Intervista a Francesco Acquaroli: da Suburra a Fargo e Alfredino, una storia italiana

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Francesco Acquaroli ©Norbert

Intervista con Francesco Acquaroli da Suburra a Fargo ad Alfredino la nuova serie Sky

Francesco Acquaroli non abbiamo fatto in tempo salutarlo nell’ultima stagione di Suburra La Serie, arrivata il 30 ottobre su Netflix, che sta per tornare subito in tv nella quarta stagione di Fargo, dal 16 novembre su Sky Atlantic e NOW TV. Oramai diviso fra cinema e tv, sta girando in questi giorni la miniserie Alfredino – Una storia italiana da poco annunciata da Sky e sarà anche ne Il giorno e la notte di Daniele Vicari di prossima uscita.

Lo abbiamo raggiunto per fare un excursus seriale – ma non solo – sulla sua carriera e su ciò che ci dobbiamo aspettare da Fargo 4 e dai suoi prossimi progetti.

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Francesco Acquaroli è Samurai in Suburra La Serie

Partiamo da Samurai, ruolo che hai ereditato da Claudio Amendola nel film di Sollima. Si è conclusa da poco la terza e ultima stagione. Come hai vissuto quest’ultimo giro di riprese?
L’ho vissuta sia da attore che da spettatore. Mi è dispiaciuto finire questo progetto, anche se sapevo che prima o poi si sarebbe concluso. Mi ha portato tanto quindi sono più che soddisfatto di quest’esperienza.

Nel complesso partecipare alla prima serie italiana di Netflix rimane un tassello importante della tua carriera, immagino. Girare una produzione che sapevate di base sarebbe stata vista a livello internazionale, cambia l’approccio con cui ci si avvicina al personaggio e alle riprese?
La consapevolezza di fare un prodotto che sarebbe stato visto in tutto il mondo l’avevamo tutti e quindi tutti abbiamo dato il massimo, ma del resto si cerca sempre di dare il massimo in questo lavoro, non c’è questa gran differenza. Solo che senti chiaramente questa responsabilità che ti sprona a dare ancora di più. Anche perché poi ci rivediamo in tv o al cinema che sia, non possiamo dimenticarci di ciò che facciamo, ci rivediamo e quindi se non siamo stati più che bravi, ci ritroviamo in una condizione molto spiacevole.

Ti rivedi spesso? Sei molto autocritico?
Quando giro io preferisco non vedermi, mentre invece una volta uscito il progetto mi rivedo e lì noto aspetti che mi piacciono e altri che mi piacciono meno della mia interpretazione. In fondo il mestiere dell’attore è un lavoro artigianale, quindi più lo fai e più lo cerchi di migliorare.

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Francesco Acquaroli con Jason Schwartzman in Fargo 4

Il 16 novembre arriva in Italia Fargo 4, nuova stagione della serie antologica di successo di Noah Hawley. Tu insieme ad altri italiani come Salvatore Esposito, Tommaso Ragno e Gaetano Bruno avete partecipato nei panni dei membri di una famiglia mafiosa italoamericana negli anni ‘50. Non pensi che si rafforzi un po’ lo stereotipo, nonostante l’atmosfera da tragicommedia della serie?
Il punto è che noi italiani siamo esportatori di cose belle ma anche meno belle, questo dobbiamo mettercelo in testa. Non esiste solo la Ferrari e il buon cibo, esistono purtroppo anche altri aspetti, che sono pessimi ambasciatori della nostra Italia, ma questo riguarda un po’ tutti in fondo. Ma la serie non si concentra su questo. Fargo secondo me con quella ironia e quel gusto della tragicommedia a cui tu accennavi è un mezzo per dire altre cose molto interessanti, molto profonde e molto appropriate sulla società americana, unica nel suo genere anche per com’è nata. Questo vale sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi, che l’intelligenza, l’acutezza e la profondità di sguardo degli autori di Fargo riesce a inquadrare e a porgere al pubblico attraverso quel grande e necessario mezzo che è il divertimento, l’ironia. Devo dire un’operazione di grande spessore e io non so esprimere a parole di quanto io sia orgoglioso, soddisfatto e contento di averne fatto parte.

Come è stato lavorare come italiano in una grande produzione americana, non da solo ma in gruppo? Una specie di trasferta scolastica?
Abitavamo tutti abbastanza vicini quindi ci siamo visti anche fuori dal set, certo. All’inizio eravamo tutti increduli e grati del sogno che stavamo vivendo, in fondo eravamo entrati nella prima industria cinematografica mondiale e poi in un progetto come quello di Fargo, era un’esperienza meravigliosa per tutti. Però direi che è stata tutto tranne che una gita, perché si lavorava molto, i tempi erano serrati e noi dovevamo recitare in inglese con il nostro accento, che andava benissimo dati i personaggi, ma si tratta pur sempre di un’altra lingua e se vuoi ottenere credibilità e fluidità allo stesso tempo, lo studio raddoppia. Direi che più che una gita è stato un Erasmus. Senza i party e i cocktail però (ride).

