Vincitore di tre premi alla Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del cinema di Venezia, Se mai le cose è il nuovo cortometraggio di Giulia Cosentino che parla di come gli oggetti quotidiani possano caricarsi di significati inediti. Attraverso una riflessione sul concetto di corredo antico e contemporaneo, il cortometraggio affronta il nostro legame con le cose e come queste possano raccontare la nostra storia, i nostri sogni e la tensione tra desiderio e aspettativa sociale.
Intervista a Giulia Cosentino
La genesi del corto
Parlami un po’ della genesi di Se mai le cose, come hai avuto l’idea del cortometraggio?
Era il periodo di uno dei miei tanti traslochi ed ero lontana dalle mie cose. Con il fatto che ero in giro da tanto tempo pensavo spesso che mi mancassero degli oggetti specifici che non è che fossero particolarmente importanti o necessari e da lì ho iniziato a interrogarmi sul valore immateriale che queste cose avevano nella mia vita e quanto mi mancassero come identificazione personale. Da questa idea di lavorare sul valore immateriale degli oggetti ho immaginato una storia di un trasloco e l’ho fatto attraverso una storia che riguardasse una separazione perché avendo trent’anni succedeva spesso intorno a me anche con amici e amiche, quindi ho legato insieme quel bisogno di parlare di oggetti a quella che era invece una crisi generazionale.
A trent’anni ti scontri per la prima volta con l’età adulta davvero, con cosa sei diventato e con quelle scelte che determinano poi i successivi anni della tua vita e dopo i trent’anni inizi a considerare effettivamente quello che vuoi e quello che non vuoi e questo crea sempre un po’ di confusione e di smarrimento e di riflessione e spesso mette in crisi le coppie. Soprattutto credo che dal punto di vista femminile metta in crisi perché rappresenta il primo momento in cui ci si interroga sulla possibilità di avere dei figli o no, se è una scelta, se effettivamente è una cosa che si vuole portare avanti. Fino a quel momento è una domanda che ha una risposta nel futuro, lontana, e invece poi arriva in una maniera un po’ più preponderante perché ci si definisce come persone adulte.
Hai detto in altre interviste che l’archivio qui è arrivato come punto d’approdo piuttosto che di partenza, considerando che è la tua prima opera di finzione vera e propria come hai lavorato nel far comunicare archivio e finzione?
È arrivato come approdo nel senso che io avevo scritto un film di finzione, la storia di questa giornata di trasloco e questo confronto attraverso gli oggetti e quindi la memoria. Il lavoro sulle fotografie era già presente e anche il fatto che volessi lavorare sull’idea che ci fossero coppie di altre persone e rendere la storia un po’ più collettiva.
Mi è poi sembrato naturale proseguire il discorso sui ruoli sociali che porto avanti anche dagli altri film attraverso una riflessione sugli oggetti e su cosa fosse prima il corredo, io stessa ne ho uno. Quindi mi sono interrogata su come questa cosa avesse influenzato anche la mia di vita, ovviamente molto alla lontana. Pensavo che il fatto di essere cresciuta con l’idea di un giorno usare delle lenzuola, degli asciugamani all’interno di una condizione casa stabile che non avrò mai probabilmente con la vita che sto affrontando, che è la vita precaria che il mondo ci ha un po’ imposto, potesse essere un’eco che in qualche modo a livello immaginifico e quindi che il linguaggio cinematografico e non soltanto con i dialoghi sul tema potessero scaturire una riflessione.
Quindi ho fatto una ricerca d’archivio su quello che esisteva negli archivi italiani sul corredo delle spose e sono rimasta un po’ stupita del fatto che non solo esistevano come potevo immaginare filmati amatoriali di persone che riprendono i propri corredi o i corredi delle proprie figlie prima del momento del matrimonio quindi la sua esposizione, ma esistevano addirittura dei film di finzione fatti negli anni Cinquanta e Sessanta che avevano come tema il corredo in una maniera completamente opposta rispetto a quella che stavo cercando di affrontare io. Quindi nel trovare questi film mi sono proprio aperta un mondo e mi è sembrato interessante utilizzare l’archivio questa volta non come riscrittura ma proprio anche come punto di partenza e contrappunto rispetto a quello che stavo immaginando di girare.


