Presentato alle Giornate degli Autori a Venezia 2025, Una cosa vicina è il primo lungometraggio di Loris G. Nese prodotto da Chiara Marotta per Lapazio Film con Rai Cinema. Unendo documentario, animazione e finzione il film è un patchwork che scava nelle memorie del suo autore per sviscerare le conseguenze di un evento traumatico. Il risultato è un film che parla di memoria e ricordo e che invita a riappropriarsi della propria identità nonostante un’eredità pesante e violenta.
Una cosa vicina, l’intervista a Loris G. Nese
Una cosa vicina in qualche modo è un’analisi, un’indagine del sé. C’è stato un momento in cui tu hai capito che questa tua vicenda personale andava esplorata attraverso il mezzo audiovisivo o per te è stata una cosa naturale?
L: Diciamo che è stato un processo variegato e altalenante, il primo istinto naturale è stato quello di rivedere alcune dinamiche che mi sembrava di conoscere da vicino all’interno di film ambientati dall’altra parte del mondo, cioè quando da ragazzino scoprivo i gangster movie della New Hollywood, quelli di Scorsese, De Palma e Coppola, mi sembrava che in qualche modo questo racconto di certi contesti sociali mi parlasse ed è da lì che ho iniziato in maniera se vuoi ingenua e ancora infantile a seminare un processo di riscoperta delle mie origini che ha avuto bisogno di tempo per maturare e svilupparsi in maniera più consapevole.
Questo è arrivato quando ho iniziato ad avvicinarmi al cinema ormai una decina di anni fa. Io ho iniziato a scrivere questo progetto pensando in maniera più strutturata di poterne fare un film mettendo in moto gli archivi e i racconti familiari e provando a metterli in una forma. Una forma che inizialmente attraversava la scrittura un po’ da documentario tradizionale, quindi un trattamento in cui erano previsti dialoghi e confronti tra personaggi ma che poi via via mi mostrava i suoi limiti perché sentivo il bisogno di provare a spingere la narrazione anche in direzioni contraddittorie tra loro ma che insieme potessero potenziare ciò che volevo raccontare.
Io partivo ovviamente da una posizione molto interna nella storia ma avevo bisogno di colmare dei buchi un po’ attraverso i confronti con i personaggi e un po’ attraverso una lunga ricerca iniziata attraverso fonti pubbliche, in alcuni casi precedenti anche alla mia nascita. Quindi ho iniziato ad esplorare gli archivi di cronaca e i materiali giudiziari ponendomi in una posizione nuova all’interno di questa narrazione.
Il tutto poi mi ha dato anche l’istinto e il pretesto per esplorare la mia identità e per fare anche un percorso di autoanalisi che poi nasceva anche dalla forte esigenza di ribaltare le forme di narrazione sulla periferia campana che sentivo un po’ stereotipate nel periodo “post-Gomorra”. Ho cercato di esplorare non l’eroismo che mi sembrava fortemente descritto in quel periodo nel ritrarre certi personaggi legati alla criminalità ma nemmeno mi interessavano le forme di appiattimento narrativo tipiche della cronaca. Mi interessa lavorare nelle pieghe nelle ambiguità e provare a capire dove era il nocciolo problematico della questione
Tu parli anche molto di spazi, in un certo tipo di contesto secondo te il cinema può essere anche un atto di resistenza per crearsi uno spazio alternativo?
L: Sì, questo film soprattutto a un certo punto della sua lavorazione ha affrontato una forte flessione di luogo specifico in cui è ambientata la storia. A me e a Chiara che ha curato la produzione e il montaggio del film interessava molto mettere in relazione questa storia molto specifica, intima e privata con la dimensione pubblica e soprattutto con il contesto territoriale specifico della città (Salerno, ndr) che è una città molto influenzata, come tutte, dall’andamento urbanistico che ha attraversato.
È una città segnata dall’alluvione del 1954 che ha portato uno spostamento dal centro storico alla zona est, quella dei quartieri popolari dove sono cresciuto. Quindi vive una scissione tra queste due zone fatta anche da valori diversi in conflitto tra loro.
