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Vita mia è un’operazione ambiziosa che non va a segno – La recensione

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Salento, 2017. Maria Desideria (Dominique Sanda) detta Didi è un’anziana erede di una famiglia nobiliare affetta da malattia di Parkinson. Ormai incapace di muoversi senza accompagnamento, spinta dai figli assume come badante Vita (Celeste Casciaro), una donna del paese in difficoltà economiche. L’incontro tra le due cambierà la vita di entrambe.

Edoardo Winspeare, a quasi dieci anni dal suo La vita in comune, torna dietro la macchina da presa per mettere in scena Vita mia (trailer) un dramma (in sala dal 9 aprile) che ruota attorno ai temi della solitudine e dell’abbandono declinandoli in due aspetti differenti: quello della solitudine della terza età e quello della solitudine degli ultimi della società.

Le due figure centrali, Didi e Vita, rappresentano infatti due facce di un’emarginazione che in questa somiglianza trovano un conforto, anche se le due non potrebbero essere più diverse di così. Didi, infatti, è un’aristocratica che ha vissuto in grandi case sfarzose per tutta la vita subendo la persecuzione nazista e poi quella del regime comunista in Ungheria, di cui continua a percepire i fantasmi; Vita invece per tirare avanti si prostituisce e vive ancora con i genitori e la nuova famiglia della figlia in un piccolissimo appartamento, incapace di costruirsi una vita per sé.

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Celeste Casciaro e Dominique Sanda in Vita Mia.

Il film è ispirato alle vicende personali del regista nella ricerca di una badante per la madre, di discendenza austro-ungarica, ma anche alla storia della sua variopinta famiglia dall’eredità mitteleuropea. Vita mia infatti condensa nel personaggio di Didi tutto il Novecento, rendendola simbolo di un intero secolo di storia europea.

Questa ambiziosa e interessante condensazione però è anche il punto di debolezza del film che si satura di tutta una serie di temi in maniera confusionaria senza svilupparne appieno nessuno. Tra la povertà, la solitudine, l’emarginazione, il nazismo, l’olocausto, la crisi abitativa, il collaborazionismo e flashback onirici la sceneggiatura mette troppa carne al fuoco senza costruire un racconto incisivo e direzionato.
I personaggi, dal grosso potenziale, avrebbero giovato di uno snellimento di tutti questi conflitti, che spesso rendono difficile allo spettatore capire il focus di tutta la narrazione.

Celeste Casciaro e Dominique Sanda in Vita Mia.

Tra i punti di forza del film c’è invece certamente il discorso sulla memoria e il ricordo della storia, parallelamente al ragionamento sulla fotografia come possibilità di congelare il tempo. La passione di Didi, ormai accantonata, viene trasmessa a Vita che dietro l’obiettivo ha la possibilità di inquadrare attivamente e di creare la propria realtà, contrastando lo stato passivo della sua condizione da emarginata.

Celeste Casciaro e Dominique Sanda in Vita Mia.

Un altro aspetto interessante è l’amore e l’attenzione dell’autore nei confronti del paesaggio, tanto di quello transilvano che di quello pugliese, con scene panoramiche che esaltano la bellezza della natura e quella architettonica dei borghi salentini che diventano scenario di un dramma fortemente legato a un territorio attraversato da contrasti, tra una nobiltà in decadenza e la forza del mare e del vento. Il bollino di garanzia Green Film fa di Vita mia un’opera attenta al paesaggio in maniera non ipocrita con un set rispettoso della sostenibilità, un’operazione non scontata nel panorama cinematografico contemporaneo.

L’ultimo film di Edoardo Winspeare in sala dal 9 aprile è un dramma dai buoni sentimenti e un’operazione ambiziosa sulla ricostruzione della storia europea che però non colpisce nel segno.

Vita Mia

Vita mia è un film ambizioso ma confusionario che non arriva al punto nonostante le buone intenzioni.

Voto:

5/10
5/10
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