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L’Estraneo, intervista alla regista Federica Corti dal master Becoming Maestre di Netflix al corto l’estraneo

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Attrice, regista e sceneggiatrice lecchese classe 1995, Federica Corti ha iniziato la sua carriera davanti la macchina da presa. Dopo aver studiato cinema all’università ha partecipato alla prima edizione di Becoming Maestre, il master Netflix dedicato al professionismo audiovisivo femminile. Il suo primo film Ciao Bella, sul tema del catcalling, è stato selezionato al festival Visioni dal Mondo nel 2021. A marzo ha presentato al Bifest di Bari il suo ultimo cortometraggio, L’estraneo. Ne parliamo insieme ripercorrendo le tappe della sua carriera.

 

Qual è l’idea della quale sei partita per L’Estraneo? È un fatto reale o di finzione pura?

È un fatto reale rielaborato. L’ho raccontato anche al Bifest perché è interessante secondo me, ero ad un pranzo di Pasqua su in provincia di Lecco e c’era quest’amica di mia mamma che era molto turbata. Aveva un figlio di nove anni, più piccolo in realtà del mio protagonista, e ci stava raccontando che dei bambini della classe di suo figlio in quinta elementare si erano riuniti a casa di uno col videoproiettore per guardare una gang bang, quindi un filmato pornografico molto violento. Lì per lì nessuno aveva detto niente ma poi questo aveva generato quasi una “epidemia” nella classe, finché una bambina un giorno è scoppiata a piangere e ha confidato alla madre di aver visto questo filmato che l’aveva turbata. Da lì poi è uscita tutta la vicenda che in realtà è diversa da come noi l’abbiamo rielaborata perché lì la mamma è stata bravissima nel comunicare però era molto impreparata perché non si aspettava a nove anni non solo di dover parlare di sessualità ma di dover parlare addirittura di un tipo di sessualità così aggressiva. Come vuoi edulcorare sesso e violenza a un bambino di 9 anni? Questa cosa mi aveva un sacco “affascinato” come tematica da affrontare, poi chiaramente noi abbiamo fatto un salto ulteriore facendogli applicare in qualche modo quello che aveva visto.

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Il cortometraggio sembra più che altro concentrarsi su tutto ciò che ruota attorno a un abuso, la reazione dei genitori, diversa tra mamma e papà, il rapporto con i coetanei… secondo te quanto è colpa del singolo e quanto è responsabilità collettiva?

Il corto parte dal presupposto che in Italia non ci stiamo prendendo una responsabilità collettiva e quindi i genitori sono lasciati da soli a gestire questa cosa. Per quanto io pensi che una famiglia di una certa cultura, non parlo di cultura accademica ovviamente ma più di cultura emotiva, in qualche modo riesca poi a gestirlo penso innanzitutto che sia una responsabilità sociale e collettiva. Per me la cosa importantissima era non cadere nei moralismi, nel “vietiamo il porno ai minorenni” eccetera, ma era più capire come parlargli di queste cose. Non sono un genitore ma penso che sia molto facile per la società far ricadere questa responsabilità solo su mamma e papà, come succede nel mio corto, mentre è un argomento molto complesso. L’unico luogo in cui il bambino può confrontarsi su quello che ha fatto finisce per essere il branco, perché è solo con gli altri maschi che riesce ad elaborarlo sottoforma però di celebrazione.

A me interessava che i bambini fossero piccoli, perché se una situazione del genere avesse avuto come protagonista un sedicenne cambiava totalmente significato, era cosciente e colpevole al 100%, mentre avere un bambino di 11 anni è una cosa che mi interessava un sacco, perché si muove su un terreno liminale tra quella che è violenza e quello che è gioco in qualche modo. Che ne sa un bambino che riproduce quel gesto di cosa sta facendo? Questo secondo me aggiungeva un livello ulteriore perché poi nonostante in qualche modo sia colpevole non puoi reputarlo del tutto colpevole. Anche il finale nel branco sì è un branco però in qualche modo è anche un gioco, c’è un’innocenza… io dico sempre che per me L’estraneo è un prequel di quei casi di cronaca che coinvolgono ragazzi più grandi.

