Francis Lawrence è approdato alla regia cinematografica relativamente tardi, dopo aver dominato l’epoca d’oro dei video musicali. E se i più vecchi di noi forse lo ricorderanno per Io sono leggenda o Constantine (per il quale ammetto di avere un punto debole), il grande pubblico lo conosce perlopiù come il regista della serie di Hunger Games. A questo giro Lawrence torna invece nelle sale con La lunga marcia, adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King, al cinema a partire dal 23 aprile.
The long walk: chi si ferma è perduto
In degli Stati Uniti alternativi dominati da un regime totalitario in crisi, ogni anno l’intera nazione rimane col fiato sospeso per la Lunga Marcia. In questo evento televisivo, cinquanta giovani (uno proveniente da ogni stato) si sfidano in una competizione ambitissima con regole molto semplici. Si marcia, giorno e notte: chi scende sotto i 5 km/h riceve un avvertimento; chi supera il terzo avvertimento viene giustiziato sul posto. L’ultimo a sopravvivere riceve un favoloso premio in denaro e la possibilità di esaudire un desiderio — l’unico modo, in questo mondo, per sperare in un riscatto dalla miseria che attanaglia la nazione. Ray Garraty è stato sorteggiato per rappresentare il Maine, stato in cui si sta tenendo la Marcia; poco sportivo e soprattutto privo della sete di sangue che sembra riempire altri concorrenti, Ray ha però delle ragioni personali per provare a vincere, ragioni che vanno molto oltre fama e denaro…

Fenomenologia del film spiacevole
Perché, come specie, decidiamo di guardare film che sono secondo tutte le possibili metriche esperienze spiacevoli?
Per raccontare certe storie attraversare il brutto, il doloroso, l’orrido è ineludibile — per fare sì che un messaggio abbia un peso, per dare forza alla luce in fondo al tunnel, per arrivare a quell’anelato senso di catarsi. The long walk soffre di una sindrome sempre più comune fra i film, che potremmo chiamare pretenziosamente “scompenso catartico”.
Ovvero: il film è un’esperienza estremamente spiacevole. Al di là dell’ovvia crudeltà della marcia in sé, mette volutamente in vetrina tutti gli aspetti più viscerali dell’ordalia, dalla spossatezza estrema alle funzioni corporali, dal rapido deterioramento psicologico dei personaggi alla gretta fisicità dell’esecuzione dei più deboli.

E soprattutto, quando arriva la fine e ci chiediamo “ma io, perché ho sopportato tutto questo?”, non sa bene cosa risponderci. Non c’è un tentativo di dire qualcosa di rilevante, non c’è un messaggio emotivo da situare, non c’è un contrappeso alla spiacevolezza. E allora diventa difficile anche valutare il film sotto ogni altro aspetto, perché l’esperienza suona vuota.
Il peccato è che tecnicamente il film funziona, fa quello che deve fare, forte di buone performances e di un finale diverso da quello del libro e onestamente sorprendente, ma che non è abbastanza da salvare un insieme che risulta meno della somma delle sue parti.
Il cast
Cooper Hoffman è Ray Garraty, concorrente per lo stato del Maine, che sta partecipando alla Lunga Marcia per ragioni più complesse di quanto non dia a vedere. David Jonsson è Pete McVries, un giovane orfano che fa amicizia con Ray durante la Marcia. Tut Nyuot e Ben Wang sono Art Baker e Sam Olson, altri due Marciatori che insieme a Ray e Pete formano il gruppo dei “moschettieri”. Garrett Wareing è Stebbins, il robusto favorito di quest’edizione della Marcia, mentre Charlie Plummer è Gary Barkovitch, elemento erratico e pericoloso del gruppo. Nel cast anche Judy Greer nel ruolo della madre di Ray e Mark Hamill in quello del Maggiore, dittatore della nazione in ginocchio.
La recensione
The long walk è un horror che tecnicamente funziona, ma manca un po’ di una ragion d’essere. Arricchito da buone interpretazioni e un finale sorprendente, potrebbe risultare galvanizzante per alcuni e blando per altri.
Voto:
6/10