Good Boy, il nuovo film del regista polacco Jan Komasa è una riflessione sull’instabilità dei legami affettivi nel mondo digitale. Presentato al Festival di Toronto 2025, il film prodotto da Jerzy Skolimowski arriva nelle sale italiane a partire dal 6 marzo.
Good Boy, al cinema
Tommy (Anson Boon) è un diciannovenne dalla vita sregolata, fa uso di droghe, beve, compie atti di bullismo e prepotenza verso donne e bambini. In una serata particolarmente scatenata il giovane perde i sensi per risvegliarsi incatenato in una cantina. I suoi carcerieri sono una coppia, Chris (Stephen Graham) e Kathryn (Andrea Riseborough), che l’hanno imprigionato con l’obiettivo di rieducarlo forzatamente per renderlo finalmente un bravo ragazzo.


Il regista polacco cala la vicenda in una campagna indefinita del Regno Unito, in una villa isolata che diventa un microcosmo. Come un po’ in Kynodontas (2009), la famiglia segue regole rigide e a volte bizzarre, solo il padre può aprire il cancello e non si possono usare i cellulari. Rituali e imposizioni rendono la casa una prigione non solo per Tommy, ma anche per il figlioletto della coppia Jonathan (Kit Rakusen) che non va nemmeno a scuola, e per la stessa Kathryn, depressa a tratti catatonica, presenza che infesta l’ambiente. Solo a Chris è permesso di uscire occupandosi di tutte le vicende da buon pater familias.
Good Boy, la recensione: esplorare l’adolescenza
Komasa torna ad esplorare il rapporto tra adolescenza, violenza e social network come già in Suicide Room e Haters, per operare una satira sulla debolezza dei legami interpersonali in una società iperconnessa. Tutte le scorribande di Tommy sono infatti inquadrate dal suo smartphone e pubblicate live sui social, in una glorificazione della violenza tutta digitale. Come una nuova cura Ludovico, Chris costringe Tommy a rivedere i filmati dei suoi misfatti (rigorosamente su una tv a tubo catodico) e lo sottopone a videocassette rieducative per curare l’ultraviolenza 3.0. Analogico e digitale è lo scontro anche tra carceriere e prigioniero, dove il primo rappresenta la violenza dell’educazione abusante del dopoguerra, mentre il secondo la superficialità del sopruso, come suggerisce a più riprese lo stesso regista.


Lo scontro tra due generazioni attraverso il processo di educazione finisce per diventare anche scambio: Tommy infatti, durante la prigionia, viene fisicamente legato, percosso e punito, ma viene anche incoraggiato a leggere libri, a ragionare sui suoi comportamenti (auto)distruttivi e a legare con i suoi carcerieri, proprio come se facesse parte della famiglia. Certo disfunzionale e tirannica, ma comunque una famiglia, entrando in un sistema di cura e insegnamento.
Nella scena spartiacque del film Tommy viene invitato per la prima volta a partecipare a una serata cinema sul divano. Attraverso la visione di Kes di Ken Loach Tommy inizia a entrare in empatia con la marginalità, iniziando anche a comprendere la sua natura di soggetto negletto, vittima di una famiglia biologica indifferente. Intricato nel ciclo dell’abuso, il protagonista si sente per la prima volta scelto e visto da qualcuno che si prende cura di lui, anche con una certa tenerezza.
Un film da non perdere
Il regista candidato al premio Oscar ha dichiarato che il film è una lettera d’amore provocatoria nei confronti della tirannia: vale la pena rinunciare a un po’ di libertà per guadagnare una famiglia (o uno Stato) che si prende cura di te?
La messa in discussione della famiglia nucleare borghese da parte di un elemento di disturbo ricorda anche un altro film di Yorgos Lanthimos, Il sacrificio del cervo sacro. Lì naturalmente la dinamica era opposta, ma le traiettorie grottesche e sadiche delle relazioni interpersonali mostrano un’architettura danneggiata e prossima allo sgretolamento. La famiglia “originale” infatti è scossa dalla presunta scomparsa di un altro figlio, questione che non viene mai chiarita del tutto, di cui Tommy diventa in qualche modo un sostituto.
La genitorialità in questo senso funge da missione, come l’addestramento di un cane rabbioso: essere madre ed essere padre è un ruolo al quale non si può in nessun modo rinunciare e che si sovrappone completamente con le identità di Kathryn e Chris che finiscono per inglobare nella famiglia anche la signora delle pulizie Rina, un’adulta a tutti gli effetti. Per sopravvivere al lutto l’unica via possibile sia reiterare violentemente l’istituzione tirannica della famiglia.
Tommy, allo stesso modo, all’inizio rifiuta bruscamente il ruolo del figlio, la cui madre non denuncia nemmeno la sua scomparsa, per poi finire con l’adeguarsi a quella norma come fosse natura.


Good Boy è un film che gestisce in maniera posata le sue provocazioni, anche se lascia alcune questioni avviluppate nel cosmo del film, concentrandosi piuttosto sulle parabole dei protagonisti. Gli spunti di riflessione sull’istituzione famigliare e la sua funzione correttiva sono molteplici ma non sempre arrivano al punto, risultando in tante metafore a volte un po’ confuse. Le performance del quasi emergente Boon (vincitore come Miglior attore alla Festa del cinema di Roma) e di Riseborough, ormai perfettamente a suo agio in ruoli borderline, donano spessore inedito a una vicenda dark e grottesca che non ha paura di mostrare anche un lato più tenero.
Summary
Good Boy è una riflessione dark sul bisogno d’affetto e la fragilità dei legami familiari nell’era digitale con delle performance attoriali che lasciano il segno.
Voto:
7/10