Il lavoro sul suono
È molto interessante anche il lavoro sul suono e su tutte le varie tracce sonore. C’è un’incarnazione dell’oggetto, sicuramente legata al tema delle cose, la teiera, il diario aperto… gli oggetti hanno una loro voce vera e propria. Parlami un po’ del lavoro che hai fatto qui e come hai scelto le fonti sonore che hai usato
Già in scrittura avevo individuato alcuni oggetti che in qualche modo per me potevano parlare e che riuscissero anche a raccontare l’arco temporale della storia d’amore, una storia d’amore molto bella, di confronto e di crescita soprattutto perché non avevo alcuna intenzione di raccontare una storia d’amore negativa o che vedesse possesso o il sopruso a parte di uno dei due. Quelle che si ha la fortuna di vivere nei vent’anni sono storie d’amore di crescita, l’idea di crescere insieme può portare a trovarsi in un momento della vita in cui non ci si corrisponde più, però sono storie che hanno una valenza enorme nel nostro vissuto.
Questi oggetti sono oggetti normali, che fanno parte di questa crescita insieme, sono oggetti di tutti i giorni, la teiera perché comprata in un mercatino, come potrebbe essere la forcina perché trovata per casa, le luci di natale perché riguardano un momento in cui si fa una cosa insieme, la normalità degli oggetti è quello da cui sono partita e già in scrittura parlavano, quindi avevo già questa idea che il piano temporale della memoria fosse soltanto uditivo, come se le cose avessero comunque una memoria, una propria identità, raccontando momenti diversi non in maniera didascalica ma come se prendessero voce, un po’ come avevo lavorato in Le prime volte con le voci delle protagoniste.
È come se fossero proprio degli spezzoni della memoria, come quando ci ricordiamo una conversazione con qualcuno, quando sentiamo l’odore di qualcosa o una musica che ci subito pervade il corpo con un sentimento di nostalgia e proprio di risentirsi in quello stato di cose, in quel presente. Io credo che in qualche modo la tattilità possa fare anche questo, riprendere in mano un oggetto a volte ci riporta a delle conversazioni, a una dimensione diversa di chi eravamo.
Ho lavorato in questa direzione sia sul testo, perché è una cosa che abbiamo scelto subito di fare con la delegata di produzione Francesca Bennett, sia con l’aiuto regista Benedetta Barroero sul dedicare una giornata solo all’audio. Abbiamo fatto tre giorni di riprese video con la pellicola, poi il reparto camera è andato via e noi siamo rimasti con il fonico e gli attori e abbiamo fatto dei giorni come se fosse proprio set ma senza macchina da presa, ovviamente girando dentro il letto le scene del letto, girando al mercato le scene del mercato, andando all’università per girare la scena dell’agenda, come se fosse un set ma soltanto di audio perché anche per gli attori per me era importante restituire dei momenti, quindi che non fossero soltanto dei voiceover all’interno di uno studio, ma che fosse proprio un interpretare altri momenti della loro vita.
Il raffronto con i lavori precedenti
Come molti dei tuoi lavori precedenti, penso a Le prime volte ma soprattutto Lui e io, prosegui con l’esplorazione della tensione tra scelta e aspettative patriarcali, stavolta del tutto applicato alla contemporaneità. Oggi sembra che le donne possano realizzarsi appieno autonomamente ma a volte si sente il peso di chi è venuta prima e non poteva farlo. Un po’ risponde anche la tua protagonista, ma la domanda è: secondo te questa libertà non risulta comunque un po’ illusoria?
Non so quanto passi nel film ma per me sì, cioè anche personalmente lo è. Mi sembra che ovviamente viviamo la possibilità di scegliere che comunque è sempre relativa considerando che non parliamo mai di condizioni di classe che è una delle condizioni di base per la scelta nella vita di chi vogliamo essere. Non tutte abbiamo le stesse possibilità e non ti parlo soltanto di questioni di genere ma proprio di questioni economiche che è una cosa che viene sempre passata in secondo piano ma invece forse vale la pena ritornare a parlare di classe.
Ma non solo questo, il punto è che ovviamente anche l’aspettativa di farcela, di essere delle donne autonome, di avere successo come individui quindi come persone che hanno un valore e che quindi vengono riconosciute anche dalla società come autonome e indipendenti, poi comporta involontariamente anche delle rinunce sul piano emotivo e sentimentale, non parlo soltanto dell’amore romantico ma anche dal punto di vista dell’amore familiare, come se poi quell’aspettativa sociale dell’essere indipendente ti faccia in qualche modo rinunciare a quelli che sono i tuoi affetti, quindi comunque la cura delle persone intorno a te e questo non è ovviamente un insegnamento del femminismo credo ma una conseguenza del mondo contemporaneo che ci vuole tutti indipendenti.
