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Illusione è un thriller che ha troppa paura di esserlo – La recensione

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Nei campi intorno Perugia viene ritrovato il corpo di una ragazzina vestita con abiti d’alta moda. È Rosa Lazar (Angelina Andrei), una quindicenne moldava che si scopre essere in realtà ancora in vita. Nel suo nuovo film Illusione, dal 7 maggio nelle sale, Francesca Archibugi dà vita ad un thriller in salsa italiana, raccontando un mistero con echi molto più grandi di quello che appare.

Illusione – Un mystery all’italiana

Illusione si sviluppa dunque come il più classico dei thriller: la città di Perugia è una Twin Peaks costellata da personaggi misteriosi e dal passato oscuro. C’è la magistrata Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca), una donna dura e trattenuta che affronta il suo lavoro con la massima serietà, accompagnata dallo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino), che da adolescente è finito nei guai con la giustizia e ora si barcamena tra il lavoro e i tre figli accompagnato dalla moglie Susanna (Vittoria Puccini) sempre oberata di lavoro. A loro si aggiunge poi il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi), il “maschio” in carica dallo spirito sardonico che pensa di avere sempre tutte le risposte.
Il relativo idillio di una piovosa città umbra viene scosso dall’arrivo di un’adolescente conturbante che sembra non ricordare nulla del suo passato. Ma come ci è finita dalla Moldavia a Perugia? E chi è che voleva sbarazzarsi di lei?

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Michele Riondino e Vittoria Puccini in una scena di Illusione.
© 01 Distribution

Anatomia del dubbio

Il lungometraggio nasce da un reale fatto di cronaca riguardante una giovane prostituta lasciata moribonda in un fosso e l’obiettivo di Archibugi, a detta della stessa regista, è proprio quello di dare una voce e mettere al centro della narrazione una delle tantissime vittime di violenza maschile dimenticata dalla società e dalla stampa.
Illusione prende spunto dalla tradizione di Camilleri e Scerbanenco per rendere più che altro un microcosmo di persone e personaggi che devono fare i conti con i propri fantasmi, studiando i loro meccanismi di reazione alla comparsa di un elemento perturbante che è il ritrovamento di Rosa Lazar.

La ragazza, dal canto suo, è un personaggio magnetico che non è innocente come sembra, è tormentata da un passato violento e finisce per mettere nei guai chi le vuole bene. La sua natura aliena ma eterea la rende affascinante, di quel fascino tipico di una creatura ingenua ed “estranea” che però sembra essere fuori posto in ogni parte del mondo, estraniata da una probabile neurodivergenza.

Chiusa in una realtà sua forse come protezione dall’abuso, nel suo rapporto con lo psicologo dopo un’intesa rassicurante inizia ad insinuarsi il sospetto, nella maniera di Vinterberg, e il dubbio diventa padrone. Attraverso flashback frammentati lo spettatore scopre le tappe del viaggio di Rosa, dal sogno di diventare modella fino all’arrivo a Parigi grazie al cugino lenone che invece di proteggerla la getta in un giro losco su cui lui stesso perde il controllo.

Jasmine Trinca in una scena di Illusione.
© 01 Distribution

Una denuncia sociale che non va a segno

Se l’ispirazione degli sceneggiatori Francesco Piccolo e Laura Paolucci è la Sicilia di Montalbano o la Lombardia di Lamberti il risultato però è più l’Umbria di Don Matteo, non uscendo di fatto dallo sceneggiato televisivo con tanto di commistione con la commedia, sporadica nella “linea comica” dei camei di Francesca Reggiani o di Aurora Quattrocchi, nei panni di una suora tutta cifosi e bastonate.

L’altro punto debole del film è che pur volendo restituire dignità alla sua protagonista, in realtà fallisce proprio nel presentare Rosa come un personaggio a tuttotondo. È come se in qualche modo vedessimo solo l’immagine di lei che ne hanno gli altri, superficiale e vuota. C’è l’esotismo, la sessualizzazione del personaggio straniero, la caratterizzazione da ragazza sempre felice e ingenua da sfiorare l’idiozia e incapace di formare relazioni umane significative. Dopo innumerevoli anni di rapporti fruttuosi con i Balcani, sembra che il cinema italiano non sia ancora riuscito a darne una rappresentazione degna che esulasse dallo schema malavita-prostituzione-pronunce sbagliate.

L’idea di denunciare il fenomeno terribile dello human trafficking ai danni di donne giovanissime è nobile, e il film sicuramente prova a mostrare l’ingenuità bambinesca di queste ragazzine provenienti da realtà svantaggiate che si affidano a uomini potenti e spregiudicati con la promessa di avere un futuro migliore. Tematica più attuale che mai nel periodo dei file Epstein, ma solo la punta dell’iceberg di un sistema politico ed economico corrotto che non riguarda solo la mafia esteuropea, ma che ha echi tra i palazzi di Strasburgo e Parigi a beneficio di europarlamentari pedofili e viziosi.

Angelina Andrei in una scena del film.
© 01 Distribution

In questa rappresentazione dell’architettura della compravendita umana sistemica sicuramente è lodevole mettere la violenza fuori dallo schermo, ma allo stesso tempo a volte il film sembra aver paura di osare con il genere nel quale poteva immergersi molto di più per restituire una condanna più dura e spietata.

Illusione è un’occasione sprecata per denunciare la grossa rete di potere eteropatriarcale che domina il mondo, non osando attingere pienamente dal genere thriller e mystery risultando in una rappresentazione da fiction di prima serata che non colpisce come vorrebbe. Le interpretazioni di Filippo Timi e Vittoria Puccini in particolare sono punte di diamante che offrono un valore aggiunto ai personaggi, pur ben caratterizzati.

Summary

Illusione è un thriller mystery che ha paura di osare, risultando in un’operazione di denuncia solo a metà. Le buone interpretazioni degli attori non riescono a supplire a una sceneggiatura debole e troppo legata alla tradizione televisiva.

Voto:

5/10
5/10
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