Un'immagine da L'Estraneo.

Il tema della complicità infatti mi sembra fondamentale, quella con i compagni e in qualche modo più che altro tra maschi. Secondo te è possibile scardinare questo cameratismo?

Io penso di sì, anzi spero di sì. Credo un sacco nelle nuove generazioni, sicuramente quelle dopo la mia perché li vedo molto più attenti su un sacco di tematiche. Certo poi dall’altro lato vedo certi articoli tipo “la gen-z pensa che la moglie deve obbedire al marito” quindi boh forse non è sempre così… ma a parte gli scherzi penso di nuovo che ci sia una responsabilità collettiva nel rompere questo schema. Il punto secondo me è non partire dal giudicarli colpevoli, tanto di più se sono bambini, dai loro una possibilità di parlare di quello che vedono, di elaborare e capirlo, così si combatte il cameratismo. Se invece tutto rimane un tabù, non si parla di niente, si giudica e basta allora è ovvio che uno cerca conforto in chi non lo giudica in qualche modo.

A te sono sempre stati cari i temi del femminismo, pensi che il cinema possa essere un veicolo utile per portare un cambiamento nella società?

Io spero di sì, nel senso che io voglio fare quello quindi chiaramente mi interessa un cinema che sia comunque femminista, lo so che è un termine molto abusato in questo periodo però credo davvero che il cinema possa portare dei messaggi. Noi stiamo scrivendo il lungo di questo corto e una delle mie ambizioni è proprio che vada nelle scuole, perché si inizia a parlare di sessualità tra i ragazzini in una certa ottica, di nuovo non censurando ma parlandone, poi sicuramente ci sono persone molto più competenti poi nell’andare a ragionare su come parlarne con i più piccoli. Però sì, secondo me bisogna parlare delle cose, quindi io spero in futuro di fare un cinema che ne parli.

Per me, per esempio, è stato molto interessante far vedere questo cortometraggio anche a gente che magari non ha una cultura femminista in senso stretto cioè che non va ad eventi o cose del genere, quindi magari un po’ più esterna, anche le persone del paese da dove vengo io. A me interessa riuscire a parlare di temi scomodi e magari il cinema diventa un mezzo per poterne parlare e per poterli vedere anche da un altro punto di vista.

Nei tuoi film c’è una forte componente femminile nella crew, anche ne L’Estraneo… è qualcosa che fai di proposito o ti capita? Come lavori con le altre donne?

È una cosa che mi è capitata, cioè non è che io avessi detto “ah no voglio la troupe di sole donne”, tant’è che c’era un elettricista uomo che era un amore. Secondo me il punto è che se tu scegli dei capi reparto donna poi spesso creano loro la squadra con tante donne, pensa al reparto camera, quindi è una cosa che è capitata. Venendo da Becoming Maestre avevo conosciuto delle professioniste donne che stimavo molto e quindi è venuto abbastanza naturale portare avanti il progetto con loro. Poi altre si sono aggiunte in corsa, ma ripeto non era una conditio sine qua non mia. L’attrice protagonista (Ilaria Genatiempo, ndr) che comunque fa parecchi set aveva detto che le era piaciuta proprio la gentilezza di quel set ed è una cosa che per me è importante lavorare con persone con cui trovo bene. Qui poi era richiesta anche una certa sensibilità visto la tematica trattata. Quindi è capitato ma ne sono stata contenta fondamentalmente.

Hai citato Becoming Maestre, come ti sei trovata? Pensi che l’industria audiovisiva italiana stia facendo qualcosa di concreto per incentivare il professionismo femminile?