Quali sono le differenze che hai riscontrato nel lavorare in una produzione americana come Fargo rispetto a quelle italiane? Non è un pretesto per parlare male delle produzioni italiane, sia chiaro, ma è evidente come negli Stati Uniti la serialità televisiva sia una macchina produttiva che esiste e funziona da ben prima che noi iniziassimo a sfornare prodotti degni di questo nome e che aprano all’internazionale.
Noi arriviamo quando il set è già allestito quindi probabilmente le differenze maggiori le riscontra chi fa un lavoro di produzione e tecnico di preparazione. Dal mio punto di vista ti posso dire che un set così mastodontico funziona come un cronometro perfetto. Non si perde un minuto di tempo, si lavora tantissimo perché c’è tanto da girare. Sono 11 episodi da un’ora ciascuno. Poi c’è stata anche l’interruzione del Covid-19, siamo dovuti tornare in Italia e poi rientrare negli Usa per finire di girare. L’organizzazione anche in questo senso è stata davvero qualcosa di strabiliante. Credo siano meccanismi che derivano dalla storia cinematografica americana, che dura ormai da più di un secolo, una storia industriale nel senso letteralmente del termine. Loro sanno cos’è la qualità, sanno come ottenerla e riescono anche a calcolare i tempi con cui ottenerla, questo è sorprendente. Però per gli attori il lavoro è lo stesso, e come qui in Italia ci sono tante eccellenze tra i registi, il direttore della fotografia e così via. Certo noi dobbiamo far fronte alla difficoltà di fare cinema di qualità con mezzi molto meno potenti, perché loro solo di mercato interno sono il quintuplo rispetto a noi. In più parlano l’inglese che è la lingua più usata nel mondo, quindi hanno un mercato che è planetario sempre per qualunque film come punto di partenza.

Mentre ero lì sono stato al cinema, e nonostante i tre quarti d’ora di trailer [peggio dei nostri The Space, ndr], è come essere in business class sull’aereo, ti puoi sdraiare e mettere comodo, ci sono tutti i confort. Però proprio questi trailer mi sono serviti molto per capire che anche lì fanno dei film oggettivamente non riusciti, molte di queste pellicole infatti non arrivano in Europa e vedendoli si capisce perché. Dico questo per tranquillizzare noi italiani: se anche negli Stati Uniti ci sono i film brutti, si fanno dappertutto (ride).

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Ebal Violante in Fargo 4 è il consigliere della famiglia, quindi quello che deve obbedire agli ordini ma che cerca anche di far ragionare il suo boss. Cosa puoi dirci di questo personaggio?
In queste grandi produzioni fanno firmare dei contratti molto rigidi per i quali possiamo rivelare ben poco, mi arriva l’FBI nel giro di dieci minuti qua a casa (ride). È un personaggio che ha una sua evoluzione che caratterizza l’evoluzione di un’epoca. Gli autori attraverso il personaggio fanno vedere che succede qualcosa di importante e di decisivo nel mondo della criminalità organizzata.

C’è una serie in particolare a cui ti sarebbe piaciuto partecipare se ne avessi avuto l’occasione? O il personaggio di una serie che ti sarebbe piaciuto interpretare?
Io non sono un grande fruitore di serie in realtà, amo molto The Crown, recentemente mi sono appassionato a Criminal. Le serie inglesi devo dire che sono quelle che preferisco, seguite da quelle americane. Non saprei sceglierne una in particolare però, perché ce ne sono davvero tante e io ho più un’impostazione cinematografica.

Se dovessi scegliere un film allora?
Un film che mi ha fatto impazzire e grazie al quale ho deciso di fare l’attore è Apocalypse Now e il personaggio di Martin Sheen, che scopre attraverso questo viaggio negli inferi che cosa sia la guerra, è qualcosa di meraviglioso. Un film ispirato al mio autore letterario preferito, almeno quando ero più giovane, Joseph Conrad: Cuore di Tenebra insieme a Linea d’Ombra è uno dei libri di culto che mi hanno “formato”. Poi ho avuto modo di lavorare col nipote di Coppola in Fargo 4, Jason Schwartzman, per altro simpaticissimo, ma non ho avuto il coraggio di chiedergli se poteva dire allo zio di tenermi presente per il remake, mi è sembrato un po’ troppo (ride).
Forse non era il momento e il luogo in effetti…
Però gli ho detto quanto Apocalypse Now mi abbia segnato definitivamente, come mi abbia dato il colpo di grazia per fare questa vita da pazzo (ride).
Per colpa o per merito insomma…
Questo ahimè non posso dirlo io (ride)

Romanzo Criminale (dove interpretavi il padre del Libanese), Suburra, Fargo. Perché secondo te gli spettatori sono così attratti dai personaggi cattivi/criminali o che diventano tali piuttosto che in un percorso di redenzione?
È un discorso che va avanti da secoli in realtà. Indagare il male che c’è nell’essere umano è certamente la più interessante degli spettacoli perché ci mette di fronte a noi stessi e alle nostre zone d’ombra, che anche noi che siamo persone perbene e assolutamente civili però dentro di noi da qualche parte questa roba circola, tant’è che poi a volte inconsciamente alcuni di noi possono anche dare legittimità intellettuale a certi atteggiamenti. Io mi ricordo la stagione delle Brigate Rosse, c’era a un certo punto una porzione della società italiana civile e civilissima che però dava come dire una giustificazione intellettuale all’uso della violenza terribile del brigatismo e del terrorismo in generale. Quindi questo che cosa rivela? Rivela che purtroppo la violenza è in noi, il male è in noi, quindi vederlo rappresentato è sempre qualcosa che ci affascina e che ci tiene diciamo attenti e legati alla storia che si racconta. Raccontare il bene è molto più difficile in realtà, ci è riuscito perfettamente il neorealismo italiano, come Umberto D di De Sica è stato un film sul Bene, ma anche Miracolo a Milano, ma lo stesso Fellini.

