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La donna più ricca del mondo, il lato oscuro del potere – La recensione

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I soldi non fanno la felicità ma nemmeno la libertà: questo è l’assunto da cui parte La donna più ricca del mondo di Thierry Klifa, un viaggio all’interno dell’alta società francese guidato da Isabelle Huppert nei panni di una facoltosissima erede che stringe un’amicizia pericolosa.

Anni Novanta. Marianne Ferrère (Huppert), è a capo di una famosa azienda di cosmetici ma vive sempre all’ombra del marito, un alto funzionario del governo. Nella sua grande villa sfarzosa e pacchiana, circondata da domestici dal passato criminale e da una figlia impacciata e passiva (Marina Foïs), un giorno decide restia di concedere degli scatti al fotografo Pierre-Alain Fantin (Laurent Lafitte) per un profilo su una nota rivista. Tra i due si intreccerà un’amicizia sempre più stretta che finisce per mettere in pericolo le dinamiche familiari di una dinastia sotto i riflettori.

La scoperta della libertà

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Arrogante e sarcastica come solo una persona ricca può essere, Marianne è una donna che avrebbe tanto da dire ma che non trova nessuno sfogo. Il suo matrimonio è ormai stantio, e la famiglia che la circonda la annoia. Pierre-Alain piomba nella sua vita all’improvviso stravolgendogliela, facendole scoprire un mondo fuori e dentro di sé al quale non aveva mai avuto accesso. Le dice cosa mettersi per valorizzare il suo viso “da star del cinema”, le dice quali mobili buttare e quali comprare, quali Monet spostare in cantina e quali Redon esporre, la fa ridere e la porta con sé nei bar gay a sniffare popper, diventando il suo primo e forse unico confidente. Dal canto suo Marianne diventa la sua mecenate organizzando la sua prima mostra fotografica e arrivando a elargirgli negli anni quasi un miliardo di euro. Circondata da sempre dalla rigidità boriosa della borghesia, la donna per la prima volta trova qualcuno che la vede per quello che è e in questo trova la sua libertà, rivendicando il suo potere di usare a suo piacimento il denaro, forse l’unica libertà a cui può accedere nel suo status di ereditiera e moglie-trofeo, intrappolata in riti inutili.

Buoni e cattivi

Ma come un Tom Ripley borghese, Pierre-Alain è la mosca che entra nel meccanismo e lo inceppa. La figlia Frédérique e il marito sono diffidenti nei confronti di questa figura sguaiata, volgare e avida, che sembra ammaliare e raggirare Marianne. Ma sono più preoccupati per la sua salute mentale o per la sua eredità? E Pierre-Alain è davvero un calcolatore approfittatore? Klifa lascia le dinamiche volutamente ambigue allo spettatore che non riesce mai a comprendere la reale natura del rapporto tra i due. Il film infatti racconta anche la difficoltà per una donna anziana di rivendicare la propria indipendenza e individualità senza ostacoli e di disporre delle sue risorse liberamente.

L’esplorazione delle dinamiche dell’aristocrazia francese passa anche attraverso la storia politica del paese. La vicenda infatti è fortemente ispirata alle vicende personali tra il fotografo François-Marie Banier e Liliane Bettencourt, erede di L’Oreal e moglie di André Bettencourt, amico intimo di Mitterrand che venne investito da uno scandalo quando emersero suoi articoli di gioventù di stampo filonazista e antisemita. Nel mondo dei ricchi nessuno è senza peccato, e quindi come si può orientare il giudizio? Di chi ci si può fidare?

© Europictures

Una diva in stato di grazia

Il regista sembra costruire tutto il film attorno all’immagine divistica di Huppert, sempre a suo agio nei panni della donna borghese rigida che nasconde una passione in grado di rompere ogni ordine. E così funziona particolarmente in coppia con Laurent Lafitte, c’è una chimica travolgente e dirompente tra i due che già avevano lavorato in Elle di Paul Verhoeven, in una dinamica forse addirittura più torbida. Se abuse of weakness è il termine inglese per descrivere la circonvenzione di incapaci, questa l’accusa di Frédérique al fotografo, non sembra un caso che è anche il titolo di un film di Catherine Breillat con protagonista Huppert nei panni di una regista in sedia a rotelle che viene raggirata da un giovane criminale. Giocando quindi con la carriera della protagonista, il film sembra diventarne parte in modo del tutto naturale.

La donna più ricca del mondo fonde commedia borghese e thriller, non costruendo però mai reali momenti di tensione, che di fatto esplode solo in un finale inutilmente lungo e ambiguo. La sceneggiatura di Klifa, Cédric Anger e Jacques Fieschi riesce solo parzialmente a ricostruire con gli occhi della finzione uno dei maggiori scandali della Francia degli ultimi anni, con il pregio però di sottolineare le vicende umane più che quelle processuali.

Summary

La donna più ricca del mondo adatta uno dei più grandi scandali francesi degli ultimi anni per compiere il ritratto di un’aristocrazia ipocrita, risultando in una commedia borghese che non restituisce sufficientemente la tensione.

Voto:

6/10
6/10
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