Recensione Stranger Things 3, i protagonisti cambiano, tutto il resto è uguale

Eleven

Recensione Stranger Things, stagione 3: è ormai chiaro che la serie punta su più sui riferimenti culturali degli anni ottanta che sulla trama.

Giovedì 4 luglio è arrivata la terza stagione di Stranger Things, impossibile che non ve ne siate accorti, i social sono pieni di post da parte di fan, utenti e aziende che salgono sul carro per parlare dell’argomento hot (anche la Commissione Europea c’ha fatto un post, anche se ha usato l’esempio sbagliato). Inoltre, Italia 1 il 3 luglio ha pure dedicato un’intero giorno alla serie, pubblicizzandola all’interno dei blocchi “stranger80s” organizzati per tutta la giornata.

Insomma, Stranger Things è un fenomeno mediatico globale, è la serie che riconoscono anche i bambini, gli anziani, e la serie multi-generazionale con cui chiunque riesce a rispecchiarsi. Ma se togliamo tutta questa fanfara mediatica, della serie cosa resta?

La terza stagione è ambientata nel 1985, la porta per il Sottosopra è stata chiusa da Undi nel finale della seconda stagione, ma c’è qualcuno che sta cercando di riaprila. Si tratta dei russi, il nemico per eccellenza dell’immaginario collettivo americano e delle culture occidentali. I ragazzi sono cresciuti, adesso sono alle prese con le prime relazioni, i primi baci, i primi litigi sia tra fidanzati che tra amici, con la frustrazione di Will che non riesce ad accettare l’evoluzione dei suoi amici che non amano fare le cose da nerd a cui era abituato.

La terza stagione di Stranger Things è questo, parla di evoluzione, quel processo che porta i protagonisti dalla fase pre-adolescenziale a quella adolescenziale, dove gli interessi sono altri. Evoluzione che travolge anche il cast adulto, con Joyce (Winona Ryder) che si evolve da madre spaventata e apprensiva, che tutti ricordiamo per i suoi pianti strazianti, a madre più attiva, più coraggiosa e sorpresa delle sorprese: ha anche acquistato una piacevole dote, quella dell’ironia. Trasformazione necessaria per un personaggio rimasto uguale nelle prime due stagioni, e scatenata dal suo simpatico rapporto di amore e odio con Hopper.

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Hopper, che conosciamo come un burbero menefreghista, qualità che adesso sono solo una recita. Sotto sotto infati, l’arrivo di Undi nella sua vita lo ha responsabilizzato e si comporta più come un padre amorevole e soprattutto geloso del rapporto che “la figlia” (così la definisce) ha con Mike.

L’evoluzione finisce qui, la trama principale, il mistero che ci ha tenuti incollati nella prima stagione, il mondo del Sottosopra, invece non si evolve, resta tutto uguale. Sembra una replica delle passate stagioni che si svolge così: i ragazzi vivono la loro nuova vita, al sicuro, ma in realtà non lo sono così tanto visto che dietro le quinte una nuova minaccia sta per travolgerli. Arriva il mostro di turno (quest’anno è nuovo e scopriamo nuove caratteristiche), i ragazzi elaborano un piano per sconfiggerlo, falliscono, ne elaborano un altro, falliscono. Undi fa la faccia concentrata con tanto di braccio alzato ogni due tre, fallisce. Poi succede qualcosa e il mostro muore.

Uno schema ben preciso che si alterna a varie, troppe, scenette che vedono i ragazzini protagonisti al centro di un evento/film/canzone anni ottanta. Col passare delle stagioni è ormai diventato palese che Stranger Things è solo questo. Se vogliamo è un teen drama da generalista, con un grande budget, girato divinamente e con un enorme capacità di coinvolgere i giovani, raccontando gli anni ottanta che non hanno vissuto, e gli adulti sfruttando l’elemento nostalgia.

Tutto qui, la serie la ricorderemo per Dustin che canta Neverending Story con la sua fidanzatina nerd, per i ragazzini vestiti da Ghostbusters, per i riferimenti culturali, per le battute su Ritorno al Futuro e sul motivo per cui il film si intitola così. Tutti elementi che un giorno, magari tra 10 anni, troveremo su youtube quando non avremo nulla da fare.