C’è sempre questo insegnamento secondo il cui devi volere bene a te stesso prima di voler bene a qualcun altro che è una cosa a cui non credo molto, ovviamente bisogna lavorare su di sé ma credo che lavorare su di sé significa lavorare attraverso lo sguardo degli altri e attraverso anche al bene che possiamo dare agli altri sennò diventiamo delle schegge impazzite e non riusciremo a fare collettività. Quindi quello che cercavo di affrontare nel film era appunto questa ulteriore pressione che abbiamo noi giovani donne del presente in Italia e in occidente rispetto a restituire anche un po’ questa capacità di indipendenza che a volte non ci appartiene.
Quello che vorrei che passasse dal film è che ognuna possa essere quello che vuole e credo che poi l’insegnamento del femminismo e del transfemminismo è proprio l’idea che bisogna accettarsi per chi siamo nei nostri desideri. La questione è come ci arriviamo a capire cosa desideriamo veramente? Non lo so… Questa è una domanda che chissà in quanti altri film dovrò affrontare… non ho una risposta però è la spinta che mi ha portato anche a questo film.
Il tema del femminismo
Questo discorso mi ricorda anche un po’ le discussioni care al femminismo della terza ondata, dove la carriera era un punto focale. Sicuramente l’indipendenza economica rimane un pilastro, ma è interessante anche la riflessione che la protagonista fa in qualche modo sul capitalismo: non è anche quella una spinta all’iperproduzione? La tensione tra desiderio e condizionamento secondo te è superabile?
Mi auguro di sì e infatti non credo che funzioni. Stiamo ragionando ora sulle conseguenze di quello che la terza ondata ci proponeva e che non sembra funzioni del tutto. Molte delle nostre colleghe un po’ più grandi di noi nello scegliere la carriera a tutti i costi non mi sembra abbiano avuto un riscontro per forza benefico nel proprio personale, è più un discorso collettivo in cui siamo state di nuovo ingabbiate, quello delle “donne in carriera”, quelle che ce la facevano, le eccezionalità, chi è che resiste di più per corrispondere al modello maschile in cui riesci a essere brava e quindi riconosciuta nel tuo giro professionale.
Non so quanto questa cosa funzioni perché poi vengono a mancare altre cose che in realtà non so quali sono, non è che io penso che fare i figli sia la risposta ovviamente, ognuno deve poi capire qual è il proprio spazio vitale. C’è chi sceglie la politica, chi l’attivismo, l’amicizia o la natura, ognuno la declina come vuole ma io penso che sia fallimentare sia per maschi che per femmine il discorso di farcela a tutti i costi. Quello che viene a mancare è un discorso di stare in relazione che forse è il modo in cui possiamo vivere la nostra vita su questo pianeta.
In questo senso io parlo di eredità, eredità anche per le altre donne, il fatto che il mio film possa parlare a delle registe più giovani è forse la cosa più bella che può succedere per il film e per me, non perché io debba insegnargli qualcosa, anzi, ma perché qualcuno lo possa anche stravolgere. È quello che dico anche quando lavoro con l’archivio, l’eredità va presa per essere in qualche modo rielaborata secondo i modelli che abbiamo oggi. Non so se ho risposto ma non credo che il modello capitalista faccia per me.


Sì, questo modello della girlboss poteva essere funzionale ad un certo punto della storia, ma adesso sembra faccia più danni che altro…
Sì, credo che molte delle nostre amiche più grandi abbiano dovuto rinunciare a un sacco di cose per dimostrare di esser in grado di sapersi gestire. Mi accorgo anche nel mio lavoro da regista che l’aspettativa della mia presenza è diversa, io comunque sono una donna con un sacco di aspetti femminili che amo tantissimo di me, quindi anche più emotivi, passami il termine, ma che comunque fanno parte della mia persona e ovviamente comporta anche che io lavori in maniera diversa.
Lo so che è diverso lavorare con un regista uomo che ha una sua consapevolezza e probabilmente leggerezza nel fare alcune scelte rispetto a tutta l’aspettativa che può avere una regista, è proprio lì la differenza su cui possiamo investire nel tempo per cercare di migliorare. Comunque c’è una diversità e in questa diversità è importante esplorare che cosa significa non applicare un modello maschile.
Mi sembra che a un certo punto si sollevi la questione del corredo come fardello che mi sembra molto emblematica, una volta era psicologico e ingombrante come predestinazione, qui invece è un fardello letterale, pesante anche fisicamente sotto forma di pacchi, buste e valigie da spostare da una parte all’altra. In una contemporaneità fatta di spostamenti continui e di instabilità, che valore nuovo acquistano le cose?