Ci devo un po’ riflettere… a Becoming Maestre io mi sono trovata benissimo, a me ha aiutato tanto prima di tutto a conoscere innanzitutto delle amiche ma anche quelle che sono le persone con cui sto collaborando ora. È stato bello perché sai, questo risponde un po’ anche alla tua domanda di prima, la collaborazione femminile spesso viene impostata con molta competitività o molta gelosia ma io personalmente non l’ho mai vissuta neanche con colleghe che scrivono e ancora di meno con le collaboratrici perché si lotta insieme per uno scopo comune. Secondo me le iniziative ci sono e sicuramente Becoming Maestre è una di queste, poi quando l’avevano lanciata in realtà c’era stata una shitstorm enorme perché per alcuni escludeva la parte maschile, però chiaramente non è quello il senso. Secondo me era un’operazione molto giusta perché ci sono determinate professioni che richiedono determinate posizioni di potere come regia o fotografia che hanno una percentuale femminile molto bassa. Io faccio casting e per esempio lì forse sono quasi più donne che uomini, stessa cosa per la sceneggiatura. Comunque in tutti i settori secondo me le cose stanno un po’ cambiando, diciamo che lo sceneggiatore prima era anche un po’ più nell’ombra rispetto al regista soprattutto in Italia quindi poteva essere lasciato anche alle donne, invece se lavori come DOP devi gestire gli uomini in qualche modo e quindi una donna viene considerata meno all’altezza.

Secondo me quindi ci sono queste iniziative ma mi chiedo quanto poi si concretizzino, nel senso che se poi vai a vedere le candidature ai David comunque siamo poche… nei candidati a Miglior opera prima ci sono più donne il che è un bel segnale perché lì dici forse qualcosa sta cambiando, ma per Miglior film e Miglior regia invece non ce ne è nessuna.
Ci si riempie la bocca al contrario pensando che le donne adesso abbiano molte più possibilità però poi se tu guardi nella concretezza i budget sono più bassi… è un’epoca strana in cui stare perché da un lato è vero che si sono fatti tanti passi avanti, però è anche vero che a volte si è un po’ lucrato, e non parlo a livello economico, sulla tematica femminista, sulla quota rosa o sulla storia lesbica… cioè a volte si sono sfruttate queste cose quasi che in qualche modo ci è venuta la nausea per questo tipo di operazione in cui vai a sottolineare questa cosa, “scritto da una donna” o “diretto da una donna”. Poi se vai a vedere nel concreto questo enorme cambio o progressione non c’è stata, è come se ci fosse stata più a parole, fermo restando che qualche passetto l’abbiamo fatto. Secondo me vedere tutti i film e tutti i registi uomini, insomma, un po’ mi dispiace.

La crew de L'Estraneo.

Anche perché non è che non le abbiamo le registe… basti pensare a Vermiglio o anche a Il tempo che ci vuole

Sì sono bellissimi film e su quello di Francesca Comencini ci ho anche lavorato quindi sono di parte… a parte gli scherzi anche tra le giovani ce ne sono parecchi. La cosa positiva è questa, forse tra vent’anni – o magari prima – le cose andranno un po’ meglio. Quando le nuove generazioni prenderanno il potere forse ci sarà qualche cambiamento in più.

Stiamo vedendo una situazione molto brutta nel mondo dei finanziamenti e anche i gruppi sindacali tra di loro sono in polemica… secondo te quali sono i problemi principali che un giovane regista deve affrontare oggi?