Quindi mi piaceva partire da questo microcosmo domestico e familiare ed allargare poi il centro focale a tutta la città a tutto il territorio. Mi piace pensare che il cinema abbia un ruolo politico ancora molto forte, per quanto inequivocabile il concetto di consumo e prodotto, ma che possa avere una voce politica e una finalità. Nel nostro caso lo facciamo cercando di raccontare cose che conosciamo da vicino e di focalizzarci su aspetti che riputiamo non trattati e da un punto di vista diverso rispetto alla narrazione dominante.


In qualche modo a me personalmente il film ha ricordato un altro titolo che io amo molto come Vito e gli altri di Antonio Capuano, come punto di vista di un bambino che subisce in parte un contesto di violenza ma anche l’ibridazione con altri linguaggi. Qual è il tuo rapporto con la rappresentazione della Campania nei media? In cosa si distanzia dalla tradizione?
L: Già nell’individuazione della città, al di là di questa storia specifica che si colloca nella città di Salerno e che quindi andava ambientata qui, una cosa che cerco di fare con i miei film è di raccontare degli aspetti della regione non così raccontati. Anche la Salerno che abbiamo messo in scena poi anche con tutti gli altri nostri corti è diversa dalla rappresentazione più frequente legata alle bellezze della costiera amalfitana.
Diciamo che con Una cosa vicina abbiamo cercato di utilizzare tutti gli stilemi narrativi legati al racconto della periferia campana un po’ introducendo anche i materiali d’archivio soprattutto legati alla cronaca, ma anche gli archivi storici che raccontano appunto la famosa alluvione di cui ti parlavo prima, però in modo da creare un contrappunto evidente con l’interiorità dei personaggi. A un certo punto è risultata molto evidente l’esigenza di focalizzarsi non soltanto su ciò che poteva essere filmato nel momento in cui stavamo facendo il film ma anche di evocare delle sensazioni non filmabili, sia perché appartenenti al passato ma soprattutto perché legati a una sfera interiore, psicologica.
In particolare sono partito dai miei ricordi, dalle suggestioni che avevo da ragazzino quando scoprivo il cinema di Wes Craven e in particolare il cinema horror di fine anni Ottanta e inizio Novanta che arrivavano in casa mia attraverso i VHS e che reputo un genere perfetto per raccontare proprio l’infanzia soprattutto quando macchiata da contesti sociali difficili. Un’infanzia piena di mostri che ho voluto evocare un po’ ricorrendo a dei veri e propri mostri in scena, un po’ attraverso la messa in scena live action e un po’ soprattutto grazie all’animazione che reputo un mezzo potentissimo per dare voce e corpo all’interiorità.
Tutto questo ha creato un corto circuito di linguaggi che messi in relazione dal nostro punto di vista restituivano un po’ la complessità di quella che è la crescita in contesti del genere, ma che però appunto ha dei legami con la crescita forse di chiunque altro all’interno di contesti molto diversi. Quindi anche il ricorso al gaming, il ricorso all’animazione anche inteso come cartone animato e universo narrativo che rimanda all’infanzia è qualcosa che ci interessava molto e che abbiamo deciso di mettere nel film.
Il film fa un discorso molto interessante sulla violenza rappresentata dai media e quella vissuta. Secondo te quella finzione come viene filtrata e interpretata da chi invece quella violenza la subisce o ci vive in prossimità?
L: Una domanda complessa, nel mio caso c’è stato come dicevo prima una sorta di adesione ma anche un po’ una sorta di fascinazione rispetto a delle cose di cui tutti parlano e che nel mio caso mi ritrovavo addosso. Anche la questione di assorbire una storia senza averla vissuta fino in fondo è un tema centrale del film e credo sia una tematica che poi attraversa la crescita di chi vive in quartieri problematici e si ritrova ad assorbire e raccoglierne un po’ i pezzi e a farci i conti. In questo caso ho cercato di farlo nel momento che mi risultava più giusto e nel momento in cui reputavo di essere pronto di avere la situazione in mano. Perché il problema anche del film era quello di capire quando fosse il momento giusto di raccontare questa storia e con quali strumenti. E io ho cercato di farlo nel momento in cui certe cose erano state seminate e mi sentivo pronto e avevo acquisito anche la distanza giusta per poterlo mettere in scena in maniera lucida.