Per me hanno un valore enorme però capisco che poi sono cose che si possono ritrovare. Forse l’idea è più quella di poter lasciare andare alcune cose, mentre il corredo era il corredo della sposa, fatto di cose che hanno un valore enorme e per cui hanno speso tantissimi soldi le persone prima di te, cose che sono state comunque cucite, lavorate, quindi hanno proprio un valore materiale come oggetto in sé e che poi vanno a occupare lo spazio “casa” anche nell’ottica di doverlo gestire, doverli lavare, dover avere quest’idea di nido da curare.
Nelle nostre vite chiaramente gli oggetti assumono un valore molto più temporale, cambiamo case, cambiamo relazioni, cambiamo amici e cambiamo uffici tantissime volte, quindi non ci riportiamo quasi mai le stesse cose, il nostro computer dura al massimo quando va bene dieci anni, che è forse l’oggetto che tengo più in mano e che più mi serve nella mia vita da quando studio. Quindi comunque hanno ovviamente un valore diverso, non ho una risposta su qual è ma sicuramente è cambiato tantissimo, e forse in questo c’è anche una libertà nel poter lasciare andare delle cose perché ci possiamo definire anche in nuovi modi.
La questione è che noi cresciamo e cambiamo anche, e ci contraddiciamo su chi eravamo prima, non per negare chi eravamo ma per essere curiosi su chi saremo e cosa ci portiamo dietro.
È bello avere la fortuna incredibile di avere qualcuno che invece resta a casa e quindi poter di tornare in delle case in cui ci sono oggetti che siamo stati, ma non sempre è così, appunto qui parliamo anche di un discorso di classe che è cambiato completamente, però quella sensazione lì credo sia in evoluzione. Nello stesso tempo in un mondo in cui si sostituisce tutto quando si rompe questa cosa cambia, io sono una persona che continua a aggiustare le cose perché mi piace avere le stesse, non voglio perderle, però mi rendo conto che non e sempre così e che comunque molte delle persone intorno a me tendono invece a sostituirle con molta facilità. La riflessione forse veniva anche da perché ho questo attaccamento? Non lo so ma è così. E credo che appunto anche il fatto di venire da un’esperienza per quanto marginale di corredo ha comunque influito con la percezione delle cose intorno a me.


Lo spazio domestico è caro al cinema femminista, anche tu parli di riferimenti a Chantal Akerman, non solo Jeanne Dielman ma penso anche alla casa vuota di Je, tu, il, elle… la casa, la cucina prima erano in qualche modo appannaggio totalmente femminile invece ora si ricostruisce una grammatica della coppia. In che modo ti sei relazionata a questa storia del cinema pur in qualche modo spostandone il paradigma?
Guarda, per me sono dei film che ovviamente mi formano prima che come regista come persona quindi non penso che si possa prescindere chi sono io e come guardo il cinema se escludo questi film dalla mia storia di persona che ha visto dei film, sono troppo importanti quindi anche involontariamente forse influenzano come guardo.
Per me l’idea era che gli oggetti avessero quel valore dentro la casa, ma nel momento in cui li spostiamo non hanno lo stesso valore. La condizione di quella gabbia che è una gabbia dorata, il posto ovviamente in cui ci si sente sereni e tranquilli in cui si possono fare qui discorsi così intimi dove ci si arriva a relazionarsi su argomenti così profondamente personali, la sensazione di casa è una sensazione impagabile, quindi per me ha anche un valore positivo il fatto di essere una casa costruita in due differentemente da una casa in cui ci si è state inserite.
Rachele e Paolo hanno una casa comune, si vede che ci sono un sacco di cose di lei e un sacco di cose di lui, è una casa che sicuramente splende di una comunione di intenti, non è una casa negativa. È proprio quello il fatto, per lei lasciare quella condizione così fortunata e bella crea anche un po’ la difficoltà insieme alla rottura della sua crisi personale di doversi immaginare da qualche altra parte. Per me vedere la casa in maniera immaginifica assume il valore di contenere tante cose e restituire questa luminosità.
Per questo abbiamo poi girato il film praticamente tutto di giorno perché comunque era inverno. Catania, dov’è girato il film, d’inverno ha le luci molto sul rosa quindi che aumentano quella sensazione di nido e di serenità e la casa che ho scelto l’ho cercato per un sacco di tempo perché volevo che avesse un rapporto con l’andare fuori, c’è il mare vicino, la stazione sotto, si vede il porto… quindi c’è un discorso su cosa vuol dire restare e cosa vuol dire andare e questa frattura tra chi potresti essere altrove e chi sei quando sei nelle mura di casa.
La casa devo dire è bellissima…
L’ho amata, ma poi era praticamente vuota, l’abbiamo completamente arredata, c’era solamente il letto!
