Les Beaux Jours d’Aranjuez recensione: l’unica certezza è il desiderio – #Venezia73

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Les Beaux Jours d'Aranjuez recensione

Les Beaux Jours d’Aranjuez: recensione del film in 3D di Wim Wenders presentato in concorso a #Venezia73

Les Beaux Jours d’Aranjuez è un film difficile. Difficile nel senso di complesso, stratificato nei propri intenti autoriali e di significato, nonché nelle possibili letture da parte degli spettatori. L’ultima fatica di Win Wenders, regista apprezzato per opere come Alice nella città e Il cielo sopra Berlino ma anche per il più recente documentario Il sale della terra, torna alla narrazione di fiction e lo fa adattando per il grande schermo un testo teatrale di Peter Handke, suo grande amico.

Ed è proprio la vicenda al centro del film a risentirne: un uomo e una donna si confrontano sul terrazzo di una casa parigina sul desiderio sessuale, la speranza e la morte, mentre uno scrittore scrive la storia che stiamo vedendo all’interno dell’abitazione. Sta tutta qui la narrazione, non c’è azione e la macchina da presa non si muove tra gli ambienti a parte qualche rara eccezione.

Se in L’anno scorso a Marienbad di Resnais – che lo ricorda per la difficoltà sopra citata – la dinamicità narrativa tra l’onirico e l’immaginifico intendeva destabilizzare le sicurezze del cinema classico nello spettatore, nei “Bei giorni ad Aranjuez” al contrario si gioca tutto sulla staticità del racconto, che viene anche interpellata ad un certo punto dai personaggi, da loro richiesta ma soddisfatta quasi per nulla, anche se “un’azione a volte è necessaria”.

Last but not least si tratta di un film difficile in 3D. A fine visione viene da chiedersi il perché della scelta di utilizzarlo da parte del regista tedesco: la risposta sta probabilmente nella presenza e nell’importanza della natura, degli ambienti, soprattutto nella sequenza iniziale e in quella finale che fa entrare e poi e allontanare lo spettatore nel e dal piccolo grande mondo che racconta.

Les Beaux Jours d’Aranjuez oscilla pericolosamente fra l’esercizio registico di stile (un po’ come Voyage of Time di Malick) e la molteplicità di significanti e significati di Wenders, risentendo forse troppo della connotazione teatrale del testo d’origine, che non riesce – e forse non può – trovare la giusta efficacia sul grande schermo.