Le riprese che tu hai fatto a Salerno da più piccolo, avevi già in mente un progetto oppure le hai fatte per un tuo piacere personale nel riprendere?
L: No allora, in maniera strutturata per un film preciso no. Per alcuni si tratta proprio di miei esperimenti di cortometraggio, ce n’è uno in particolare che è quello che ha le suggestioni più orrorifiche. Si tratta appunto di primi esercizi di ripresa e regia totalmente da autodidatta quando ero ancora al liceo. In altri casi si tratta di pura testimonianza che avevo avuto il piacere di registrare un po’ per istinto personale, fin da bambino ho sempre avuto una videocamera in casa che era quella dei miei genitori. Per me è sempre stato un gesto naturale quello di provare a catturare il presente e a testimoniarlo in qualche forma. Vengo da una generazione, sono nato nel 1991, in cui ancora c’era l’usanza di catturare il presente e poi riguardarlo in futuro attraverso i supporti del nastro magnetico. Questa cosa mi ha fortemente condizionato e mi ha portato a catturare un archivio molto esteso che poi a un certo punto è tornato utile ed è stato messo in forma di film in questo modo.
In questo film ci sono tanti tipi diversi di animazione come quella stop motion, ma anche tradizionale e digitale. Quale senti più affine e qual è il tuo processo creativo nella realizzazione di queste sequenze?
L: Sicuramente quando penso all’animazione la maniera più istintiva è quella di pensare all’animazione 2D, quella disegnata e in particolare su carta, a me piace animare ancora sul supporto fisico ed evitare quanto possibile di stare davanti uno schermo. Ho sempre disegnato, prima di iniziare a raccontare storie attraverso il cinema lo facevo con i fumetti e per me è stato un passaggio naturale iniziare a creare animazioni. In questo il mio processo è abbastanza variegato e ibrido, nel senso che mi capita di scrivere delle cose senza pormi subito il problema della forma in cui verranno realizzate, in alcuni casi in passato ho scritto dei cortometraggi che pensavo di dover realizzare in live action che invece sono diventati d’animazione e viceversa.
Nel caso di questo film il lavoro è stato abbastanza variegato, cioè ho inizialmente scritto come dicevo prima un trattamento di natura documentaristica. Quando poi ho reputato che dovesse entrare anche l’animazione via via è andato strutturandosi verso una forma da vera e propria sceneggiatura. A un certo punto però ho incontrato il bisogno di inserire dell’animazione stop-motion per una motivazione precisa, mi interessava lavorare sulla fisicità dei corpi e in questo caso sulla fisicità degli arredi. Il film crea un dialogo tra gli spazi da cui è caratterizzato che sono spazi molto evidenti, molto riconoscibili e soprattutto molto significativi e mi interessava fare in modo che gli arredi fossero caratterizzati da veri e propri personaggi con volti e figure di arpie e farli dialogare con il genere cinematografico, portarli in una direzione da film horror e muoverli a tutti gli effetti. In quel caso la stop-motion mi permetteva di fare tutto questo.


La produttrice e montatrice Claudia Motta
Lavorate insieme da tanto tempo, come vi siete conosciuti e cosa fa durare la vostra collaborazione nel tempo?
C: Abbiamo iniziato a lavorare insieme una decina di anni fa e il primissimo cortometraggio che abbiamo distribuito è stato Quelle brutte cose, un corto di Loris del 2018 selezionato poi a Venezia alla Settimana della Critica dove venne anche premiato e poi al Sundance Film Festival. Diciamo che quello è stato un po’ l’inizio di tutto. Noi siamo partiti da Salerno con un gruppo di persone fidate che erano i nostri amici, un po’ credendoci, un po’ con la voglia di sperimentare, infatti già il primissimo corto è un lavoro caratterizzato da una forte sperimentazione e anche da una commistione di tecniche diverse ed a lì è nata anche la voglia di fondare una nostra società di produzione.
