Recensione The Handmaid’s Tale 4, un racconto dettagliato della crisi che non prevede una via d’uscita

the handmaid's tale stagione 4
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Recensione The Handmaid’s Tale 4, la serie torna con i nuovi episodi anche in Italia, dal 29 aprile 2021 su TIMVISION.

Dopo quasi due anni di pausa, con la pandemia che ha bloccato la produzione della stagione proprio quando stava per iniziare, The Handmaid’s Tale ritorna sui nostri schermi. E non accadrà solo negli Stati Uniti, dove è già disponibile da ieri su Hulu, ma anche in Italia con TIMVISION che la rilascerà in contemporanea da giovedì 29 aprile. Il modello è sempre lo stesso: 3 episodi il giorno del debutto poi uno a settimana fino al decimo.

Il team dietro alla serie è sempre lo stesso con Bruce Miller nei panni di showrunner, e Warren Littlefield, Elisabeth Moss, Daniel Wilson, Fran Sears, Eric Tuchman, John Weber, Frank Siracusa, Sheila Hockin, Kira Snydere Yahlin Chang in quelli di produttori. Elisabeth Moss, la protagonista, quest’anno debutta alla regia occupandosi del terzo episodio, dell’ottavo e del nono. Ecco un trailer della quarta stagione:

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Le prime impressioni sulla quarta stagione

La serie ci ha lasciati quando June è riuscita a fare arrivare in Canada un aereo pieno di bambini, salvandoli da una vita di torture a Gilead, con June ferita nel processo. Possiamo dirlo tranquillamente: June ovviamente è viva e nei primi due episodi la ritroviamo in una sorta di safe-house temporanea, dove riprenderà le forze per la sua prossima crisi da risolvere. Di solito The Handmaid’s Tale ha usato una strategia narrativa abbastanza semplice: cambiare location e raccontare una nuova realtà, che in fondo è sempre la stessa. Quest’anno la strategia è cambiata, perchè questa safe-house, governata dalla bambina Mrs. Keyes, moglie in età pre-adolescenziale, che ha subito violenze da parte del marito e dai suoi amici che la usavano sostanzialmente come un passa tempo, non sarà il tema della stagione. Il viaggio di June non si fermerà qui, anzi continuerà, tanto che solo nei primi quattro episodi l’ha portata in 3 tappe diverse.

Una storia che in fondo continua a giocare sull’empatia e sul dolore, una storia che si muove, ma che non va mai avanti, una storia che adesso trova difficoltà anche a trovare un tono. Nel primi quattro episodi che abbiamo visto in anteprima, la serie non ha cambiato solo tre location, ma ha anche sperimentato vari toni, non riuscendo però a decidersi su quale utilizzare. Un tono cupo che faceva ben sperare nei primi episodi, quando si intravedeva un po’ di luce in fondo al tunnel con una June motivata ad agire, realmente, una June cinica e vendicativa, ma era un abbaglio. Tutto viene completamente annullato nel terzo (diretto da Elisabeth Moss) dove la serie ritorna alla classica modalità alla ricerca dell’empatia dello spettatore, alla ricerca della scena terribile, incluso sguardo contrito di June, quando viene catturata e torturata in uno degli episodi più lunghi del primo blocco.

Il tono cambia radicalmente nel quarto episodio, quando ritroveremo June e le ancelle in un territorio nuovo, quello della resistenza. Ma dove in fondo valgono le stesse regole. A cambiare, oltre la location e il tono, è anche lo stato d’animo dello spettatore che di tanto in tanto spera che la serie riesca a muoversi, che riesca a trovare il segnale necessario per chiamare il carroattrezzi per far uscire quella jeep dalla fossa di fango in cui si trova ormai da tre stagioni. Un cambiamento che non arriva, e che forse non arriverà mai e non è mai stato previsto. The Handmaid’s Tale è una serie che vive perfettamente nel suo mondo, incastrata nel racconto iper-dettagliato della crisi, e del dolore che ne deriva. Le metafore che l’hanno fatta diventare il simbolo del femminismo, hanno sicuramente colpito tutti, hanno incuriosito altri, ma all’inizio. The Handmaid’s Tale è una serie tv, una distopia, un prodotto frutto di una storia inventata, e in una fiction dopo una crisi è necessaria la fase della reazione, è troppo semplice scegliere lo stallo e non cercare una via d’uscita, continuando a sfruttare quello che ti ha reso popolare. Forse sarebbe meglio pensare a come costruire un epilogo…

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