Secondo me c’è un sistema che non favorisce gli esordienti… certo, sicuramente ci sono delle sezioni dedicate a opere prime e opere seconde però ad esempio portarti dietro le tue caporeparto non è semplicissimo perché se tu sei giovane a livello di punteggi devi compensare con figure con più esperienza. Quindi questo secondo me non aiuta tantissimo ai fini di un rinnovo, e io a volte sento che il cinema italiano abbia proprio bisogno di essere rinnovato da una nuova generazione. La difficoltà è riuscire a farsi ascoltare da chi in questa industria detiene il potere perché poi appunto secondo me le idee ci sono, ci sono registi molto interessanti a partire da Francesco Sossai di Le città di pianura che fortunatamente ha avuto il suo riconoscimento. La difficoltà è riuscire a farsi notare e chiaramente lo devi fare in modo molto indipendente, almeno per la mia esperienza, muovendoti in qualche modo fuori dal circuito ufficiale per riuscire poi a farsi notare dal circuito ufficiale. Questa è come la vedo io, quando secondo me ci sono tante nuove voci interessanti tra i più giovani ho visto anche dei corti candidati ai David veramente belli.

Tu hai un background da attrice e lavori molto nel mondo del casting. Conoscere queste dinamiche ti aiuta anche nella scrittura e nella regia?

Sì, secondo me un sacco, il passato da attrice mi aiuta sia nella scrittura che nella regia perché comunque io recito sempre le battute che scrivo per vedere se “stanno in bocca”. Poi in realtà non è un lavoro così diverso perché vabbè adesso recito veramente poco però quando mi preparavo i provini dovevo analizzare la scena, trovare l’obiettivo, il sottotesto… tutte cose che poi devi fare quando scrivi. Poi una delle cose belle del lavoro da casting è che stai a stretto contatto con i registi, vedi come dirigono gli attori e questo mi ha insegnato tanto su come dirigere gli attori e personalmente è una delle parti che preferisco. Dirigere un bambino e più bambini nella scena finale è stato bello, era una gara ad attirare l’attenzione tra me e la palla… era molto molto complesso! In generale comunque il mio background mi sta aiutando tanto, poi c’è anche un tutto un discorso sulla scelta delle facce, lavorando con registi diversi è interessante vedere i diversi approcci e capire perché piacciono determinate facce.

Una scena da L'estraneo.

Nel tuo lavoro cos’è che ti ispira? Come descriveresti il tuo immaginario di autrice?

Femminile. Non è una cosa tanto per dire perché comunque alla fine mi ispiro sempre a registe, ad esempio Céline Sciamma, sicuramente abusata ma con merito. Mi piace anche molto vedere opere di giovani, ad esempio Sorry, Baby di Eva Victor per me è un capolavoro, quindi non necessariamente dover andare indietro nel tempo che sicuramente è importante ovviamente però mi piace vedere le altre autrici cosa trattano e perché mi interessano così tanto quei temi che in qualche modo mi toccano.

Per quanto riguarda le arti figurative penso ad esempio la fotografia alla quale mi sto appassionando tanto e anche lì apprezzo Vivian Maier e Nan Goldin, quest’ultima in particolare anche solo attraverso a una foto riesce a raccontare la violenza di genere o le ballroom newyorkesi. In generale cerco sempre cose che mi risuonano e vuoi o non vuoi le trovo molto di più in opere di donne.

Io spazio molto, però per esempio anche per quanto riguarda la poesia mi piace, ancora una volta abusata, Patrizia Cavalli o in generale nella scrittura io adoro Annie Ernaux. Poi ho capito che in realtà sono tutte collegate. Infatti quando ho visto che Sciamma ha fatto il documentario su Patrizia Cavalli e che poi era a Venezia con Annie Ernaux ho pensato che era proprio il tavolo ideale al cui mi siederei!
Ernaux nella sua scrittura riesce a unire desiderio che è una tematica che a me interessa tanto, anche se forse in questo corto in realtà non emerge così tanto, con spinta politica in qualche modo e con la violenza però magari non trattata in modo didascalico. E spero di esserci riuscita anche io in questo corto evitando di fare la lezione sull’abuso.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Innanzitutto il lungometraggio di questo corto. Vorrei fare un altro corto che sto già scrivendo e un po’ di progetti documentari, per esempio uno sulle madri non biologiche nelle coppie di donne lesbiche. In generale sto scrivendo tante cose…

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