Già in quegli anni noi lavoravamo con altre società quindi avevamo sicuramente dei lavori con altri produttori però c’era già questa voglia di rendersi indipendenti, di lavorare a dei progetti che fossero nostri e che potessero darci una particolare libertà di sperimentare e anche di ragionare su storie realizzate nella maniera che reputavamo giusta per noi. Infatti via via abbiamo realizzato cortometraggi fino ad arrivare a Una cosa vicina che è il primissimo lungometraggio prodotto e ora anche distribuito dalla nostra società.
Devo dire che tutte queste esperienze hanno sicuramente portato a una crescita dei nostri percorsi come autori ma anche come produttori, perché anche la società è cresciuta insieme a noi. Tanto è vero che da circa un annetto abbiamo cominciato anche a produrre opere di altri autori e altre autrici. Questa forte forma di indipendenza e anche di resistenza in un certo modo caratterizza anche un po’ il nome della nostra società. Noi ci chiamiamo Lapazio Film perché il lapazio è una pianta che nasce spontaneamente e che resiste. Nasce nei marciapiedi, nasce nell’asfalto, nel cemento. E quindi questo secondo me caratterizza molto il nostro modo di raccontare le storie che sono spesso storie che conosciamo nel profondo o che appartengono agli autori che le raccontano e con questa caratteristica anche molto determinante e questa voglia di sperimentare, quindi anche di mettere insieme materiali molto diversi tra loro. Secondo me una cosa a cui teniamo è sempre la narrazione, cioè non perdendo mai di vista quella che è la storia che deve restare e che secondo noi deve essere sempre tangibile.
In questo film sono particolarmente funzionali alla narrazione, quali sono le tue fonti nella ricerca d’archivio, come ti sei avvicinata a questa pratica?
C: Direi sempre a partire dal primo corto perché già Quelle brutte cose aveva un uso di archivi personali mescolati a riprese con attori live action e questo utilizzo dell’archivio è qualcosa che ha caratterizzato diversi lavori a cui ho collaborato al montaggio.
A me piace molto conoscere la materia con cui mi relaziono nella fase di montaggio in particolare quindi la guardo, la catalogo, la sistemo nella maniera per me giusta in modo tale che io possa avere tutto sotto mano e possa avere anche la possibilità di adattarla alle varie scene della sceneggiatura. Quindi ad esempio se mi rendo conto che in un determinato momento gli archivi che so che ci sono possono aiutarmi ad arrivare in uno stato emotivo particolare e funzionale per quella scena allora io li vado a ripescare. E questo modo di lavorare che è un po’ un puzzle mi piace moltissimo.
Questo poi ha accompagnato anche una voglia di cercare negli archivi inediti, negli ultimi anni infatti per diversi lavori come installazioni museali e videoinstallazioni abbiamo cominciato anche a lavorare con degli archivi come l’AAMOD. Citavo queste videoinstallazioni perché abbiamo cercato degli archivi che non erano ancora stati digitalizzati e che quindi che abbiamo digitalizzato dopo averli trovati e utilizzati per la prima volta. È una pratica bellissima perché ti rendi conto che stai utilizzando una materia che altrimenti verrebbe dimenticata.
Così è stato anche per ZO (2023) il corto precedente di Loris dove ricercando abbiamo trovato un archivio molto bello della città di Salerno degli anni Ottanta.
Per Una cosa vicina ovviamente è stato un lavoro più importante perché gli archivi utilizzati sono moltissimi. Ho fatto una ricerca in diversi archivi, come appunto l’AAMOD, quello dell’Istituto Luce, e archivi di Rai Teche dove ho ricercato materiali che fossero legati alla storia di Salerno, sia risalenti agli anni Cinquanta, sia poi degli archivi più recenti degli anni Ottanta e degli anni Novanta. Anche in quel caso devo dire che poi abbiamo trovato dei materiali molto interessanti e col montaggio li abbiamo fatti comunicare tra loro. Spesso c’è un accostamento di archivi diversi che dialogano e che ci aiutano a ricostruire quella che è l’identità della città che è un personaggio, quello della storia pubblica che poi si mescola invece con degli archivi privati della storia privata di Loris.

