We Are Who We Are, Luca Guadagnino racconta la sua prima serie e apre a una seconda stagione “io ci sto”

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We Are Who We Are Luca Guadagnino e gli altri protagonisti hanno raccontato la serie tv in arrivo dal 9 ottobre su Sky

La conferenza stampa rigorosamente virtuale, di We Are Who We Are è stata un atto d’amore di attori, produttore, sceneggiatori a Luca Guadagnino, regista e anima nazionale e internazionale della serie tv. Ma è stata anche l’occasione per scoprire alcuni risvolti interessanti sulle diverse fasi produttive della serie tv in arrivo da venerdì 9 ottobre con i primi due episodi su otto su Sky Atlantic, in streaming su Now Tv e anche su Sky Cinema.

L’idea parte da Lorenzo Mieli di The Apartment che dopo aver visto Boys Don’t Cry aveva sentito l’esigenza di approfondire quei turbamenti adolescenziali, quel sentirsi uomo in un corpo di donna, quella trasformazione in un formato seriale “E poi c’è stata questa evoluzione attraverso gli autori. Si parla tanto di serie teen, pubblico teen ma qui a noi interessa la scoperta del mondo teen e questa esplosione dagli adolescenti protagonisti passa a tutti i personaggi.

Un evoluzione arrivata con il contributo di tutti compreso il regista Luca Guadagnino, per lui è stata una prima volta come quelle degli adolescenti della serie “prima volta con Sky, prima volta nelle serie, prima volta con questi autori” e prima volta anche con il giovane montatore di soli 26 anni con cui ha realizzato la serie. E insieme si sono accorti di come funzionasse sia separata che in un unico flusso come un film da 8 ore e così infatti è stato mostrato al Festival di San Sebastian.

La trama e i personaggi

Prima di entrare nei dettagli della conferenza stampa e di quello che ci hanno raccontato, è meglio fermarsi un secondo e ricordare cos’è We Are Who We Are, partendo dai suoi protagonisti. Jack Dylan Grazer interpreta Fraser, un quattordicenne timido e introverso, che da New York si trasferisce in una base militare in Veneto con la madre Sarah (Chloë Sevigny) e la compagna Maggie (Alice Braga), entrambe in servizio nell’esercito statunitense. Oltre a doversi abituare a una nuova realtà, Fraser dovrà imparare a conoscere se stesso.

Qui incontrerà Caitlin (Jordan Kristine Seamón) un’adolescente apparentemente spavalda e sicura di sé che vive da anni con la sua famiglia nella base e parla italiano. Col passare del tempo Fraiser diventerà molto amico di Caitlin. Insieme intraprenderanno un cammino di auto-scoperta durante l’estate. Gli amici credono che Fraiser e Caitlin stanno insieme, ma lui in realtà sente molto la mancanza del suo amico d’infanzia, Mark, mentre svilupperà dei sentimenti verso un soldato più grande di lui. Rispetto al fratello maggiore Danny (Spence Moore II), Caitlin ha un rapporto più stretto con il padre Richard (Kid Cudi) che non con la madre Jenny (Faith Alabi), con la quale la comunicazione è più difficile.

Caitlin è la figura cardine del suo gruppo di amici, di cui fanno parte Britney (Francesca Scorsese, figlia di Martin), una ragazza schietta, arguta e sessualmente disinibita, Craig (Corey Knight), un allegro e bonario soldato di circa vent’anni, Sam (Ben Taylor), il geloso ragazzo di Caitlin che è anche il fratello minore di Craig, Enrico (Sebastiano Pigazzi nipote di Bud Spencer, romano che ha fatto un lungo lavoro sul dialetto chioggiotto), uno spensierato diciottenne del Veneto che ha un debole per Britney, e infine Valentina (Beatrice Barichella), una ragazza italiana. Tom Mercier è Jonathan, un assistente di Sarah.

La scelta dell’ambientazione

Un punto centrale di We Are Who We Are è la sua ambientazione, una base americana in Italia nel 2016 nel semestre che ha portato all’elezione di Donald Trump. Le trasformazioni e le evoluzioni interiori dal microcosmo personale si riagganciano a quello globale, così una serie che racconta la vita di un gruppo di adolescenti alla scoperta di sè diventa parte del mondo.