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Francesco Acquaroli sul red carpet

Venendo ai progetti futuri, in questi giorni stai girando la serie tv Alfredino – Una storia italiana, annunciata da poco da Sky e tratta da una storia vera, un caso di cronaca che fece tanto scalpore per la diretta Rai che seguì il destino del piccolo Alfredino Rampi bloccato in un pozzo. Ci puoi dire qualcosa del tuo personaggio e se la serie farà una riflessione sulla spettacolarizzazione del dolore – argomento delicato di cui tanto si parla.
Il caso Rampi fu una bomba che esplose nelle mani di quelli che facevano comunicazione all’epoca. Sentivano la tensione che c’era in tutta Italia e quindi permisero di fare la diretta di ore e ore e la gente non si staccava dagli schermi. Hanno creato un format senza volerlo, si è creato da solo in un certo senso, questa nuova creatura che era la comunicazione che non conosce limiti. La povera signora Rampi, che per prima conobbe tra le tante sventure quella di essere vittima di un’immagine data fuori contesto. A un certo punto lei, che stava svenendo, posso solo immaginare la tensione e il dolore che provava di perdere il figlio. Sotto choc, viene subito soccorsa ma le mettono un microfono in mano, le scattano una foto… ed è partita quella che oggi chiameremmo “campagna d’odio” perché la gente giudicò subito la donna che prendeva il microfono in mano mentre il figlio stava morendo. Quindi in quelle 60 ore terribili abbiamo visto nascere quella che dopo 30-40 anni diventerà la comunicazione senza limiti di oggi. Di questo non credo che tratterà la miniserie, non sarà il focus, ma si concentrerà piuttosto sulla tragica incredibilità dell’avvenimento in sé e sull’impossibilità di riuscire a salvare Alfredino. Il mio personaggio, finalmente uno che sta dalla parte della legalità, è il capo dei vigili del fuoco, che si trova nella situazione peggiore in cui ci si possa trovare.

Ultimissima domanda filmica, Il giorno e la notte, che ti vede riunirti a Daniele Vicari molti anni dopo Diaz. La vicenda narra storie di coppie che corrono parallele, unificate da una situazione: improvvisamente il telegiornale dà la notizia che è in corso un misterioso attentato chimico nella città di Roma. Non so quando è prevista l’uscita del film data anche la situazione incerta delle sale, ma per altre opere come la serie Netflix Social Distance oppure il film di Salvatores che è stato presentato alla Festa di Roma si dice che sia troppo presto per vedere sullo schermo storie che assomiglino o che proprio raccontino il nostro presente. Tu cosa ne pensi a riguardo? E che cosa ci puoi dire del film, in cui tra l’altro reciti accanto a tua moglie Barbara Esposito?
La risposta la devo dividere in due. Per quanto riguarda il nostro film, non si vuole parlare di questo, ma si tratta solo di un pretesto di sceneggiatura per giustificare il fatto che le coppie protagoniste stanno dentro casa tutto il tempo. Abbiamo girato in pieno lockdown quindi non potevamo uscire. Le coppie di attori sono tutti congiunti, come me e Barbara. Ci portavano il materiale fuori dalla porta, noi allestivamo il set in contemporanea su zoom con tutto il cast tecnico. È stata un’esperienza meravigliosa, anomala, molto buffa, credo esista un backstage esilarante, perché poi tutte le coppie hanno tirato fuori il comico della quotidianità dietro le quinte.

Per quanto riguarda le critiche al film di Salvatores, che non ho avuto modo di vedere, non lo so se è presto o se è giusto, io credo che l’arte debba essere sempre un luogo libero, se si sente la necessità di raccontare subito un determinato avvenimento o periodo forse è il caso di farlo. Probabilmente non abbiamo ancora ben presenti quelle che saranno le conseguenze soprattutto – per i ragazzi più giovani – di questa assurda situazione in cui ci stiamo trovando, che però sta salvando tante vite. Per esempio la famosa Spagnola nel ’18-’19 solo in Italia fece 500.000 morti. Adesso siamo a 41.000 – che mi sembra una cifra spropositata – però in proporzione… Non so se riusciremo a ragionare meglio anche attraverso film come quello di Salvatores, che saranno una testimonianza diretta a tempo zero di questa incredibile storia della pandemia. Non saprei davvero dire quando e se è giusto raccontarlo attraverso il cinema e la tv.