ben scritta che divoriamo in un giorno solo –  è che racconta un pezzo di vita di Andrea e di EleonoraMichelangelo e Marco, suo inseparabile gruppo di amici senza la pretesa di rappresentare l’intera comunità

Non si risparmia a mostrarne pregi e difetti e senza pudore raccontare la vita affettiva e sessuale dei protagonisti. La loro quotidianità, a volte sopra le righe, a volte “banalissima”.

Sei mesi di vita, della vita di Andrea, sei mesi che possono rimescolare le carte come solo la vita vera sa fare. Certezze che crollano, rapporti che nascono o si trasformano, desideri che si esaudiscono. Sei mesi scanditi da “feste comandate”, dal Capodanno al Pride passando per eventi nazionalpopolari o organizzazioni di viaggi.

“Somare”  vi farà sorridere, ridere ma anche riflettere e commuovere. 

Ne ho parlato con l’autore.

Com’è nata la collaborazione con la casa editrice Sem e “Somare”?

Per puro caso. A me non è mai venuto in mente di scrivere un romanzo. Poi nel novembre del 2017 mi contatta Paolo Valentino, dalla SEM, società all’epoca da poco nata, proponendomi di scrivere un libro. Lusingato ringrazio ma rifiuto, perché convinto di non averne le capacità. Ma quella notte la storia inizia a prendere forma nella mia testa. I personaggi, l’eventuale sviluppo.

Così il giorno dopo li ho ricontattati e ho fatto loro una semplice proposta. “Scrivo un unico capitolo e ve lo invio. Con molta serenità mi dite cosa ne pensate e se credete possa avere senso proseguire”. Per tre settimane non ho più sentito nessuno. Ero convinto di aver scritto un obbrobrio. Poi è arrivata la risposta. Positiva. E a quel punto mi sono convinto. Così è nato Somare.

“Somare” racconta la vita di Andrea e dei suoi amici. Quanto c’è di vero e quanto di romanzato?

C’è tanto di vero, forse anche troppo. Ho attinto dai miei amici più intimi, dai loro caratteri, dal nostro rapporto, dalle nostre cene, dalle nostre vacanze. E poi c’è la mia vita. Andrea è di fatto il mio alter-ego, e tanto di quel che capita a lui, è incredibilmente capitato al sottoscritto. Poi è chiaro, romanzo immancabilmente.

Volendo però cedere ad una statistica, direi che un buon 70% è vita vissuta.

Perché le ciliegie in copertina?

Sulle ciliegine  non ho meriti.  Nasce tutto dai grafici SEM, ma appena me l’hanno proposte ho subito sposato l’idea. E’ spiazzante, pulita, elegante. E poi dietro quelle ciliegine c’è una lettura LGBT.

Dal primo momento che le ho viste, ho visualizzato una coppia gay. Si abbracciano, si tengono per mano, sono due cuori che si uniscono. 

“Somare” è un libro dal ritmo veloce e divertente, se fosse una serie tv sarebbe la giusta fusione tra “Will & Grace” e le ragazze di “Sax and the City”. Ti arriva la notizia che hanno acquistato i diritti del romanzo per farne una serie. Da chi la vorresti prodotta, sceneggiata, diretta e interpretata?

Dovendo folleggiare e sognare, direi ovviamente Netflix, perché non avrebbero quei limiti di ‘censura’ tipicamente figli della tv generalista. Somare è anche molto esplicito, crudo, nel raccontare e rappresentare il sesso, e un eventuale adattamento non dovrebbe in alcun modo edulcorarlo.

Ecco perché tra gli sceneggiatori ci infilerei proprio il sottoscritto, in modo da poter  monitorare l’andamento e difendere quanto scritto. Magari mi limiterei a portare il caffè agli altri sceneggiatori, ma vorrei esserci. Perché dovesse uscir fuori una cosa orrenda, non potrei perdonarmelo.

Su regia e interpreti ci si può lavorare. L’ideale, per i quattro protagonisti, sarebbe quello di scovare degli sconosciuti, ragazzi emergenti. Sulle mamme, invece, mi sbizzarrirei, con quattro attrici di peso magari inspiegabilmente dimenticate o sottovalutate.

Qual è ad oggi che ci parliamo il complimento più bello e più brutto che hai ricevuto? 

Oddio di insulti ne ho presi tanti, le mamme degli hater sono sempre incinte. All’inizio mi colpivano, poi ci ho fatto l’abitudine. Adesso da un orecchio entrano e dall’altro escono. Il più bel complimento, più volte esplicitato soprattutto via mail, è legato a Spetteguless,

Attraverso quel blog, nel 2015 nato per puro cazzeggio e dal nome idiota, diversi lettori hanno scoperto un mondo LGBT che fino a quel momento non sapevano esistesse. Hanno imparato ad accettarsi, trovato il coraggio di fare coming out.

Sapere di aver contribuito anche in minima parte alla felicità altrui, solo attraverso la scrittura, è meraviglioso.

Nel libro dedichi uno spazio importante a due eventi, ovvero Sanremo e il Pride, nel tuo caso quello romano. Ma sono due eventi di cui ancora c’è bisogno? Se si perché? 

Assolutamente sì.  Sanremo per me è un appuntamento imprescindibile. La Settimana Santa del Festival è rimasta l’unica finestra nazional popolare in grado di unire il Paese. Dopo la nazionale di Calcio, solo Sanremo riesce in simile miracolo.  Fosse per me ne farei uno al mese.

Tutti ne parlano, tanto nel bene quanto nel male, così come avviene con i Pride. 50 anni dopo Stonewall scendere in strada è ancora fondamentale, perché quei diritti faticosamente acquisiti potrebbero regredire, e soprattutto perché tanti altri diritti ancora negati vanno conquistati.

Il Pride è una strepitosa festa, pacifica, di pura accettazione, condivisione e orgoglio, nell’essere ciò che siamo, senza alcun tipo di maschera. Ecco perché ognuno è libero di viverlo come meglio crede, senza dover tener conto del giudizio altrui. Se volete essere ‘rappresentati’ da qualcuno, scendete in strada e rappresentate voi stessi.

Nel momento in cui lo farete vi innamorerete del Pride, e non potrete più farne a meno. Perché il Pride, esattamente come Sanremo, è il Pride.

Com’è andata a New York?

Benissimo, ma che fatica. Mi sono inutilmente innamorato 92762 volte, ho elargito così tanti milioni di dollari in mance da voler rinascere cameriere a Manhattan, avrò sfacchinato 10 km al giorno, mandato giù litrate di acqua zozza che gli americani chiamano inopinatamente caffè e mi sarò preso tipo la pleurite causa delirante aria condizionata, ma è stata una lunga settimana di piacere.

Anche perché quel World Pride, che ho vissuto dall’interno grazie al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, lo porterò nei ricordi per tutta la vita. C’era un’energia particolare, unica, indescrivibile, generata da milioni di persone sbarcate a NYC solo per celebrare i 50 anni di Stonewall. E’ stata un’esperienza unica e soprattutto necessaria, perché un eventuale sequel di Somare prenderà vita proprio da lì. Da Soho, New York.