Nel montaggio c’è qualcosa che ti ispira? Non solo intendo dire registi, ma anche sogni, pensieri, suggestioni…
C: A me come ti dicevo prima piace moltissimo conoscere la materia. Io parto sempre dal guardare ogni cosa anche più volte perché voglio proprio che sia per me chiaro tutto ciò che ho a disposizione, ma poi lavoro anche tanto con il ritmo. Il ritmo non è soltanto musicale ma è anche un ritmo di suoni che per me sono importantissimi, tanto è vero che il sonoro di questo film è fatto proprio di tantissimi pezzettini di suoni registrati da noi, insieme a due sound designer.
È fondamentale avere una ricostruzione anche sonora delle immagini per dare vita e forma a qualcosa che altrimenti sarebbe più spento. E questo mi stimola moltissimo, cioè nel momento in cui le immagini prendono suono per me cambiano completamente di significato. Le due cose vanno di pari passo e c’è un vero e proprio montaggio sonoro che tende a dare una tensione alle scene, una suggestione diversa per lo spettatore e mi conduce in questo percorso del montaggio dall’inizio fino alla fine.
Chiara tu sei anche produttrice di Una cosa vicina, secondo te c’è più difficoltà in Italia nel finanziamento di film sperimentali?
C: Devo dire che secondo me c’è più difficoltà per opere che magari hanno un bisogno maggiore di fondi per via anche dei tempi che cambiano, come possono essere opere con l’animazione al loro interno. Ovviamente l’animazione richiede uno sforzo più grande di persone che possono lavorare o banalmente se le persone sono poche i tempi si allungano moltissimo, quindi sicuramente c’è questo tipo di difficoltà. E forse c’è anche un po’ di difficoltà dovuta al fatto che magari nelle sale, soprattutto in questo periodo, circolano meno le opere sperimentali o apparentemente un po’ più complesse per il pubblico e quindi ci può essere questo tipo di reticenza. Siamo in un momento in cui si vogliono fare film che possano portare subito consensi e certamente le opere sperimentali non hanno un consenso unanime.
Nei festival però c’è sempre per fortuna ancora uno spazio in cui muoversi…
C: Sì assolutamente, infatti ci siamo resi conto a partire dai corti che c’è una costellazione di festival che invece hanno voglia di scovare opere che altrimenti non sarebbe ero viste e sicuramente è un modo alternativo alla tradizionale distribuzione che credo abbia molto più senso. Anche perché si possono creare delle reti, delle relazioni proprio umane con il pubblico.
Ultimamente c’è molta partecipazione anche ai festival dedicati all’archivio ma c’è anche molto interesse verso il processo di recupero e digitalizzazione. Voi avete da sempre lavorato su questi materiali quindi forse avete percepito sulla vostra pelle la differenza nel tempo…
C: Sì, sì, assolutamente, anche perché negli ultimi anni c’è stata anche una riscoperta del mezzo delle riprese in pellicola e quindi c’è anche più voglia di avvicinarsi all’archivio. Su questo ci sono stati sicuramente dei cambiamenti. Penso al primo festival, era il 2018, nell’arco di questi otto anni è cambiato molto il panorama dei festival in Italia. Anche sul cortometraggio è cambiato tantissimo, sono nati nuovi festival, la produzione stessa dei corti è aumentata, quindi sì sicuramente c’è un cambiamento da questo punto di vista.
Quali sono i vostri prossimi progetti?
C: Attualmente abbiamo un lungometraggio di fiction di Loris che è in una fase di sviluppo e poi c’è un lungo di fiction mio che è in fase di sviluppo e scrittura e infine un corto d’animazione di un regista che si chiama Nespy 5Euro in fase di produzione e che termineremo alla fine di quest’anno e dal prossimo anno inizierà la sua fase distributiva. Poi parallelamente lo scorso anno a novembre abbiamo avviato un laboratorio di cinema sperimentale a Salerno che si chiama Memory Full, al quale hanno partecipato 12 filmmaker e alla fine sono stati realizzati 7 corti che a breve cominceranno il percorso distributivo. Il laboratorio è caratterizzato in particolare da sperimentazione e commistione di tecniche come l’archivio, l’animazione, il documentario e l’intelligenza artificiale, quindi sono molto diversi tra loro. È stata una bella edizione abbiamo avuto un bel riscontro.