E la scelta della base americana non è stata immediata, ma è stata quasi un’esigenza del regista che “per una disciplina mentale ho necessità di uno spazio piccolo per raccontare qualcosa universale, così ci è venuta l’intuizione di un luogo come la base militare che al contempo non solo è una parte per il tutto ma ha anche tutto un livello di disciplina cui adeguarsi e cui trasgredire.” In questo modo hanno potuto superare l’idea iniziale della piccola città di provincia americana, fin troppo abusata.

Essendo una sorta di navicella che si appoggia in una zona ci permette anche di guardare come si interagisce con il dentro e il fuori.” Anche la scelta del periodo è nata per la necessità di controllare al meglio le storie perchè magari “vedi cose ambientate oggi che però sembrano fuori dal tempo. Mentre scegliendo un periodo sai quello che è successo e le possibili reazioni, così il semestre elettorale e l’elezione di Trump erano troppo interessanti” una fase di cambiamento che si rispecchia anche nella base militare, portando per esempio Chloe, la comandante della base e mamma del protagonista Fraser, a dire “il tempo è cambiato adesso ci vogliono decisioni forti e rapide“.

Un non luogo che è stato utile anche per Jack Dylan Grazer per diventare Fraser, vivere come Fraser. Stando in Italia, facendo gruppo con gli altri attori, non era più Jack ma Fraser. “Ho vagato per l’italia per sentirmi Fraser, cercando di agire come lui magari entrando in una caffetteria e ordinare come farebbe lui, con la sua sfrontatezza che nasconde insicurezza“. Fraser è un personaggio strano, insolito ma non è antipatico come potrebbe far pensare una lettura superficiale, piuttosto è “un adolescente spaesato, col jet lag che conosciamo quando gli hanno perso la valigia e si ritrova in un luogo dove tutti sembrano ostili” lo difende Guadagnino con Grazer che sottolinea come “tutti i personaggi hanno diverse sfumature e forse questo non è semplice da digerire“.

I personaggi e il futuro di We are who we are

Inevitabile parlare del futuro di We Are Who We Are con il regista che ha decisamente aperto alla seconda stagione “se tutti lo vorranno io sono disponibile”. E tra questi dovranno esserci Francesca Manieri e Paolo Giordano i due sceneggiatori che Guadagnino ha portato sul campo per avere la possibilità di cambiare in corso d’opera, con cui ha lavorato a stretto contatto fin nella scelta della base.

Luca è la precisione” ha raccontato Francesca Manieri “dopo il primo incontro ci ha detto ‘avete visto A nos amours? fatelo quelle sono le mie note’. E’ stato un lavoro di innamoramenti reciproci, verso la scrittura di Paolo Giordano, verso Luca“. Questa serie per Paolo Giordano è stata “un po’ un atto di tracotanza per noi, pensare di scrive una serie di un’America in Italia. Tutto ha quell’ubris dell’adolescenza che si riflette nel resto“.

I personaggi e l’ottimo lavoro di casting ha fatto il resto, ma non è stato facile “perchè dovevamo riprodurre tutte le sfaccettature dell’America e portarle nella base militare“. Mentre la scelta di Jordan Kristine Seamon per il ruolo di Caitlin è stato immediata ” Mi sono innamorato di lei vedendo la sua registrazione della scena del quinto episodio in cui Caitilin recita Mamet” ha raccontato Guadagnino che ne ha elogiato il volto enigmatico denso di possibili emozioni.

E sul set doveva sicuramente esserci un gran bel clima visto che tutti hanno elogiato la cura, la precisione, il modo di lavorare di Luca Guadagnino. Negli USA la serie è stata molto apprezzata dalla critica e chissà se una volta deciso a quale categoria appartiene se serie o miniserie, non possa esserci per il regista e il suo magnifico cast anche un po’ di gloria ai prossimi Emmy e Golden Globe.

P.S.: ci torneremo anche in sede di recensione ma, senza nulla togliere al lavoro dei doppiatori, se potete, se avete voglia, guardatela in lingua originale, cogliere i tentativi degli americani di parlare in italiano, gli sforzi di Fraser con il dialetto locale, è sicuramente un valore aggiunto.