Home CINEMA Nostalgia, una lettera d’amore e disperazione alla Napoli sommersa – La recensione

Nostalgia, una lettera d’amore e disperazione alla Napoli sommersa – La recensione

nostalgia
Foto: Mario Spada

Nostalgia, recensione del film di Mario Martone dal 25 maggio 2022 al cinema

Nostalgia è un film del 2022 di Mario Martone, presentato in concorso al Festival di Cannes 2022 il 24 maggio. Si tratta del quarto lungometraggio martoniano a partecipare al festival cinematografico francese. É un adattamento del romanzo omonimo del fotografo e giornalista Ermanno Rea, del 2016. É disponibile al cinema da oggi, 25 maggio 2022.

Chiaramente, non è la prima volta che Martone, nato a Napoli nel 1959, parla della sua terra. Durante la sua carriera l’ha fatto in diverse occasioni e in diverse modalità. Spesso attingendo dalla materia teatrale, suo campo di esordio negli anni Settanta. Nostalgia, però, ha una forza nuova. Ambientato nella Napoli contemporanea, più precisamente – ed è molto importante – nel Rione Sanità, Nostalgia più che un film che racconta una vicenda è una lettera disperata, innamorata, arresa e cruda, e per questo fortissima, alla Napoli sommersa, quella che nuota per stare a galla, quella che vorrebbe arrivare a riva ma non ce la fa.

Nostalgia, trama cast e trailer 

Napoli di mille colori

Napoli è una città complessa, una città che è stata raccontata in mille modi. Se volessimo prendere come termine di paragone un film recente che ha parlato della capitale campana e, su questo confronto, tentare di costruire una spiegazione di cos’è la città in Nostalgia di Mario Martone, É stata la mano di Dio è quello che fa al caso nostro. Se, infatti, Paolo Sorrentino tende all’astrazione verso l’alto di Napoli come passato doloroso, come sogno, come inizio e fine, come concetto, come madre, come nido a cui tornare, come anfora da cui attingere storie e ispirazioni, per Mario Martone Napoli è terrosa, materica, voluminosa, aggressiva. Esce dallo schermo, sembra di poterla toccare, è una forza ambigua, misteriosa, affascinante, fumosa, oscura, che trascinerà il protagonista, Felice Lasco, tra le sue pieghe. Se Sorrentino eleva, Martone scava. Se Sorrentino è l’azzurro del cielo, Martone è il marrone delle catacombe.

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Felice (un Pierfrancesco Favino in stato di grazia) ad appena 15 anni, costretto dagli eventi e dalla paura, ha deciso di abbandonare il Rione Sanità. Da quel momento in poi, non si è più voltato indietro. Si è costruito una vita, una famiglia, un lavoro remunerativo, una libertà. Dopo 40 anni in Africa, tra Libano ed Egitto, non parla neanche più il suo dialetto, e la sua inflessione sull’italiano è araba. Il suo rifiuto è stato cieco, quasi magico, così come magico (e si parla di magia nera) è il suo ritorno.

Il ruolo del destino

Felice sente di dover tornare. Inizialmente è insicuro, ha paura di tutto. L’avvicinamento con l’anziana madre è esitante ma commovente. Il suo modo di aggirarsi per il rione è timoroso. Poi, lentamente, qualcosa si sblocca. Gli ingranaggi arrugginiti si rimettono in funzione. Felice è un idealista, Felice vuole restare a Napoli, vuole che la moglie si trasferisca, vuole ristrutturare una casa. Felice non capisce più cosa significa essere nati, cresciuti e invecchiati nel Rione Sanità, e non può capirlo. Si trova in mezzo a due fuochi. Da una parte il futuro. Don Luigi, forza di rinnovamento e cambiamento, lo usa in buona fede per dimostrare ai ragazzi del quartiere che una scelta esiste, che una via di fuga c’è, che i destini non sono per forza decisi alla nascita. Dall’altra il passato. L’amico di sempre Oreste. Il fratello di malefatte, la ragione per cui è andato via e una delle ragioni per cui è tornato. Colui che non si è potuto salvare. La relazione più viscerale della sua vita. Entrambi vorrebbero che se ne andasse. Lui rimane. Anche i cattivi hanno un’anima, prima o poi si deve fare i conti con il proprio passato, e in alcuni casi proprio niente si può fare contro il destino.