Fare un film è difficile. Farlo con qualche decina di migliaia di dollari, quattro attori sconosciuti e una Jeep è ancora più difficile. Eppure è esattamente quello che ha fatto il giovanissimo Alexander Ullom con It Ends raccogliendo un budget iniziale di appena 30.000 dollari e trasformandolo nel suo primo lungometraggio. Presentato al SXSW e poi raccolto da Neon negli Stati Uniti, It Ends arriva dal 28 ottobre nei cinema italiani con I Wonder Pictures. Un piccolo miracolo produttivo, quindi. Magistrale operazione di strategia produttiva o nuova promessa dell’horror? Scopriamolo insieme.
It Ends: chilometro dopo chilometro
A un anno dalla laurea, James, Day, Fisher e Tyler si riuniscono per un trasloco e due chiacchiere. Qualcuno ha completamente cambiato vita rispetto al college, qualcuno è rimasto in stasi, ma poco importa: il rapporto fra loro è quello di sempre. Tutto regolare, insomma, finché dopo aver sbagliato una svolta i quattro finiscono su una strada che sembra non avere fine. Niente incroci, niente case, niente possibilità di tornare indietro. E, ogni volta che si fermano, ondate di figure inquietanti pronti a farli a pezzi.. La benzina però non finisce, nessuno sembra avere più bisogno di mangiare o dormire e i chilometri continuano ad accumularsi. Intrappolati in un viaggio senza meta, ai quattro non resta che continuare a guidare e cercare di capire perché.
It ends: la vita fra quattro finestrini
Anche il film più scarso è un miracolo logistico, e It Ends è lungi dall’esserlo. Ullom scrive, dirige e monta un road movie teatrale, costruito intorno a un’automobile, un tratto di strada e quattro attori. Di più: riesce quasi sempre a far sembrare la povertà di mezzi una scelta invece che una costrizione. La macchina diventa alternativamente rifugio, prigione e salotto, mentre il fuori campo trasforma un bosco qualsiasi in uno spazio potenzialmente infinito à la Backrooms.
Più di tutto, il film ha una buona idea. La strada eterna è una metafora trasparente ma efficace per quel limbo post-universitario in cui improvvisamente la vita smette di avere tappe prestabilite e davanti sembra esserci solo una quantità terrificante di futuro. Ullom l’ha scritto poco più che ventenne partendo proprio dalla propria crisi nel passaggio all’età adulta, e la sincerità si sente.

Allungare il brodo
Il problema è che questa buona idea si esaurisce molto, molto presto, quand It Ends ha ancora quasi un film intero davanti. La ripetizione è chiaramente parte del punto — questa è una strada interminabile — ma essere concettualmente giustificata non rende automaticamente la ripetizione interessante. Dopo un’ora è difficile non pensare che stiamo guardando un ottimo cortometraggio a cui è stato aggiunto parecchio brodo. Ed è qui che qui It Ends solleva involontariamente una domanda più interessante del film stesso: quali film vengono realizzati perché qualcuno vuole farli, e quanti perché è utile che esistano? Per un giovane regista, avere diretto un lungometraggio è professionalmente diverso da un corto. Allo stesso modo, oggi l’horror sembra essere diventato quasi un casello d’ingresso obbligatorio per cinema indipendente: fra il costo contenuto, la tolleranza per attori sconosciuti e un pubblico pre-built. Ma siamo sicuri che ogni giovane regista debba passare per questa porta? E che tutte le idee debbano diventare lungometraggi?
It Ends ci dimostra che con pochissimo si può ancora fare cinema. Forse il prossimo passo è ricordarsi che fare un film non significa necessariamente fare un lungometraggio horror.
Il cast
Phinehas Yoon è James, metodico e determinato a trovare una spiegazione; Akira Jackson interpreta Day, più pragmatica ma attraversata da inquietudini profonde. Noah Toth è Fisher, il giullare del gruppo che utilizza l’umorismo come meccanismo di difesa, mentre Mitchell Cole interpreta Tyler, veterano appena tornato alla vita civile e più distante degli altri dal vecchio equilibrio del gruppo.
La recensione
Un film che fa onore al suo autore, ma che aveva il potenziale di essere un fantastico corto invece di un lungometraggio così così.
Voto:
5/10