La scenografia fa tantissimo, ma sembra davvero super vissuta…
Grazie, io e le scenografe Marta Morandini e Maria Carla Spartà siamo molto orgogliose poi con un budget da cortometraggio che non è ovviamente un budget da film…abbiamo fatto bigliettini, abbiamo strappato le cose, preso dei bicchieri diversi, insomma ci abbiamo messo davvero tantissimo tempo! La credenza bianca nel film che è una delle poche cose che abbiamo comprato al mercatino, le altre sono quasi tutte prestate, poi è stata donata a Maria Carla, tutte le cose ce le siamo un po’ divise. Tante cose erano proprio nostre, ci sono un sacco di cose mie, di Marta, di amici vari, di mie amiche di Catania perché io appunto sono di Catania quindi ho proprio chiesto ovunque cose in prestito. Il trasloco alla fine per restituire le cose a tutti alla fine è stato complicato…


Mi sembra proprio un bel lavoro collettivo, come se il corredo costruito dalla scenografia in questo modo fosse un corredo generazionale in sé…
Sì assolutamente, mi sembra un’ottima lettura. Molte cose che sono nella casa per esempio sono della mia amica Emma Baeri, storica femminista catanese a cui forse devo l’instradamento al femminismo e che mi ha proprio aperto la porta di casa, una casa piena di cose bellissime, con tutto il corredo della sua vita politica e sentimentale e mi ha dato spazio per prendere oggetti che poi appunto sono parte del film. Nella camera da letto appesa sulla sinistra c’è un arazzo che poi è un patchwork fatto da Emma, parte di una sua serie femminista sulle poesie di Emily Dickinson, dei patchwork che faceva con dei pezzi di stoffa ritrovata. È un po’ appunto la stessa idea di riuso che io faccio con l’archivio, il ricomporre un po’ una scenografia con degli oggetti che trovi che comunque anche se non sono perfetti possono comunicare.
Mi interessa anche il concetto della collettività produttiva del lavoro. Qui tu fondi storie che ti sono ruotate intorno, fotografie di coppie diverse, il che secondo me contribuisce a sottolineare il carattere generazionale e intergenerazionale dell’opera. Come gestisci questa pluralità nel tuo lavoro?
Mi ci impegno molto, nel senso che comunque ho lavorato per tanti anni e lavoro ancora in ruoli diversi nei film degli altri e lì ci tengo molto a sposare lo sguardo del film, non tanto del regista/la regista, però è faticosissimo trovare delle persone che hanno il tuo stesso istinto oppure un istinto diverso ma che ti porta a ottenere un risultato migliore. Forse è quella la sfida più importante quando si fanno i film, capire cosa significa essere un regista o una regista per non imporsi nel proprio tracciato ma nello stesso tempo mantenere una propria visione. Perché ovviamente ascolti delle persone bravissime che ti danno delle idee diverse e ti lasci comunque un po’ influenzare dallo sguardo altrui, invece è bellissimo stare in quella via di mezzo che invece è proficua a elevare l’idea del film con lo sguardo degli altri.
Per me lavorare con gli altri è proprio importante, io ho bisogno di sapere che tutti stanno credendo nel progetto, mi sento un po’ esigente in questo. Sto molto attenta però anche a rispettarlo io stessa però, quindi per esempio ho mandato le cartoline a tutti quelli che non sono riusciti a venire a Venezia. Credo che comunque bisogni restituire questo perché è un’energia enorme quando qualcuno sposa il film, è proprio un regalo della vita, perché non è soltanto un lavoro pratico, non soltanto fare le cose perché le devi fare.
Per esempio, il rapporto che ho con la montatrice del suono Marzia Cordò che mi porto dietro da Le prime volte, è comunque fondamentale perché il lavoro che abbiamo fatto sul suono veniva da discussioni che avevamo avuto prima delle riprese e comunque è strano lavorare al montaggio del suono prima che tu abbia messo in scena un film. Però per me il rapporto con lei è uno spazio creativo, professionale ma anche umano in cui riesco a esprimermi e in cui so che ho di fronte qualcuno che mi limita nel bene, che comunque mi fa evolvere nel progetto artistico. Per me è difficilissimo creare la collettività però è proprio necessario anche proprio per il film. Per me nei film si sente proprio se c’è stato un bel lavoro di squadra.
So che Se mai le cose è uscito da poco ma hai già nuovi progetti in arrivo?
Sì, sto lavorando a un film lungo che parla di eredità e sempre ovviamente di femminismo, però di eredità generazionale tra madri e figlie. Mi piace tantissimo l’idea di traslare la questione dei ruoli non soltanto in contesti di coppia e di amore, ma su madri e figlie.
